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“La fiducia a sostegno della crescita” Giampaolo Galli su Il Sole 24 Ore – 21/03/2015

Negli ultimi anni per descrivere la condizione dell’economia italiana in molti abbiamo fatto ricorso all’immagine del baratro. Espressioni del tipo “siamo sull’orlo del baratro” oppure “ci siamo allontanati dal baratro” sono diventate di uso corrente e ancora oggi condizionano fortemente il nostro modo di pensare. Un’immagine diversa e forse più appropriata è quella del crinale. Il punto chiave nell’immagine del crinale è che piccole differenze nelle condizioni iniziali possono fare una grande differenza negli esiti successivi, come nel caso dello scalatore che può precipitare o arrivare in vetta sano e salvo, a seconda che metta il piede nel punto giusto oppure un millimetro più in là. Continua a leggere

“Le riforme istituzionali sono fondamentali per la crescita” – estratto dall’intervento di Giampaolo Galli all’assemblea del Gruppo PD alla Camera – 7/01/2015

Ritengo che non abbia fondamento la critica secondo cui staremmo sprecando tempo e capitale politico occupandoci di riforme costituzionali ed elettorali, invece di dedicarci “all’unica cosa che interessa la gente” e cioè la crisi economica. Continua a leggere

“La minoranza si crede maggioranza” – intervista di Goffredo Pistelli a Giampaolo Galli – ItaliaOggi 11/04/2014

«Un grande sperpero di capitale umano». Giampaolo Galli, milanese, classe 1951, bocconiano, specializzato al Mit di Boston, a lungo a capo-economista e poi direttore generale di Confindustria, dopo esperienze al Fmi e in Bankitalia, da un anno e due mesi è deputato democrat.

E definisce così la vita parlamentare, in cui s’è immerso diligentemente.

Domanda. Onorevole, mi par di capire che un’azienda non organizzerebbe le sue assemblee degli azionisti così…

Risposta. Assolutamente no. Per il suo funzionamento, il Parlamento è straordinariamente inefficiente. Si passano i giorni a presentare emendamenti e, grazie al bicameralismo, tutto è dilatato: se va bene un provvedimento va due volte in commissione e due volte in aula. E poi trovi sempre qualcuno, nelle opposizioni, che obietta: «Non ne abbiamo discusso abbastanza». Che ci siano 630 persone che stanno giornate e giornate a votare emendamenti, aspettando che il «comitato dei nove» (organismo che alla Camera fa la prima analisi degli emendamenti, ndr) prenda delle decisioni, mi pare davvero incredibile. Insomma ci sono persone che hanno competenze e capacità e sono state elette per quello: mi pare uno spreco di risorse umane, appunto.

D. Al bicameralismo si metterà fine, come dice il suo segretario di partito nonché premier, Matteo Renzi…

R. Me lo auguro davvero. Ho invece forti perplessità sulle proposte di quanti insistono nel voler fare i senatori comunque elettivi. Se così fosse, rivendicherebbero le loro prerogative e saremmo punto e a capo. No, ho piena fiducia nel progetto del governo. E anche l’argomento dello sbilanciamento dei poteri, davvero non lo capisco, a meno che, nella mente di chi obietta, sia buona cosa avere due diverse maggioranza alla Camera e al Senato, che così si controllano a vicenda, come pericolasi sovversivi, non prendendo decisioni. Ecco, se c’è una cosa pericolosa per la democrazia è proprio questa. Ci andrei molto cauto.

D. Eppure al Senato ben 22 membri del suo partito hanno presentato un progetto alternativo a quello di Renzi.

R. La mia impressione è che nella rapida transizione di questo periodo ci sia una gara a chi fa il leader dell’opposizione interna.

D. Dunque sono critiche speciose…

R. Dico che è facile, leggendo un documento, capire se c’è contributo costruttivo o se si attacca per attaccare. Certo se i contributi sono mille, allora è chiaro che si vuol mettere il governo e le riforme in cattiva luce.

D. Ma poi, il congresso del Pd non è finito l’8 dicembre?

R. Infatti, il momento congressuale c’è stato e tutto il partito ha riconosciuto legittimità alle primarie e al processo di elezione del segretario. Per questo mi ha colpito, giorni fa, sentir dire a Cesare Damiano che non voterà il decreto sul lavoro perché, come parlamentare, non ha vincolo di mandato.

D. Invoca addirittura la Costituzione…

R. La Costituzione lo prevede ovviamente, ma se ognuno di noi facesse valere questo principio in modo rigido saremmo in presenza di una difficile crisi istituzionale. Qui c’è un problema di responsabilità verso il governo e verso le istituzioni. Capirei invocare l’assenza di vincolo di mandato di fronte a scelte davvero gravi del Governo, ma non è certo questo il caso.

D. A volte, i suoi colleghi di partito parlano come esponenti dell’opposizione: penso al discorso di Stefano Fassina il giorno della fiducia all’esecutivo, impressionante…

R. Non vorrei personalizzare, anche perché il mio dissenso da Fassina non mi impedisce di riconoscere che è una persona competente e intellettualmente onesta. Certo a me hanno colpito i toni usati da diversi esponenti del Pd, ad esempio con un ottimo ministro come Giuliano Poletti.

D. Come li giudica?

R. Toni da sindacalisti anni ’70, da sharia ideologica, laddove quelli di Poletti sono moderati, di riflessione puntuale sui fatti, sui dati.

D. E come se la spiega questa regressione?

R. È che alcuni pensano a Renzi come a un intruso: non capiscono che sono loro, adesso, la minoranza. Eppure…

D. Eppure?

R. Eppure accade che alcuni deputati democrat vicini alla Cgil, maggioritari in commissione lavoro come da antica tradizione, si sentano autorizzati a bloccare il governo. Sarebbe sbagliato, sbagliatissimo. E spero che prevalga l’atteggiamento della responsabilità. Ma mi faccia dire una cosa_

D. Prego, onorevole_

R. Io non sono classificabile come renziano o altro. Ho una mia storia e sempre, negli incarichi che ho ricoperto, a cominciare da quello in Bankitalia, ho cercato di guardare all’interesse del Paese.

D. In questo caso, dov’è l’interesse dell’Italia?

R. In questo caso è chiaro: nel processo di riforme intraprese, che sono radicali, da lungo attese dal Paese, necessarie per far ripartire un’economia tramortita da 15 anni di perdita di competitività, di peso abnorme dello Stato, di burocrazia eccessiva, di fisco oppressivo.

D. Senta sul Jobs Act, oggi decreto Poletti?

R. Lo chiamerei decreto Madia-Poletti, perché recepisce molto del lavoro svolto dal ministro Marianna Madia, da responsabile lavoro nella precedente segreteria.

D. Giusto, diamo alla Madia quel che è della Madia, visto che è spesso bistrattata. E le facciamo gli auguri per la nuova nascita. Dicevo, qualcuno pensa che si sarebbe dovuta fare la delega assieme al decreto legge, al fine di realizzare il contratto unico a tutele crescenti.

R. Secondo me, chi lo dice, vuol buttare la palla fuori dal campo. Alza il tiro per non far niente. Nessun imprenditore utilizzerebbe un contratto a tutele crescenti quando può utilizzare un contratto a tempo determinato, a meno che il primo sia sostitutivo del secondo, nonché anche che ci sia una forte stretta su tutte le altre forme di flessibilità in entrata. Il che non è ipotizzabile e troverebbe l’opposizione durissima del mondo delle imprese e anche di buona parte del sindacato. Se poi per contratto unico si intende quello prospettato da Pietro Ichino, allora ricordo che esso comporta l’eliminazione totale dell’articolo 18, il che lo rende molto più controverso del decreto Poletti.

D. E il mondo delle imprese, che lei ben conosce, che ne pensa?

R. C’è un apprezzamento che non ho riscontrato ai tempi del Pacchetto Treu o della legge Biagi. Gli imprenditori dicono che è un provvedimento chiaro, che semplifica loro la vita, che consente di evitare i pasticci delle partite Iva false, dei falsi contratti a progetto. «Per la prima volta un governo che capisce i nostri problemi», dicono. Tenga conto che partite Iva farlocche e contratti a progetto non prevedono tutele per i lavoratori e neanche l’applicazione dei minimi contrattuali.

D. Gli imprenditori son contenti, lei dice, ma Confindustria spesso non è tenerissima con Renzi. A cominciare da Giorgio Squinzi, come l’episodio della cena con Angela Merkel ha mostrato. Che bisogno c’era di precisare che, a tavola, la Cancelliera era fredda col presidente del Consiglio?

R. Più che commentare retroscena personali, farei una considerazione politica: Confindustria non può che stare dalla parte del rinnovamento di chi vuol ridurre il ruolo e il peso dello Stato, tagliare il cuneo fiscale, tutte richieste tradizionali del mondo delle imprese.

D. Non può che stare dalla parte delle riforme, sostiene lei, allora diciamo che Emma Marcegaglia sarebbe stata più renziana di Squinzi. È d’accordo?

R. Mi permetta di non pronunciarmi (ride)

D. Senta però è un fatto che mai come questo periodo Confindustria e Cgil si trovano spesso d’accordo.

R. Guardi che la coincidenza di posizione fra le due organizzazioni s’è avuta nell’ultima fase del governo di Enrico Letta…

D. Accusato di scarso coraggio per la legge stabilità, sia da Squinzi che da Susanna Camusso…

R. Esatto, quando fu detto che i 14 euro in più, in busta paga, erano solo una mancia. Queste posizioni spiegano meglio di ogni retroscena sulle cospirazioni di palazzo il perché sia caduto quel governo. E visto che gli euro in busta oggi sono 80, mi aspetto che, chi ha attaccato Letta ieri, oggi sostenga Renzi, fino a prova del contrario.

D. Di recente mi è capitato di intervistare un paio di imprenditori di livello, Mario Carraro ed Enrico Bracalente, e trovarli entrambi assai critici con Confindustria. Non è che il sindacato degli industriali, così com’è, abbia fatto il suo tempo? Mi pare che ci sia un disamore crescente…

R. Non so se sia crescente: c’è, è vero, un certo numero di imprenditori critici. Però sono aumentate le adesioni delle imprese e vorrei ricordare che quella è un’associazione volontaria: uno può non iscriversi.

D. Ricorre spesso l’accusa di gigantismo…

R. Sì, si parla dei costi elevati soprattutto delle associazioni locali. Ma gli imprenditori di Vibo Valentia, faccio un esempio, possono decidere di tagliare i costi, ridurre la burocrazia e anche di chiudere la loro associazione provinciale. A livello territoriale vi è la massima autonomia.

D. Qualcuno dice che dopo l’uscita di Fiat, Confindustria non abbia più molto senso…

R. L’uscita della Fiat pesa ma, onestamente, non condivido questa opinione, che so aver credito. Penso che Confindustria sia anche le altre aziende, sia fatta di imprenditori che cambiano continuamente, che vogliono risolvere i problemi dell’oggi. Gente che lavora, che compete, che non ha esitazioni, se necessario, a cambiare le strutture dell’associazione.

D. Una domanda personale: il precedente, col mondo confindustriale, è quello di Massimo Calearo, chiamato da Walter Veltroni, e non andò benissimo. Sente il peso di questo confronto?

R. Ognuno ha la sua storia, io credo di averne una diversa.

D. Certo, lui era un imprenditore, lei un dirigente di Confindustria, ma ritiene davvero che il Pd possa essere l’approdo giusto anche per chi intraprende?

R. Il Pd è un partito di governo. Le componenti che lo hanno formato hanno avuto per molti anni responsabilità di governo. Credo che nel Pd sia più forte che in altre forze, il senso di responsabilità verso la nazione, del fare oggi le cose che servono. Se uno parte dalla realtà e non dell’ideologia, non può che riconoscerlo.

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“Accettare il cambiamento” – Chi ha criticato Letta per timidezza ora non può che sostenere Renzi – Giampaolo Galli su Europa – 27/03/2014

Al di là dei fattori contingenti, le organizzazioni delle imprese, a cominciare da Confindustria, non possono non essere dalla parte del cambiamento promosso da Matteo Renzi. La ragione è che Renzi ha ingaggiato una lotta senza quartiere contro i due grandi nemici delle imprese, la burocrazia e le tasse. Si può legittimamente dubitare della capacità del governo di condurre in porto questo programma. Continua a leggere

“Il tempo determinato non è un tabù” Giampaolo Galli su Europa – 22/03/2014

Non è la grande riforma del mercato del lavoro, le cui prospettive sono affidate a una legge delega, ma è sicuramente una radicale semplificazione. Il decreto Renzi-Poletti prende il toro per le corna con straordinaria energia e affronta i problemi che possono essere risolti subito; quelli che in tempi rapidi possono avere effetti positivi sull’occupazione in un momento tanto grave per la vita di milioni di famiglie. Continua a leggere