Archivi categoria: Il gran guaio del debito pubblico

Basteranno le decisioni di ieri per evitare la procedura? di Giampaolo Galli, Inpiù, 02/07/2019

Basteranno le decisioni del Consiglio dei Ministri di ieri ad evitare la procedura d’infrazione a carico dell’Italia? Qualche dubbio è legittimo. La cosa più evidente che manca è una valutazione di come si potrà affrontare la manovra 2020. Continua a leggere

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La tregua con l’UE e i problemi rimandati al 2020, di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, Il Sole24Ore, 28 giugno 2019

Dai segnali che provengono dalla
Commissione si può ritenere
possibile che, almeno per qualche
mese, l’Italia riesca a evitare la
procedura d’infrazione. Un
compromesso sul passato e una
sospensione del giudizio sul futuro,
sino all’autunno prossimo, sembra
possibile in virtù di considerazioni sia
tecniche che politiche. Se così fosse
sarebbe certamente una buona
notizia, ma non si può non
sottolineare come i conti pubblici
rimarrebbero fortemente squilibrati e
continuerebbero a essere fonte di
fragilità per l’Italia.
Il rinvio all’autunno sembra
possibile innanzitutto per motivi
politici. L’Europa è ancora alle prese
con il grande problema della Brexit e
probabilmente i leaders europei
preferiscono affrontare un problema
alla volta. Inoltre è in corso il
negoziato per le nomine al vertice
delle istituzioni europee; in questo
negoziato, l’Italia ha poche chances e
proprio per questo può far pesare il
suo supporto ai candidati di altri paesi
per ottenere una ‘minoranza di
blocco’ ed evitare la procedura.
Un rinvio è anche possibile per
motivi tecnici. Secondo il ministro
Tria infatti il deficit 2019 non sarà al
2,5% del Pil, come nelle ultime
previsioni della Commissione, ma al
2,1%. Tuttavia, il vero buco nero dei
conti riguarda il 2020 e oltre. E qui
Tria e Conte non hanno una linea di
difesa dal momento che non sanno
come potranno essere trovati i 40 o 45
miliardi che servono. Ma il governo
può ragionevolmente dire alla
Commissione che i conti sul 2020
verranno fatti nella Legge di Bilancio
e quindi chiedere di fatto un rinvio a
ottobre.
Ma qual è il vero stato dei conti
pubblici italiani? È immaginabile che
nel 2020 e negli anni successivi il
debito pubblico possa cominciare a
ridursi rispetto al Pil, o quantomeno a
stabilizzarsi?
Questa è la domanda di fondo che
nessuno può eludere e che tornerà
comunque a perseguitare l’Italia nei
prossimi mesi. Non si tratta
ovviamente di una domanda nuova,
ma oggi assume un significato
particolare alla luce dei rischi dello
scenario internazionale. Gli effetti
della guerra commerciale fra USA e
Cina si stanno rivelando molto più
gravi di quanto non si potesse
immaginare. Inoltre, la fase
espansiva statunitense che è seguita
alla crisi internazionale è una delle
più lunghe che si ricordino e un
rallentamento sembra ormai
probabile. Vi sono poi molti fattori di
rischio specifici e difficilmente
ponderabili, ma molto reali come
quello di un conflitto USA-Iran o di
una recrudescenza delle tensioni nel
Medio Oriente. In queste condizioni,
rischiano di cadere come birilli i
paesi che sono finanziariamente più
fragili, e l’Italia è fra questi.
Nel merito, non è affatto ovvio
che il disavanzo 2019 possa davvero
attestarsi al 2,1%. È vero che le stime
di spesa per Reddito di Cittadinanza
e Quota 100 erano state fatte con un
opportuno margine di prudenza, ma
ci sembra improbabile che si possa
fare affidamento sui risparmi che si
sono manifestati sino ad oggi, dal
momento che le domande sono
ancora aperte. Inoltre, le
informazioni che abbiamo sulle
entrate non sono del tutto positive: va
molto bene l’Iva, ma il totale delle
entrate tributarie cresce solo dell’1%
(primi 4 mesi dell’anno) e le entrate
contributive calano del 2,1% (primi 3
mesi).
Per il 2010, rimane molto elevato
il rischio che nella prossima Legge di
Bilancio per far tornare i conti si
finisca per fare affidamento su una
forte revisione verso l’alto del
disavanzo. Il punto di fondo è che le
due misure chiave del 2019, Reddito
di Cittadinanza e Quota 100, non
sono finanziate. Nel 2019
formalmente sono state coperte con
molti rinvii di spese e anticipi di
imposte, ossia con misure che
rinviano i problemi agli anni
successivi. Nel 2020 e 2021, la
copertura è rappresentata
principalmente dagli aumenti
dell’IVA previsti nelle clausole di
salvaguardia che per il governo e –
ciò che più conta – per il Parlamento
non devono essere messi in atto. A
queste considerazioni si aggiunge il
fatto che si è praticamente persa ogni
traccia di quattro azioni fondamentali
che potrebbero migliorare la
prospettiva dei conti pubblici: la
spending review, la riduzione delle
spese classificate come dannose per
l’ambiente, il disboscamento delle
spese fiscali e le privatizzazioni.
Queste ultime sono iscritte nel
bilancio 2019 per ben 18 miliardi.
Tutto ciò avviene in un contesto
in cui non è chiara la collocazione
internazionale dell’Italia (Conte va in
Cina e Salvini in USA), vari
esponenti della maggioranza
continuano a metter in dubbio
l’appartenenza dell’Italia all’Unione
Monetaria e si approvano
emendamenti, ad esempio sull’ex-
Ilva, che creano sconcerto nel mondo
delle imprese.
In queste condizioni, non c’è da
meravigliarsi se lo spread rimane
elevato, nonostante la recente
riduzione legata agli annunci della
Bce, la crescita rimane stentata e
l’effetto ‘palla di neve’ tende a far
crescere in prospettiva il rapporto fra
debito e Pil, mettendo in discussione
la sua sostenibilità.
@lorenzocodogno
@giampaolog

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IL DIVIDENDO CDP RIDUCE IL DEBITO, di Giampaolo Galli, Inpiù, 24 giugno 2019

Dunque il Tesoro chiede alla Cassa Depositi e Prestiti di deliberare una distribuzione straordinaria di dividendi a valere sugli utili 2018 (2,54 miliardi): 960 milioni, di cui quasi 800 al Tesoro, che si aggiungono ai 1.550 già distribuiti. A prima vista, la cosa un po’ stupisce perché, come si sa, la Commissione non prende in considerazione le operazioni una tantum. Continua a leggere

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La struttura della manovra non cambia, di Giampaolo Galli, Inpiù, 14 dicembre 2018

Moscovici ha dichiarato che l’Italia ha fatto un passo avanti, ma che lo sforzo ancora non basta. In effetti, non si capisce che cosa cambi di sostanziale nella manovra. Per quel che ne sappiamo, la riduzione da 2,4% a 2 (e qualcosa) viene ottenuta essenzialmente attraverso qualche rinvio. Continua a leggere

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Il tramonto della “manovra del cambiamento”, l’audizione di Tria tra espansione e recessione, di Giampaolo Galli; Inpiù, 5 dicembre 2018

L’iter di una legge di bilancio è sempre travagliato. Questa volta è peggio del solito, dato che, se si giungerà ad un accordo con la Commissione, un maxiemendamento cambierà i saldi e non si sa che fine faranno gli emendamenti approvati in Commissione. Continua a leggere

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Il divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro: teorie sovraniste e realtà, di Giampaolo Galli. Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani- Università Cattolica

Secondo alcune versioni delle teorie sovraniste, il cosiddetto divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981 sarebbe all’origine dei guai dell’Italia perché avrebbe comportato forti aumenti dei tassi d’interesse e la grande crescita del debito pubblico negli anni ottanta. In realtà, il divorzio fu, dal punto di vista formale, una piccola riforma, largamente incompiuta; in particolare non tolse ai governi il potere di decidere sui tassi d’interesse e vari canali di finanziamento monetario del deficit rimasero aperti. Tale potere non fu però utilizzato perché nella politica e nella società italiana stava maturando un cambiamento profondo: l’Italia non voleva più essere il paese dell’inflazione e delle continue svalutazioni del cambio, perché ciò era considerato nocivo per la crescita economica e per la coesione sociale. Quel cambiamento si era già tradotto nell’adesione, nel 1979, al Sistema Monetario Europeo e poco dopo sarebbe sfociato nel lodo Scotti e nel cosiddetto decreto di San Valentino con cui governo e parti sociali (o alcune di esse) si impegnarono a ridurre rapidamente l’inflazione. All’inizio degli anni ottanta, i tassi di interesse nominali e reali aumentarono in tutto il mondo. Se l’Italia si fosse chiamata fuori dal cambiamento, l’inflazione, alimentata dal secondo shock petrolifero, sarebbe ulteriormente aumentata. Il problema che non si riuscì a risolvere allora e che è ancora irrisolto oggi è quello del debito pubblico. Quando la società e la politica scelgono di combattere l’inflazione, lo Stato perde il gettito della tassa da inflazione e deve ricorrere ad altre forme di imposizione o a riduzioni della spesa per mantenere in equilibrio i conti pubblici. Ciò fu fatto con successo in tutti i paesi avanzati, ad eccezione dell’Italia. Chi critica il divorzio rimpiange i tempi in cui lo stato si finanziava con la tassa da inflazione che alla fine degli anni settanta raggiunse il 12 per cento del Pil, il doppio dell’attuale gettito dell’Iva; era una tassa opaca ed iniqua, perché non tutti avevano le cognizioni necessarie per comprenderne gli effetti o per evitarla investendo in attività alternative o all’estero. L’anomalia dell’Italia non è il divorzio, ma una politica di bilancio che ancora oggi non è riuscita a fare i conti con la realtà. A chi dice, in ogni caso esagerando, che il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione.   Continua a leggere

Non toccate il risparmio degli italiani, Inpiù, 29-10-2018

C’era da aspettarselo. Dopo tante chiacchiere sul fatto che il debito pubblico dell’Italia è solido perché c’è tanto risparmio privato accumulato e dopo la martellante richiesta di uno scudo di ultima istanza da parte della Bce, un economista della Bundesbank, Karsten Wendorff, ha fatto due più due e ha proposto che lo scudo anti-spread se lo facciano gli italiani con un prestito forzoso commisurato al loro patrimonio. Continua a leggere

La Russia non ci aiuterà a finanziare il debito pubblico, Formiche 28 ottobre 2018

È difficile che i russi possano mettere risorse significative in un Paese, l’Italia, che non è considerato totalmente sicuro dal punto di vista dei mercati. Per quanto possa avere interesse a indebolire l’Ue, è difficile che voglia fare un’azione che l’Europa considererebbe ostile

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