Archivi categoria: Debito pubblico

LE SFIDE PER DANIELE FRANCO (E PER MARIO DRAGHI)

di Giampaolo Galli, Inpiù, 16 febbraio 2021

Daniele Franco

Due sono le sfide che stanno di fronte al ministro dell’economia e al premier. La prima è come conciliare i necessari ristori ai settori colpiti dalla pandemia con l’esigenza di iniziare un percorso di graduale discesa del rapporto debito/pil, dal picco di 160% circa raggiunto nel 2020.

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Come affronteremo il problema del debito da Covid?

L’esperienza dei due dopo-guerra non è replicabile.

di Giampaolo Galli, Il Riformista, 5 gennaio 2021

Uno dei lasciti dell’epidemia sarà un debito pubblico elevatissimo, che probabilmente a fine 2020 dovrebbe essersi attestato attorno al 160% del Pil, il valore più alto dall’Unità d’Italia. Il debito raggiunse un valore simile, 159%, dopo la prima guerra mondiale, nel 1920.

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Non si chiamano così, ma sono eurobonds! di Giampaolo Galli, Inpiù, 5 agosto 2020

Da almeno un decennio tutti i politici italiani chiedono gli eurobonds. Anche se non si chiamano più così – perché il termine è tossico per molti elettori del Nord Europa – ora gli eurobonds sono finalmente arrivati con il grande progetto NextGenerationEU; sul nuovo debito naturalmente, non per mutualizzare quello vecchio. Ma molti sembra non se ne siano accorti e fanno i conticini del dare/avere dell’Italia senza tenere conto della fondamentale innovazione rappresentata dal fatto che si crea debito comune europeo. Per il NextGenerationEU l’Unione si indebiterà sui mercati per 750 miliardi dei quali ben 209 destinati all’Italia. Qualcuno obietta che la maggioranza di questi fondi (129 miliardi) saranno girati all’Italia sotto forma di prestiti, senza considerare che saranno prestiti a tassi molto convenienti e soprattutto saranno prestiti stabili; anche in caso di crisi non saranno oggetto di speculazione contro l’Italia. I sovranisti puntano sulle normali emissioni di titoli (con contorno tricolore) e dimenticano questo dettaglio niente affatto irrilevante: anche gli italiani, in caso di crisi, riverserebbero i titoli sul mercato, come è sempre avvenuto in passato. Ci sono poi coloro che dicono che i trasferimenti netti non sono 80 miliardi, ma circa 50 perché prima o poi gli italiani dovranno dare il loro contributo al bilancio europeo (con circa 30 miliardi) per ripagare la componente di trasferimenti (390 miliardi) sul totale dei 750 miliardi del NextGenerationEu.

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Che fine ha fatto la liquidità immessa dalle banche centrali? di Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Francesco Tucci, Ocpi, 14 luglio 2020

Da molti anni tutte le principali banche centrali immettono nel sistema economico grandi masse di liquidità. Queste azioni hanno contribuito a mantenere su livelli molto bassi i tassi di interesse e hanno probabilmente avuto il merito di attenuare la gravità della crisi del 2008-2009 e degli anni successivi, evitando che si formassero focolai di tensione finanziaria. Non si sono però tradotte in un aumento significativo del credito erogato e della moneta detenuta dal pubblico. Il crollo del moltiplicatore monetario e di quello del credito ha quindi indotto alcuni a credere che la banca centrale possa stampare moneta per finanziare i deficit pubblici quasi senza limiti. Per affrontare questa questione, oltre che per meglio comprendere gli aspetti tecnici del meccanismo monetario, è importante cercare di dare una spiegazione del crollo del valore del moltiplicatore della base monetaria. L’analisi suggerisce che ci siano dei fattori endogeni quali il venire meno della fiducia reciproca fra banche, un fenomeno che si verificò anche dopo la crisi del 1929; ma ha pesato anche la regolazione a cominciare dai capital ratio più stringenti, che hanno impedito a molte banche di aumentare l’offerta di credito, e altre norme che hanno reso più costoso per le banche operare sull’interbancario. Il risultato è stato che, per contenere il rischio, le banche hanno preferito tenere la liquidità presso le banche centrali, anziché prestarla ad altre banche attraverso il mercato interbancario. Ciò ha comportato un enorme aumento del fabbisogno di liquidità delle banche che è stato in ampia misura soddisfatto con il QE. Infine, le politiche di QE si sono scontrate con la difficoltà di portare i tassi di interesse a livelli negativi o comunque molto bassi: in particolare, un ostacolo è rappresentato dal fatto che tassi sui depositi troppo bassi possono indurre le persone a detenere contante, il che comporta che anche i tassi sui prestiti abbiano un limite verso il basso. Questo insieme di circostanze ha consentito alle banche centrali di acquistare grandi quantità di titoli pubblici, senza provocare effetti indesiderati sui prezzi degli asset o sull’inflazione. Ma è improbabile che questa condizione si ripeta in futuro per un lungo periodo di tempo.

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* Questa nota è stata ripresa da IlSole24Ore in questo articolo del 14 luglio 2020

Perchè il debito pubblico è un problema e come se ne esce. La mia sintesi del numero 1 della (rinata) Rivista di Politica Economica.

Il primo numero della rinata Rivista di Politica Economica è una monografia, interamente dedicata al tema del debito pubblico. I primi tre lavori, di Lorenzo Codogno, Andrea Presbitero e Stefano Caselli, fanno il punto su quello che sappiamo circa la gravità del problema nel contesto italiano e dei suoi riflessi sulla crescita economica, sulla stabilità del sistema bancario e sulla competitività delle imprese. I successivi tre lavori – uno di Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes, un secondo di Marika Cioffi, Pietro Rizza, Marzia Romanelli e Pietro Tommasino e il terzo di Gabriele Giudice – si interrogano sulle soluzioni possibili, anche alla luce degli sviluppi che si stanno affermando in Europa riguardo alla governance dell’Eurozona di cui tratta il lavoro di Marcello Messori. Gli ultimi due lavori, di Ugo Panizza e Leonardo Becchetti, trattano di quelle che vengono spesso propagandate come soluzioni, ma sono illusorie: aumento del deficit per spingere sul denominatore del rapporto debito/PIL, ripudio del debito, monetizzazione e uscita dall’euro.             Continua qui.

Il commento dell’Osservatorio CPI alla Nota di Aggiornamento al DEF, 5 ottobre 2019.

Il quadro di finanza pubblica incluso nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF) prevede solo limitati miglioramenti nelle nostre finanze pubbliche per il prossimo triennio. Inoltre, tali miglioramenti, compresa la riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil, sono principalmente dovuti alla prevista riduzione della spesa per interessi e a un aumento del tasso di inflazione. Con andamenti meno favorevoli di tassi di interesse e inflazione il debito pubblico resterebbe su valori intorno al 135 per cento del Pil, lasciando esposta l’Italia a un aumento dei tassi di interesse o, in presenza di un cambiamento nel sentimento dei mercati finanziari, a un aumento dello spread.

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Basteranno le decisioni di ieri per evitare la procedura? di Giampaolo Galli, Inpiù, 02/07/2019

Basteranno le decisioni del Consiglio dei Ministri di ieri ad evitare la procedura d’infrazione a carico dell’Italia? Qualche dubbio è legittimo. La cosa più evidente che manca è una valutazione di come si potrà affrontare la manovra 2020. Nulla si dice su come si potrà evitare l’aumento dell’Iva e su come si potranno finanziare la flat tax e le cosiddette spese indifferibili, per un totale di circa 40 miliardi. Ma anche i conti 2019 traballano. La mancanza più evidente sono le privatizzazioni che erano state messe a bilancio per ben18 miliardi; anche di queste non si sa più nulla ed è significativo che non ne faccia cenno il comunicato del Mef successivo al Consiglio dei Ministri che pure su molte altre poste fornisce informazioni di notevole dettaglio. L’unico punto a favore del governo è che non sembra impossibile che l’indebitamento netto di quest’anno sia inferiore alle previsioni del Def del maggio scorso di 7,6 miliardi e che quindi il deficit si fermi al 2%, anziché al 2,4% che era la previsione di maggio.

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La tregua con l’UE e i problemi rimandati al 2020, di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, Il Sole24Ore, 28 giugno 2019

Dai segnali che provengono dalla
Commissione si può ritenere
possibile che, almeno per qualche
mese, l’Italia riesca a evitare la
procedura d’infrazione. Un
compromesso sul passato e una
sospensione del giudizio sul futuro,
sino all’autunno prossimo, sembra
possibile in virtù di considerazioni sia
tecniche che politiche. Se così fosse
sarebbe certamente una buona
notizia, ma non si può non
sottolineare come i conti pubblici
rimarrebbero fortemente squilibrati e
continuerebbero a essere fonte di
fragilità per l’Italia.
Il rinvio all’autunno sembra
possibile innanzitutto per motivi
politici. L’Europa è ancora alle prese
con il grande problema della Brexit e
probabilmente i leaders europei
preferiscono affrontare un problema
alla volta. Inoltre è in corso il
negoziato per le nomine al vertice
delle istituzioni europee; in questo
negoziato, l’Italia ha poche chances e
proprio per questo può far pesare il
suo supporto ai candidati di altri paesi
per ottenere una ‘minoranza di
blocco’ ed evitare la procedura.
Un rinvio è anche possibile per
motivi tecnici. Secondo il ministro
Tria infatti il deficit 2019 non sarà al
2,5% del Pil, come nelle ultime
previsioni della Commissione, ma al
2,1%. Tuttavia, il vero buco nero dei
conti riguarda il 2020 e oltre. E qui
Tria e Conte non hanno una linea di
difesa dal momento che non sanno
come potranno essere trovati i 40 o 45
miliardi che servono. Ma il governo
può ragionevolmente dire alla
Commissione che i conti sul 2020
verranno fatti nella Legge di Bilancio
e quindi chiedere di fatto un rinvio a
ottobre.
Ma qual è il vero stato dei conti
pubblici italiani? È immaginabile che
nel 2020 e negli anni successivi il
debito pubblico possa cominciare a
ridursi rispetto al Pil, o quantomeno a
stabilizzarsi?
Questa è la domanda di fondo che
nessuno può eludere e che tornerà
comunque a perseguitare l’Italia nei
prossimi mesi. Non si tratta
ovviamente di una domanda nuova,
ma oggi assume un significato
particolare alla luce dei rischi dello
scenario internazionale. Gli effetti
della guerra commerciale fra USA e
Cina si stanno rivelando molto più
gravi di quanto non si potesse
immaginare. Inoltre, la fase
espansiva statunitense che è seguita
alla crisi internazionale è una delle
più lunghe che si ricordino e un
rallentamento sembra ormai
probabile. Vi sono poi molti fattori di
rischio specifici e difficilmente
ponderabili, ma molto reali come
quello di un conflitto USA-Iran o di
una recrudescenza delle tensioni nel
Medio Oriente. In queste condizioni,
rischiano di cadere come birilli i
paesi che sono finanziariamente più
fragili, e l’Italia è fra questi.
Nel merito, non è affatto ovvio
che il disavanzo 2019 possa davvero
attestarsi al 2,1%. È vero che le stime
di spesa per Reddito di Cittadinanza
e Quota 100 erano state fatte con un
opportuno margine di prudenza, ma
ci sembra improbabile che si possa
fare affidamento sui risparmi che si
sono manifestati sino ad oggi, dal
momento che le domande sono
ancora aperte. Inoltre, le
informazioni che abbiamo sulle
entrate non sono del tutto positive: va
molto bene l’Iva, ma il totale delle
entrate tributarie cresce solo dell’1%
(primi 4 mesi dell’anno) e le entrate
contributive calano del 2,1% (primi 3
mesi).
Per il 2010, rimane molto elevato
il rischio che nella prossima Legge di
Bilancio per far tornare i conti si
finisca per fare affidamento su una
forte revisione verso l’alto del
disavanzo. Il punto di fondo è che le
due misure chiave del 2019, Reddito
di Cittadinanza e Quota 100, non
sono finanziate. Nel 2019
formalmente sono state coperte con
molti rinvii di spese e anticipi di
imposte, ossia con misure che
rinviano i problemi agli anni
successivi. Nel 2020 e 2021, la
copertura è rappresentata
principalmente dagli aumenti
dell’IVA previsti nelle clausole di
salvaguardia che per il governo e –
ciò che più conta – per il Parlamento
non devono essere messi in atto. A
queste considerazioni si aggiunge il
fatto che si è praticamente persa ogni
traccia di quattro azioni fondamentali
che potrebbero migliorare la
prospettiva dei conti pubblici: la
spending review, la riduzione delle
spese classificate come dannose per
l’ambiente, il disboscamento delle
spese fiscali e le privatizzazioni.
Queste ultime sono iscritte nel
bilancio 2019 per ben 18 miliardi.
Tutto ciò avviene in un contesto
in cui non è chiara la collocazione
internazionale dell’Italia (Conte va in
Cina e Salvini in USA), vari
esponenti della maggioranza
continuano a metter in dubbio
l’appartenenza dell’Italia all’Unione
Monetaria e si approvano
emendamenti, ad esempio sull’ex-
Ilva, che creano sconcerto nel mondo
delle imprese.
In queste condizioni, non c’è da
meravigliarsi se lo spread rimane
elevato, nonostante la recente
riduzione legata agli annunci della
Bce, la crescita rimane stentata e
l’effetto ‘palla di neve’ tende a far
crescere in prospettiva il rapporto fra
debito e Pil, mettendo in discussione
la sua sostenibilità.
@lorenzocodogno
@giampaolog

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IL DIVIDENDO CDP RIDUCE IL DEBITO, di Giampaolo Galli, Inpiù, 24 giugno 2019

Dunque il Tesoro chiede alla Cassa Depositi e Prestiti di deliberare una distribuzione straordinaria di dividendi a valere sugli utili 2018 (2,54 miliardi): 960 milioni, di cui quasi 800 al Tesoro, che si aggiungono ai 1.550 già distribuiti. A prima vista, la cosa un po’ stupisce perché, come si sa, la Commissione non prende in considerazione le operazioni una tantum. Nel lungo processo che ha portato le regole europee ad essere meno “stupide” – e per questo più complicate – di quelle che venivano usate prima della crisi, uno dei passi avanti importanti è stato quello di considerare i deficit strutturali calcolati nettando sia dei fattori ciclici sia delle una tantum.

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