Archivi categoria: Il gran guaio del debito pubblico

Non si chiamano così, ma sono eurobonds! di Giampaolo Galli, Inpiù, 5 agosto 2020

Da almeno un decennio tutti i politici italiani chiedono gli eurobonds. Anche se non si chiamano più così – perché il termine è tossico per molti elettori del Nord Europa – ora gli eurobonds sono finalmente arrivati con il grande progetto NextGenerationEU; sul nuovo debito naturalmente, non per mutualizzare quello vecchio. Continua a leggere

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Che fine ha fatto la liquidità immessa dalle banche centrali? di Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Francesco Tucci, Ocpi, 14 luglio 2020

Da molti anni tutte le principali banche centrali immettono nel sistema economico grandi masse di liquidità. Queste azioni hanno contribuito a mantenere su livelli molto bassi i tassi di interesse e hanno probabilmente avuto il merito di attenuare la gravità della crisi del 2008-2009 e degli anni successivi, evitando che si formassero focolai di tensione finanziaria. Non si sono però tradotte in un aumento significativo del credito erogato e della moneta detenuta dal pubblico. Il crollo del moltiplicatore monetario e di quello del credito ha quindi indotto alcuni a credere che la banca centrale possa stampare moneta per finanziare i deficit pubblici quasi senza limiti. Per affrontare questa questione, oltre che per meglio comprendere gli aspetti tecnici del meccanismo monetario, è importante cercare di dare una spiegazione del crollo del valore del moltiplicatore della base monetaria. L’analisi suggerisce che ci siano dei fattori endogeni quali il venire meno della fiducia reciproca fra banche, un fenomeno che si verificò anche dopo la crisi del 1929; ma ha pesato anche la regolazione a cominciare dai capital ratio più stringenti, che hanno impedito a molte banche di aumentare l’offerta di credito, e altre norme che hanno reso più costoso per le banche operare sull’interbancario. Il risultato è stato che, per contenere il rischio, le banche hanno preferito tenere la liquidità presso le banche centrali, anziché prestarla ad altre banche attraverso il mercato interbancario. Ciò ha comportato un enorme aumento del fabbisogno di liquidità delle banche che è stato in ampia misura soddisfatto con il QE. Infine, le politiche di QE si sono scontrate con la difficoltà di portare i tassi di interesse a livelli negativi o comunque molto bassi: in particolare, un ostacolo è rappresentato dal fatto che tassi sui depositi troppo bassi possono indurre le persone a detenere contante, il che comporta che anche i tassi sui prestiti abbiano un limite verso il basso. Questo insieme di circostanze ha consentito alle banche centrali di acquistare grandi quantità di titoli pubblici, senza provocare effetti indesiderati sui prezzi degli asset o sull’inflazione. Ma è improbabile che questa condizione si ripeta in futuro per un lungo periodo di tempo.

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* Questa nota è stata ripresa da IlSole24Ore in questo articolo del 14 luglio 2020

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Perchè il debito pubblico è un problema e come se ne esce. La mia sintesi del numero 1 della (rinata) Rivista di Politica Economica.

Il primo numero della rinata Rivista di Politica Economica è una monografia, interamente dedicata al tema del debito pubblico. I primi tre lavori, di Lorenzo Codogno, Andrea Presbitero e Stefano Caselli, fanno il punto su quello che sappiamo circa la gravità del problema nel contesto italiano e dei suoi riflessi sulla crescita economica, sulla stabilità del sistema bancario e sulla competitività delle imprese. I successivi tre lavori – uno di Sofia Bernardini, Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli e Carlo Valdes, un secondo di Marika Cioffi, Pietro Rizza, Marzia Romanelli e Pietro Tommasino e il terzo di Gabriele Giudice – si interrogano sulle soluzioni possibili, anche alla luce degli sviluppi che si stanno affermando in Europa riguardo alla governance dell’Eurozona di cui tratta il lavoro di Marcello Messori. Gli ultimi due lavori, di Ugo Panizza e Leonardo Becchetti, trattano di quelle che vengono spesso propagandate come soluzioni, ma sono illusorie: aumento del deficit per spingere sul denominatore del rapporto debito/PIL, ripudio del debito, monetizzazione e uscita dall’euro.             Continua qui.

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Il commento dell’Osservatorio CPI alla Nota di Aggiornamento al DEF, 5 ottobre 2019.

Il quadro di finanza pubblica incluso nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF) prevede solo limitati miglioramenti nelle nostre finanze pubbliche per il prossimo triennio. Inoltre, tali miglioramenti, compresa la riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil, sono principalmente dovuti alla prevista riduzione della spesa per interessi e a un aumento del tasso di inflazione. Con andamenti meno favorevoli di tassi di interesse e inflazione il debito pubblico resterebbe su valori intorno al 135 per cento del Pil, lasciando esposta l’Italia a un aumento dei tassi di interesse o, in presenza di un cambiamento nel sentimento dei mercati finanziari, a un aumento dello spread. La misura principale prevista per la legge di bilancio è il disinnesco della clausola IVA da 23 miliardi. Le altre misure, per un totale di circa 7 miliardi, comprendono essenzialmente una modesta riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, la proroga degli incentivi agli investimenti privati (Industria 4.0) e un marginale aumento degli stanziamenti per gli investimenti pubblici. Nel complesso, la manovra ammonta dunque a circa 30 miliardi. Per circa la metà, essa determina un aumento del deficit da un valore tendenziale stimato a 1,4 per cento del Pil a 2,2 per cento del quadro programmatico (circa 14 miliardi; tuttavia, il deficit tendenziale era stato ridotto rispetto alle stime del DEF di aprile di circa 10 miliardi dalle misure di risparmio introdotte nel luglio scorso e dalla discesa dei tassi di interesse, sicché quanto finanziato in deficit rispetto al DEF di aprile è pari a circa 4 miliardi). Per il resto, essa trova coperture principalmente dal lato delle entrate, attraverso il contrasto all’evasione (per ben 7 miliardi), la riduzione delle spese fiscali e dei sussidi dannosi per l’ambiente (meno di 2 miliardi) e “altre misure” che comprendono la proroga dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni. Misure di revisione della spesa sono marginali (meno di 2 miliardi). L’ esito del giudizio della Commissione sul rispetto delle regole europee rimane incerto: è possibile che ci venga comunque richiesta una piccola revisione dei conti, anche in virtù delle fragili previsioni sul recupero dell’evasione. Continua a leggere

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Basteranno le decisioni di ieri per evitare la procedura? di Giampaolo Galli, Inpiù, 02/07/2019

Basteranno le decisioni del Consiglio dei Ministri di ieri ad evitare la procedura d’infrazione a carico dell’Italia? Qualche dubbio è legittimo. La cosa più evidente che manca è una valutazione di come si potrà affrontare la manovra 2020. Continua a leggere

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La tregua con l’UE e i problemi rimandati al 2020, di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, Il Sole24Ore, 28 giugno 2019

Dai segnali che provengono dalla
Commissione si può ritenere
possibile che, almeno per qualche
mese, l’Italia riesca a evitare la
procedura d’infrazione. Un
compromesso sul passato e una
sospensione del giudizio sul futuro,
sino all’autunno prossimo, sembra
possibile in virtù di considerazioni sia
tecniche che politiche. Se così fosse
sarebbe certamente una buona
notizia, ma non si può non
sottolineare come i conti pubblici
rimarrebbero fortemente squilibrati e
continuerebbero a essere fonte di
fragilità per l’Italia. Continua a leggere

IL DIVIDENDO CDP RIDUCE IL DEBITO, di Giampaolo Galli, Inpiù, 24 giugno 2019

Dunque il Tesoro chiede alla Cassa Depositi e Prestiti di deliberare una distribuzione straordinaria di dividendi a valere sugli utili 2018 (2,54 miliardi): 960 milioni, di cui quasi 800 al Tesoro, che si aggiungono ai 1.550 già distribuiti. A prima vista, la cosa un po’ stupisce perché, come si sa, la Commissione non prende in considerazione le operazioni una tantum. Continua a leggere

La struttura della manovra non cambia, di Giampaolo Galli, Inpiù, 14 dicembre 2018

Moscovici ha dichiarato che l’Italia ha fatto un passo avanti, ma che lo sforzo ancora non basta. In effetti, non si capisce che cosa cambi di sostanziale nella manovra. Per quel che ne sappiamo, la riduzione da 2,4% a 2 (e qualcosa) viene ottenuta essenzialmente attraverso qualche rinvio. Continua a leggere

Il tramonto della “manovra del cambiamento”, l’audizione di Tria tra espansione e recessione, di Giampaolo Galli; Inpiù, 5 dicembre 2018

L’iter di una legge di bilancio è sempre travagliato. Questa volta è peggio del solito, dato che, se si giungerà ad un accordo con la Commissione, un maxiemendamento cambierà i saldi e non si sa che fine faranno gli emendamenti approvati in Commissione. Continua a leggere

Il divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro: teorie sovraniste e realtà, di Giampaolo Galli. Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani- Università Cattolica

Secondo alcune versioni delle teorie sovraniste, il cosiddetto divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981 sarebbe all’origine dei guai dell’Italia perché avrebbe comportato forti aumenti dei tassi d’interesse e la grande crescita del debito pubblico negli anni ottanta. In realtà, il divorzio fu, dal punto di vista formale, una piccola riforma, largamente incompiuta; in particolare non tolse ai governi il potere di decidere sui tassi d’interesse e vari canali di finanziamento monetario del deficit rimasero aperti. Tale potere non fu però utilizzato perché nella politica e nella società italiana stava maturando un cambiamento profondo: l’Italia non voleva più essere il paese dell’inflazione e delle continue svalutazioni del cambio, perché ciò era considerato nocivo per la crescita economica e per la coesione sociale. Quel cambiamento si era già tradotto nell’adesione, nel 1979, al Sistema Monetario Europeo e poco dopo sarebbe sfociato nel lodo Scotti e nel cosiddetto decreto di San Valentino con cui governo e parti sociali (o alcune di esse) si impegnarono a ridurre rapidamente l’inflazione. All’inizio degli anni ottanta, i tassi di interesse nominali e reali aumentarono in tutto il mondo. Se l’Italia si fosse chiamata fuori dal cambiamento, l’inflazione, alimentata dal secondo shock petrolifero, sarebbe ulteriormente aumentata. Il problema che non si riuscì a risolvere allora e che è ancora irrisolto oggi è quello del debito pubblico. Quando la società e la politica scelgono di combattere l’inflazione, lo Stato perde il gettito della tassa da inflazione e deve ricorrere ad altre forme di imposizione o a riduzioni della spesa per mantenere in equilibrio i conti pubblici. Ciò fu fatto con successo in tutti i paesi avanzati, ad eccezione dell’Italia. Chi critica il divorzio rimpiange i tempi in cui lo stato si finanziava con la tassa da inflazione che alla fine degli anni settanta raggiunse il 12 per cento del Pil, il doppio dell’attuale gettito dell’Iva; era una tassa opaca ed iniqua, perché non tutti avevano le cognizioni necessarie per comprenderne gli effetti o per evitarla investendo in attività alternative o all’estero. L’anomalia dell’Italia non è il divorzio, ma una politica di bilancio che ancora oggi non è riuscita a fare i conti con la realtà. A chi dice, in ogni caso esagerando, che il divorzio fu un colpo di mano in spregio delle istituzioni democratiche è facile rispondere che nessun parlamento aveva mai autorizzato quell’enorme scippo di risorse ai danni dei risparmiatori che lo Stato attuò negli anni settanta con la tassa da inflazione.   Continua a leggere

Non toccate il risparmio degli italiani, Inpiù, 29-10-2018

C’era da aspettarselo. Dopo tante chiacchiere sul fatto che il debito pubblico dell’Italia è solido perché c’è tanto risparmio privato accumulato e dopo la martellante richiesta di uno scudo di ultima istanza da parte della Bce, un economista della Bundesbank, Karsten Wendorff, ha fatto due più due e ha proposto che lo scudo anti-spread se lo facciano gli italiani con un prestito forzoso commisurato al loro patrimonio. Continua a leggere

La Russia non ci aiuterà a finanziare il debito pubblico, Formiche 28 ottobre 2018

È difficile che i russi possano mettere risorse significative in un Paese, l’Italia, che non è considerato totalmente sicuro dal punto di vista dei mercati. Per quanto possa avere interesse a indebolire l’Ue, è difficile che voglia fare un’azione che l’Europa considererebbe ostile

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COMMENTO ALLA NOTA DI AGGIORNAMENTO AL DEF 2018; Osservatorio CPI: una manovra che aumenta i rischi per l’Italia

🔹 Nella Nota di Aggiornamento al DEF si prevede che il tasso di crescita del Pil aumenti dall’1,2 per cento stimato per il 2018 all’1,5 nel 2019. Ciò avverrebbe in virtù di una politica di sostegno della domanda che si traduce in un aumento del deficit dall’1,8 per cento del Pil stimato per il 2018 al 2,4 nel 2019. Si tratta di un obiettivo difficile da raggiungere (anche se non impossibile), alla luce del rallentamento in atto nell’economia internazionale, che è anche più marcato nell’economia italiana. Occorre tenere conto che sul comportamento delle imprese e dei consumatori italiani pesano in negativo quegli stessi fattori di incertezza che hanno portato all’aumento dello spread che si è registrato sino ad oggi. La stima per il Pil appare dunque scontare la rapida eliminazione di quei fattori di incertezza e un calo dello spread (vedi sotto). Continua a leggere

I troppi “se” che pesano sulla sostenibilità del debito, Il Sole 24Ore, 03-10-2018, con Lorenzo Codogno

L’intervista al Ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria pubblicata sabato da questo giornale è servita a chiarire alcuni aspetti cruciali della logica sottostante la manovra proposta dal governo. La domanda che ci si pone è se sia stata sufficiente a dissipare i dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, quei dubbi che fanno sì che lo spread sia tanto elevato. Continua a leggere

Galli all’ “Avvenire”: Tagliare la spesa richiede un’assunzione di responsabilità politica”. Intervista di Pietro Saccò. 20/09/2018

Da martedì scorso Giampaolo Galli è il vice-direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani guidato da Carlo Cottarelli. In questo ruolo nuovo, l’esperto economista milanese che è stato per anni nell’ufficio studi della Banca d’Italia prima di diventare capo economista e poi direttore generale di Confindustria vuole «rafforzare la capacità dell’Osservatorio di fornire analisi serie, obiettive e rigorosamente super partes».

Per mesi l’Osservatorio ha fatto presente che le promesse elettorali avevano costi incompatibili con l’equilibrio di bilancio. La tensione interna al governo di questi giorni è figlia di quel problema. Pensa che riusciranno a uscirne? Continua a leggere

Una manovra per la sostenibilità del debito, Il Sole 24Ore, 11 settembre 2018, con Lorenzo Codogno

Finalmente, dopo mesi di dichiarazioni contrastanti e in qualche caso allarmanti, sembra che il governo si stia orientando a presentare una manovra rispettosa delle regole europee. Le dichiarazioni in questo senso dei leader di maggioranza hanno già avuto l’effetto di calmierare un po’ lo spread fra i Btp e i titoli di tutti gli altri paesi dell’Eurozona. Ma cosa rischia l’Italia nel caso in cui si scelga un obiettivo non coerente con la cornice fiscale europea? E quale può essere un numero ragionevole che metta l’Italia al riparo da questi rischi? Continua a leggere

I pericoli di uno scontro con i mercati, Il Sole 24Ore, 31/08/2018, con Lorenzo Codogno

Non era mai successo che esponenti del governo in carica annunciassero l’imminenza di una crisi finanziaria e che lo facessero ripetutamente e con tanta insistenza. L’ultima uscita è stata quella Di Maio per il quale l’autunno sarà caldo, anzi caldissimo. Continua a leggere