Il successo dei partiti anti sistema e il motore imballato dell’economia, con Lorenzo Codogno, il Sole 24Ore, 31 marzo 2018

L’Italia è un caso anomalo fra i paesi sviluppati perché da circa un quarto di secolo è il paese che registra i tassi di crescita più bassi. Quando un paese non cresce per un periodo di tempo così lungo, qualcuno migliora la propria condizione, ma molti altri la peggiorano. Di qui l’aumento dell’incidenza della povertà e l’elevata disoccupazione.

Il nesso fra la crisi economica e il successo dei partiti anti sistema non può essere meccanico, ma è evidente che questi stessi partiti hanno denunciato i tanti aspetti di una condizione sociale deteriorata e che questa è stata la chiave del loro successo.

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Perché il PD deve stare all’opposizione

In un tweet del 28 marzo, commentavo un bell’articolo di Claudio Cerasa (eccolo) che spiegava tutti i motivi per i quali il M5S e la Lega faranno disastri e aggiungevo: “Non vedo perché il PD dovrebbe essere corresponsabile, #senzadime”. 

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“Le riforme istituzionali sono fondamentali per la crescita” – estratto dall’intervento di Giampaolo Galli all’assemblea del Gruppo PD alla Camera – 7/01/2015

Ritengo che non abbia fondamento la critica secondo cui staremmo sprecando tempo e capitale politico occupandoci di riforme costituzionali ed elettorali, invece di dedicarci “all’unica cosa che interessa la gente” e cioè la crisi economica.

Innanzitutto è difficile, almeno per me, immaginare cosa di più si potesse fare contro la crisi: il bonus di 80 euro, l’azzeramento dell’Irap lavoro, l’azzeramento dei contributi per i neoassunti nel 2015, la riforma dell’articolo 18 sono i principali provvedimenti realizzati. Sono quanto di meglio gli economisti e gli stessi imprenditori potessero immaginare, almeno dati i vincoli dettati dal combinato disposto di un alto debito pubblico e delle regole europee.  A questi provvedimenti vanno aggiunte le riforme strutturali in itinere – più complesse, ma non meno importanti – su fisco, scuola, PA, giustizia.

Il secondo, fondamentale motivo che mi induce a ritenere infondata questa critica è che le istituzioni politiche sono decisive per la crescita. Ne sono consapevoli gli studiosi, le forze sociali, gli imprenditori, i mercati. C’è una sterminata letteratura economica su questo punto. Testi con titoli come “Institutions as a fundamental cause of long-run growth”, oppure: “Why nations fail?” sono ormai letture diffuse nei corsi base di economia. Le istituzioni interagiscono con la cultura e con la religione, ma non sono la stessa cosa; fortunatamente, le istituzioni sono molto meno difficili da modificare, attraverso scelte collettive consapevoli.

Fino ad oggi l’Italia è stata classificata fra le democrazie non decidenti. Una democrazia che non decide non scioglie i nodi, ossia non fissa delle regole che siano al tempo stesso uguali per tutti e capaci di adattarsi tempestivamente alle esigenze mutevoli della società.

E quando questo succede, le persone e le imprese trovano il modo di sciogliere i nodi da sé, arrangiandosi, servendosi dei propri sistemi di relazioni o favori.

Questo costituisce il tema centrale, dal punto di vista della crescita.

Se le istituzioni non decidono, il privato si arrangia e il mercato non funziona.

Questo è il terreno di coltura di favoritismi, capitalismo di relazione, lobbismo deteriore, corruzione. Da qui la svalutazione del merito, il proliferare di piccole e grandi autocrazie locali, nella burocrazia e nella politica, nell’intreccio fra queste e l’imprenditoria.

Tutto questo è il contrario di quei quattro concetti che sono al centro di qualunque analisi del buon funzionamento dei sistemi economici nonché dei Trattati dell’Unione Europea: diritti di proprietà, per definizione uguali per tutti, livellamento del campo di gioco, concorrenza e merito.

Un esempio che tutti conoscono. Dai noi spesso le amministrazioni non riescono a fare una seria pianificazione del territorio e a far funzionare un’organizzazione per il tempestivo rilascio delle autorizzazioni e per i controlli che sia coerente con quella pianificazione. Il risultato è che le persone si arrangiano con piccoli favori, con piccola e grande corruzione.

Gli italiani non sono intrinsecamente più corrotti di altri popoli.  Hanno un’amministrazione che funziona peggio che altrove. E funziona peggio perché le istituzioni politiche sembrano fatte apposta per non decidere.

Abbiamo una legge elettorale che obbliga a fare coalizioni, spesso complesse e litigiose.  I governi hanno orizzonti temporali brevissimi.  In queste condizioni, manca un centro di responsabilità, qualcuno cui l’opinione pubblica possa attribuire meriti e colpe su un orizzonte temporale che non sia quello della settimana o del mese. Con gli orizzonti brevi e la litigiosità della nostra politica non si riuscirebbe ad amministrare neanche un condominio.

Certo, sappiamo tutti che ci sono paesi, come la Germania, in cui le cose funzionano anche con leggi elettorali che sono sostanzialmente proporzionali. In Germania c’è grande stabilità – basti pensare che dal 1949 a oggi vi sono stati solo otto cancellieri, meno dei Presidenti degli Stati Uniti –  e si fanno coalizioni che non litigano. Ma con tutta evidenza le cose non vanno così da noi. Quindi dobbiamo porvi rimedio ricorrendo a un’accorta ingegneria istituzionale.

Una seconda evidente causa di inefficienza è il bicameralismo perfetto. Il problema non è tanto il tempo necessario per approvare una legge, ma soprattutto le molte coalizioni di blocco che si possono formare in ogni commissione e in aula durante l’esame dei provvedimenti, coalizioni che sono spesso diverse fra Camera e Senato. Qualcosa di simile accade anche al Congresso americano, come testimoniano, ad esempio, il blocco della riforma sanitaria di Clinton o lo shutdown degli uffici federali nell’autunno 2013. Anche lì dunque a volte le cose sono molto complesse, ma la differenza è che lì il Presidente trae legittimazione dal voto popolare e non dallo stesso Parlamento.  E’ dunque evidente che il bicameralismo perfetto, nell’ambito di un sistema parlamentare puro, è un fattore di inefficienza e scoraggia l’assunzione di decisioni.

Un ragionamento analogo si applica al tema della riforma del Titolo V.  Anche in questo caso il problema è che dobbiamo ristabilire dei precisi centri di responsabilità. Altrimenti il privato è costretto ad arrangiarsi nelle pieghe della confusione fra livelli di governo.

Una rapida approvazione del pacchetto di riforme istituzionali è dunque essenziale per sostenere l’economia.

Lo è nel lungo periodo. Ma lo è anche nell’immediato, perché i mercati scontano ad oggi gli effetti delle riforme sulla crescita futura e sulla sostenibilità del debito.  Le riforme ci aiutano dunque a immunizzarci dai formidabili rischi macroeconomici che girano per il mondo e che sembrano nuovamente generare reazioni di paura se non di vero e proprio panico nei mercati: dall’Ucraina, alla minaccia del terrorismo, al tapering della Fed, al conflitto fra i paesi del nord e la Grecia. Guardate i bollettini delle banche d’investimento internazionali: seguono con estrema attenzione a quello che noi stiamo facendo in materia  di riforme istituzionali.

Tutti noi chiediamo all’Europa di fare di più per la crescita, tramite politiche monetarie e di bilancio espansive, e di farlo rapidamente.  Lo chiediamo con grande forza nella convinzione che altrimenti è a rischio l’Euro e l’intero progetto europeo.

Condivido queste richieste e queste preoccupazioni. Ma aggiungo che ciò che possiamo fare noi nelle prossime settimane, approvando le riforme della Costituzione e della legge elettorale, non è meno importante per la crescita di ciò che possono fare Juncker e Draghi in Europa.

Testo estratto  dall’intervento di Giampaolo Galli all’assemblea del gruppo PD alla Camera – 7 gennaio 2015

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Dichiarazione di voto di Giampaolo Galli – esame congiunto del Rendiconto dello Stato per l’esercizio finanziario 2013 e delle disposizioni per l’assestamento per l’anno finanziario 2014

Il giudizio sul rendiconto 2013 non può che essere positivo perché sono stati tenuti sotto controllo i conti pubblici, il livello del disavanzo e dell’avanzo primario si sono collocati su valori migliori rispetto alla media dei Paesi europei. L’assestamento 2014 conferma queste tendenze.

A questi aspetti indubbiamente positivi ne corrispondono altri più problematici: l’ulteriore compressione delle spese per investimenti e il calo delle entrate tributarie dovuto alla recessione dell’economia.

L’aspetto che più ha suscitato preoccupazione è l’aumento del rapporto debito/PIL fino a oltre il  132 per cento.

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Come ha già osservato la Corte dei Conti, il tema diventa quello di quanto l’aggiustamento fatto sino ad ora sia tale da mettere in sicurezza l’Italia sotto il profilo della sostenibilità del debito pubblico. E dunque qual è lo sforzo aggiuntivo che deve ancora essere compiuto.

I dati ci dicono che, malgrado il cattivo andamento dell’economia che perdura sino al 2 trimestre di quest’anno, l’Italia ha fatto sostanzialmente ciò che era necessario per mettere sotto controllo la dinamica del rapporto debito/pil.

Sbagliano coloro che ritengono che l’Italia sia su un sentiero di insostenibilità del debito.

Sotto il profilo tecnico, osserviamo che, secondo le stime della Commissione europea, all’indebitamento netto pari al 3% corrisponde un disavanzo strutturale, ossia sostanzialmente corretto per il ciclo, pari a 0,7%. L’Italia dunque, anche nella valutazione della Commissione, non è lontana dal pareggio strutturale.

A questa considerazione, se ne aggiunge un’altra che è ampiamente condivisa dagli addetti ai lavori e nota agli investitori, e contribuisce a spiegare la fiducia che ci stanno accordando i mercati e dunque il calo degli spread.   Si ritiene cioè che la realtà del nostro deficit strutturale sia migliore di quanto non emerga dalle stime della Commissione. E’ uno dei molti punti che vanno chiariti a Bruxelles. Basti considerare che nel solo anno 2011 l’Italia ha fatto quattro manovre che assommano, secondo le stime di Banca d’Italia, a quasi il 5% del PIL come effetto sull’indebitamento 2013. Questo grande sforzo non è pienamente riflesso nei dati ufficiali della Commissione per motivi che sarà opportuno approfondire.

L’implicazione è che con una manutenzione intelligente dei risultati già raggiunti i parametri di finanza pubblica dovrebbero indirizzarsi nella direzione della sostenibilità non appena la situazione congiunturale e l’inflazione tornassero ad una condizione di relativa normalità.

Non è dunque giustificato il pessimismo che circola in alcuni ambienti riguardo alle prospettive del nostro debito.

E’vero invece – lo dobbiamo dire con forza – che i sacrifici fatti dagli italiani in questi anni non sono stati inutili.

Non hanno alcun senso le ipotesi di ristrutturazione del debito che sono apparse anche sulle prime pagine di alcuni quotidiani italiani.

La ristrutturazione del debito non sarebbe affatto una liberazione dalla necessità di perseguire la disciplina di bilancio, ma sarebbe una forma estrema di austerity concentrata in un brevissimo periodo di tempo. Sarebbe una tassa straordinaria e straordinariamente elevata, nell’ordine di svariate decine di punti di Pil. Per confronto la stretta fiscale operata dal governo Monti nel 2012 è stata di 2,5 punti di Pil.

Appare evidente che crollerebbe, ben più di quanto non sia accaduto sino ad oggi, la domanda interna con effetti devastanti sulle imprese e sull’occupazione.

Un’altra conseguenza sarebbe il default delle banche, con tutte le conseguenze che ciò comporta, come insegna l’esperienza della Grecia.

E’ difficile immaginare come l’economia possa riprendersi dopo uno shock di questo tipo.

E’ però certo che ci vorrebbero molti anni segnati da sofferenze sociali mai sperimentate prima.

Questo governo muove dall’assunto che bisogna tenere ferma la barra del timone dei conti pubblici perché le alternative sono molto peggiori, non per chi detiene capitali all’estero, ma per il popolo, per il nostro popolo, in particolare per i più deboli.

Dobbiamo ora fare ogni sforzo per rilanciare la crescita attraverso le riforme che questo governo ha iniziato a fare. E’ questa la condizione per negoziare con successo un cambiamento delle politiche europee.

Vanno ridotte le tasse sul lavoro, come non si è mai fatto prima e come invece si è iniziato a fare con il bonus Iperf di 80 euro.  I margini ci sono. Devono venire dalla spending review, che va fatta con grande serietà e determinazione, come è stato ribadito dal Presidente del Consiglio nonché in questa sede proprio oggi dal Ministro dell’Economia.

La riduzione delle tasse e le riforme servono perché oggi la nostra burocrazia, la giustizia, il fisco  sembrano fare di tutto per scoraggiare gli investimenti.

Le riforme in campo istituzionale ed economico che questo governo ha impostato, assieme al mantenimento di una ragionevole disciplina di bilancio, rimangono dunque le condizioni necessarie per la ripresa della produzione e dell’occupazione. Sono l’ingrediente indispensabile per poter finalmente tornare a percorrere il sentiero della crescita.

Per questi motivi, di natura tecnica e politica, dichiaro che il gruppo del PD voterà a favore dei due provvedimenti che sono oggi all’Odg.

> Consulta i due disegni di legge:

  • Rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato per l’esercizio finanziario 2013. (C. 2541)
  • Disposizioni per l’assestamento del bilancio dello Stato e dei bilanci delle Amministrazioni autonome per l’anno finanziario 2014. (C. 2542-A)

> Guarda il video dell’intervento in Aula

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“Smettiamo di scaricare tutti i nostri problemi sull’Europa” – Giampaolo Galli su Europa 03/05/2014

Non stupisce che una parte rilevante dello schieramento politico, a destra e nel M5S, sia esplicitamente anti europeo o anti euro. La novità di questa campagna elettorale è che, almeno sino ad oggi, ha sostanzialmente sposato la retorica euroscettica anche una parte del Partito democratico, che pure ha una solida tradizione europeista e tuttora racconta se stesso come il baluardo dell’Europa in Italia in opposizione ai populismi nazionalisti della destra e del M5S.

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