Le proposte dei liberal-democratici per il lavoro

di Giampaolo Galli, Inpiù, 11 novembre 2021.
Vari mesi fa, Azione di Carlo Calenda, Più Europa e alcune formazioni liberali (liberali, repubblicani e ALI) hanno dato incarico a Carlo Cottarelli di coordinare i lavori di vari comitati scientifici, uno per ogni materia, per provare a stilare un programma di riforme per l’Italia. Oggi è la volta del lavoro.

Vari mesi fa, Azione di Carlo Calenda, Più Europa e alcune formazioni liberali (liberali, repubblicani e ALI) hanno dato incarico a Carlo Cottarelli di coordinare i lavori di vari comitati scientifici, uno per ogni materia, per provare a stilare un programma di riforme per l’Italia. Di per sé, questa è una buona notizia perché forse da questo esercizio può emergere un progetto capace di aggregare le forze sparse di centro, anche se, a ben guardare, mancano all’appello vari gruppi e personalità che potrebbero utilmente contribuire a questo fine. Dopo i programmi su scuola e giustizia, ora è la volta del lavoro. Il programma contiene varie utili misure di liberalizzazione per quello che riguarda, ad esempio, i contratti a tempo determinato (superare il decreto dignità), le somministrazioni a termine, il lavoro a distanza e i voucher lavoro per le prestazioni occasionali. Manca una proposta che ridia certezza all’impresa sul costo di un licenziamento ritenuto illegittimo; questa scelta è forse dovuta al fatto che non si ritiene possibile superare i veti della Corte costituzionale che nel 2018 bocciò la scaletta che era stata prevista dal Jobs act. Fatto sta che il nucleo della proposta ruota attorno ad ammortizzatori sociali (da rendere universali davvero, e, se possibile, meno centrati sulla Cassa Integrazione) e sulle politiche attive.

Sugli ammortizzatori sociali, i conti andranno fatti per bene, posto che le categorie finora non coperte (ad es. il commercio al dettaglio) non hanno nessuna intenzione di pagare la loro quota e lo stanno dicendo in questi giorni a proposito della proposta Orlando. Sulle politiche attive, la scelta è quella di dare pari dignità a uffici del lavoro e agenzie private. Un’ottima a cosa, dato che tutti i tentativi di riformare gli uffici pubblici hanno sin qui dato risultati davvero modesti. Secondo i dati Eurostat, l’Italia è il paese europeo in cui è più bassa la percentuale di persone che si rivolgono agli uffici pubblici per cercare lavoro: 18%, contro una media UE (paesi dell’Est inclusi) del 42%. Peraltro, più dell’80% (anche questo un record negativo, al netto di alcuni paesi dell’est) si affidano – così recita Eurostat – a “familiari, amici e sindacati”, ma in Italia bisognerebbe forse dire “famigliari, sindaci, parroci e qualche boss”.  Hanno ragione i liberal-democratici: una riforma è davvero urgente.

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