Esiste un legame fra la felicità e il Pil?

di Giampaolo Galli, Giorgio Musso e Francesco Tucci. Ocpi, 19 giugno 2021.
Di recente è stata pubblicata l’edizione per il 2021 del World Happiness Report, un documento redatto per conto delle Nazioni Unite, in cui si indaga il legame esistente tra un indicatore del livello di soddisfazione di vita e alcune variabili socio-economiche. Dopo aver presentato alcune evidenze del documento, la nota si focalizza sul rapporto tra il grado di soddisfazione di vita e il Pil pro-capite, evidenziando l’esistenza di una forte correlazione. Tale legame è confermato dai risultati di un’analisi econometrica sul panel di dati a disposizione, i quali testimoniano la robustezza del rapporto tra queste due variabili. Il Pil, dunque, non sarà la sola determinate della soddisfazione di vita, ma ne rappresenta certamente una componente importante.

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Il World Happiness Report (WHR) è un documento realizzato a cadenza annuale a partire dal 2012 da un gruppo di ricercatori indipendenti per conto delle Nazioni Unite.[1] Il rapporto viene redatto a seguito di una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del Giugno 2011 che invitava i governi a “dare maggiore importanza alla felicità e al benessere come misure dello sviluppo economico”. Il documento cerca dunque di valutare il livello di soddisfazione di vita in un gran numero di paesi molto diversi fra di loro.[2] La soddisfazione di vita viene misurata tramite un sondaggio realizzato da Gallup (il Gallup World Poll), nel quale si chiede alle persone di valutare generalmente la propria esperienza di vita utilizzando l’immagine di una scala (la cosiddetta scala di Cantril) che va da 0 (peggior giudizio esprimibile) a 10 (il livello migliore).[3] L’indicatore aggregato a livello nazionale (detto Happiness score) è la media delle risposte individuali fornite dai partecipanti al sondaggio, solitamente circa un migliaio l’anno per ciascun paese oggetto d’indagine.[4]

I principali risultati del World Happiness Report

La Tavola 1 riporta l’Happiness score ottenuto nel 2020 per tutti i paesi oggetto d’indagine. La Finlandia è il paese con il punteggio maggiore (7,889), come nei quattro anni precedenti; seguono l’Islanda (7,575), la Danimarca (7,515), la Svizzera (7,508) e l’Olanda (7,504). Allargando il raggio di osservazione si nota come nelle prime trenta posizioni si trovino quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, ad eccezione di alcuni che occupano comunque le posizioni immediatamente successive (Cipro, Lettonia, Malta, Polonia e Ungheria).[5] I paesi dell’Unione Europea che si trovano più distaccati sono la Grecia (51esima posizione), il Portogallo (53esima posizione) e la Bulgaria (56esima posizione). Fra i paesi con l’Happiness score più elevato vi sono poi alcune nazioni dell’Europa occidentale non appartenenti all’Unione Europea (Norvegia e Regno Unito), le principali economie oceaniche (Australia e Nuova Zelanda), gli Stati Uniti e il Canada. L’Italia occupa il 25esimo posto in classifica con un Happiness score pari a 6,488, posizionandosi quindi al di sotto di molti paesi dell’Europa Occidentale. Le ultime posizioni della classifica sono occupate da alcuni dei paesi economicamente più arretrati del mondo, prevalentemente dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale.

Gli andamenti dell’Happiness Score nel tempo

In generale, la tendenza che emerge dai dati è chiara: i paesi economicamente più sviluppati occupano le prime posizioni, mentre quelli meno sviluppati si collocano in fondo alla classifica. Questa tendenza non è comunque limitata al 2020: nell’ultimo decennio i paesi avanzati hanno infatti registrato un Happiness score superiore di circa un punto rispetto a quello dei paesi emergenti, e di due punti rispetto a quello dei paesi in via di sviluppo (Figura 1).[6] Più precisamente, il punteggio medio ottenuto dai paesi avanzati tra il 2010 e il 2020 è di 6,652, mentre quello ottenuto dai paesi emergenti e in via di sviluppo è rispettivamente di 5,497 e 4,496. È interessante, inoltre, guardare alla dinamica dell’Happiness score registrato dai diversi gruppi di paesi: per quelli avanzati ed emergenti il punteggio medio è rimasto pressoché costante tra il 2010 e oggi, mentre per i paesi in via di sviluppo il punteggio è aumentato del 14 per cento a partire dal 2016, iniziando così a convergere verso i valori registrati dalle altre economie.

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L’Italia ha registrato nell’ultimo decennio un Happiness score inferiore a quello medio ottenuto dai paesi dell’Unione Europea, con valori particolarmente distanti da quelli di Francia e Germania. Tuttavia, il punteggio italiano è andato crescendo nel corso del tempo: ad una caduta del 8 per cento tra il 2010 e il 2012, è seguita una lieve ripresa tra il 2012 e il 2014, poi divenuta più consistente a partire dal 2015. Da quest’ultimo anno al 2018, il punteggio registrato dall’Italia è aumentato del 11 per cento, stabilizzandosi intorno a 6,5 nei due anni successivi. Comparando questa dinamica con quella di altri paesi, si osserva come essa sia simile a quella di Francia e Spagna, e in generale a quella media dei paesi dell’Unione Europea. Altri paesi invece, come la Germania, hanno registrato un andamento quasi sempre crescente nel corso dell’ultimo decennio.

Esiste una relazione tra felicità e Pil pro-capite?

La Tavola 1 sembra suggerire una qualche forma di relazione tra la soddisfazione per la propria vita, così come misurata dall’Happiness score, e il grado di sviluppo economico di un paese. Le Figure 3 e 4 mostrano infatti la relazione tra i valori dell’Happiness score e del Pil pro-capite (espresso in logaritmo) rispettivamente per gli anni 2019 e 2020. Emerge una forte relazione di tipo lineare (linea tratteggiata) per entrambi gli anni, con una correlazione pari a 0,75 per il 2019 e una pari a 0,84 per il 2020.

Utilizzando un semplice modello di regressione lineare con un panel di 1.913 osservazioni su 161 paesi e 16 anni con il Pil pro-capite (valutato con le parità di potere d’acquisto) come variabile esplicativa dell’Happiness score, il coefficiente di regressione stimato risulta pari a 0,76, con un t statistico di 21. L’R2 corretto di questa specificazione è pari a 0,63.[7]

Il World Happiness Report contiene una regressione che, oltre al Pil pro-capite, considera anche le seguenti variabili:

  • aspettativa di vita sana alla nascita, misurata attraverso i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità,
  • supporto sociale, misurato come media nazionale delle risposte individuali alla domanda del sondaggio Gallup: “Se fossi in difficoltà, avresti parenti o amici su cui poter contare per ricevere aiuto quando ne hai bisogno, oppure no?”;
  • libertà di fare scelte di vita, misurata come media nazionale delle risposte individuali alla domanda del sondaggio Gallup: “Sei soddisfatto o insoddisfatto della tua libertà di scegliere cosa fare della tua vita?”;
  • generosità, misurata come residuo di una regressione sul Pil pro-capite della media nazionale delle risposte individuali alla domanda del sondaggio Gallup: “Hai donato soldi in beneficenza nell’ultimo mese?”;
  • percezione della corruzione, misurata come media nazionale delle risposte individuali alle domande del sondaggio Gallup “La corruzione è diffusa nel governo oppure no” e “La corruzione è diffusa nelle imprese oppure no?”.

Come si vede nella Tavola 2, che riporta l’output della regressione, il coefficiente associato al Pil pro-capite è ora sensibilmente più basso e pari a 0,349, ma l’R2 quadro corretto (0,76) non è molto più alto di quello stimato in precedenza (0,63), segno che le altre cinque variabili incluse nella regressione, ancorché significative, non aggiungono molto alla spiegazione della varianza dell’Happiness score.[8]

Inoltre, alcune delle variabili aggiuntive sono a loro volta molto influenzate del Pil pro-capite, motivo per il quale l’effetto complessivo del reddito sull’Happiness score è in parte catturato anche dai coefficienti relativi alle altre variabili. Questa eventualità sembra effettivamente riguardare le variabili “Supporto sociale” e “Aspettativa di vita sana alla nascita”, le quali sono correlate con il Pil pro-capite rispettivamente in misura pari a 0,69 e 0,84. Per cogliere l’impatto complessivo del Pil pro-capite sull’Happiness score sono dunque state stimate due ulteriori regressioni lineari che spiegano queste due variabili in funzione del Pil pro-capite (si veda appendice). Tenendo conto dell’effetto indiretto del Pil tramite queste due variabili, l’effetto complessivo del reddito pro-capite sull’Happiness Score sale a 0,679.[9] 

Per avere un’idea dell’importanza del Pil nel determinare l’Happiness Score si possono considerare i seguenti esempi. Se l’Italia avesse il Pil pro-capite della Germania (più alto del 27 per cento), avrebbe un Happiness Score nel 2020 di 6,673 invece che 6,488. Come si vede dalla Tavola 1, con questo score l’Italia guadagnerebbe cinque posizioni e si collocherebbe leggermente al di sopra della Francia e poco sotto Belgio e Regno Unito; rimarrebbe a notevole distanza dallo score della Germania (7,312), il che indica come in questo caso altre variabili incluse nella regressione del WHR abbiano un peso rilevante. Al contrario, se l’Italia avesse il Pil dell’Uganda (rispetto al quale il gap è del 287 per cento), avrebbe uno score di 4,527 e si collocherebbe all’87esimo posto (su 95 paesi considerati nel 2020); il solo effetto del Pil porterebbe quindi l’Italia sotto lo score dell’Uganda (il paese più povero del campione considerato) e poco sopra la Namibia. In questo caso, dunque, il Pil spiega interamente il divario nell’Happiness Score fra l’Italia e l’Uganda.

Il fatto sorprendente è che queste correlazioni riguardano una variabile, l’Happiness Score, apparentemente scollegata dal Pil, in quanto calcolata solamente sulla base delle risposte alla richiesta, molto generica, di valutare la propria vita su una scala da 0 a 10. In astratto si potrebbe immaginare che la felicità sia determinata da fattori del tutto diversi, ad esempio, da fattori culturali e religiosi oppure dal benessere relativo delle persone all’interno della propria comunità, il che produrrebbe risultati del tutto non correlati con le differenze nel Pil fra paesi.

Dobbiamo dunque concludere che il Pil forse non è tutto, ma è certamente molto importante.

Appendice

Per derivare l’effetto complessivo del Pil pro-capite sull’Happiness score si consideri il modello completo di regressione del WHR:[10]

HSi,t= β+β1(Log Pil procapitei,t )+β2(Supporto socialei,t )+β3(Aspettativa di vita sana alla nascitai,t )+β4(Libertà di fare scelte di vitai,t )+β5(Generositài,t )+β6(Percezione della corruzionei,t )+ ui,t                                                                                    (1)                                                 

la cui stima genera i seguenti coefficienti:[11]

HSi,t= -1,727+0,349(Log Pil procapite)+2,253(Supporto sociale)+0,031(Aspetativa di vita sana alla nascita)+1,217(Libertà di fare scelte di vita)+0,652(Generosità)-0,638(Percezione della corruzione)  

Come visto nel corpo del testo, le variabili “Supporto sociale” e “Aspettativa di vita sana alla nascita” possono essere spiegate in funzione del Pil pro-capite. Esprimiamo quindi tale relazione mediante le seguenti equazioni:

Supporto socialei,t=α+α1(Log Pil procapitei,t )+vi,t                            (2)

Aspettativa di vita sana alla nascitai,t = γ + γ1(Log Pil procapitei,t ) + zi,t                                                                                                                                                    (3)

i cui output di regressione sono riportati nelle tavole che seguono:

Sostituendo (2) e (3) in (1) si ricava, con alcune sostituzioni:

HSi,t=(β+β2α+β3γ)+(β12α13γ1)(Log Pil procapitei,t )+β4(Libertà di fare scelte di vitai,t )+β5(Generositài,t )+β6(Percezione della corruzionei,t )+ui,t2vi,t3zi,t

Il coefficiente associato al Pil pro-capite risulta quindi uguale a:

β1+β2α13γ1=0,349+2,253*0,072+0,031*5,432=0,679

Il coefficiente di regressione stimato associato al Pil (0,679) è pari (alla seconda cifra decimale) a quello che si ottiene dal modello di regressione in forma ridotta:

HSi,t= δ+δ1(Log Pil procapitei,t )+δ2(Libertà di fare scelte di vitai,t )+δ3(Generositài,t )+δ4(Percezione della corruzionei,t )+wi,t  

il cui output di regressione è riportato nella tavola seguente:


[1] I curatori del rapporto sono Helliwell, John F., Richard Layard, Jeffrey Sachs, e Jan-Emmanuel De Neve. 

[2] L’ultima edizione del rapporto è del 2021 ed è disponibile al link: https://happiness-report.s3.amazonaws.com/2021/WHR+21.pdf

[3] Per maggiori informazioni su Gallup si veda: https://www.gallup.com/home.aspx

[4] Per l’edizione del 2021, il campione di individui partecipanti fa riferimento ad un totale di 95 paesi. 

[5] L’ultima edizione del World Happiness Report non riporta l’Happiness score per due paesi dell’Unione Europea, Romania e Lussemburgo, e per molti altri paesi extra-europei. Negli altri anni il Rapporto includeva 161 nazioni. 

[6] La classificazione dei paesi in “avanzati”, “emergenti” e “in via di sviluppo” segue quella adottata dal Fondo Monetario Internazionale.

[7] Il modello include anche effetti fissi per ciascuno degli anni considerati.

[8] Questa specificazione del modello considera un campione di 1712 osservazioni su 155 paesi e 16 anni.

[9] Alternativamente si può stimare una forma semi-ridotta (si veda appendice) in cui alla regressione del WHR si tolgono le due variabili correlate con il Pil. In questo modo si ottiene un coefficiente del Pil pari a 0,674 (con un t statistico di 7,3), dunque molto vicino a quello della forma strutturale (0,682); inoltre l’R2 quadro corretto della regressione si riduce di poco (da 0,76 a 0,71); queste considerazioni suggeriscono che l’omissione delle due variabili riduce di poco la varianza spiegata e non genera distorsione nei coefficienti della forma ridotta (si veda il testo Econometrics di G.S. Maddala a pag. 187 dell’edizione inglese del 1977).

[10] Tutte le specificazioni dei modelli riportati in questa appendice considerano gli effetti fissi temporali per ogni anno considerato.

[11] Le statistiche t e l’R2 sono gli stessi riportati in Tavola 2.

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