Web Tax, perché no: con una tassa sul fatturato si rischia che l’onere ricada sui consumatori — il Corriere della Sera, 20 novembre 2017.

La soluzione alla tassazione delle imprese multinazionali dovrebbe essere trovata a livello internazionale o quantomeno di Unione Europea. Tuttavia, specie nel settore della cosiddetta web economy, il problema della sottrazione di base imponibile e della connessa concorrenza sleale nei confronti delle imprese locali sta assumendo dimensioni tali che è quasi inevitabile che, in mancanza di soluzioni condivise, i singoli stati finiscano per adottare soluzioni nazionali, anche se altamente inefficienti.

La soluzione che è attualmente all’attenzione del Parlamento prevede nella sostanza che una società estera, del tipo di Google o Facebook, paghi una tassa sul fatturato che realizza in Italia – si parla di un’aliquota del 6%, ma c’è chi propone il 30% – a meno che non accetti di dichiarare la stabile organizzazione in Italia, che è la precondizione per pagare le tasse sugli utili nel nostro paese. Questa soluzione non è del tutto peregrina, dal momento che se n’è fatto qualche cenno anche nelle sedi internazionali, sia pure come estrema ratio. Essa ha però delle controindicazioni che devono essere valutate.

La prima e più ovvia attiene al fatto che una tassa sul fatturato ha una probabilità elevata, molto più di una tassa sugli utili, di essere traslata sugli acquirenti; sarebbe davvero una beffa se alla fine la tassa la pagassero i consumatori e le imprese italiane.

Una seconda controindicazione riguarda il fatto che l’imposizione unilaterale di una tassa o di una stabile organizzazione genera una situazione di doppia imposizione e quindi conflitti fra stati riguardo alla ripartizione del gettito fiscale. I trattati internazionali specificano condizioni precise perché si possa individuare la stabile organizzazione e solo le tasse pagate in un dato paese da una stabile organizzazione riconosciuta ai sensi dei trattati danno diritto a un credito di imposta nel paese di origine dell’impresa.

Il conflitto si manifesterebbe sia con paesi terzi sia all’interno dell’Unione Europea. In particolare, tutti i governi americani, di qualunque colore, hanno sempre sostenuto che il gettito fiscale delle grandi imprese del web spetta essenzialmente a loro perché è negli Usa che si produce la ricerca e il valore aggiunto di cui fruiscono i consumatori di tutto il mondo; questo argomento ha qualche fondamento dato che l’ordine fiscale internazionale e con esso quello del libero commercio si basano sul principio che la tassazione spetta al paese in cui si produce il valore aggiunto, non al paese in cui si consuma il prodotto. È per questo motivo che le tasse sugli utili derivanti dalle esportazioni verso gli Stati Uniti di prodotti made in Italy, compresi prodotti come gli abbonamenti al Corriere della Sera on line sottoscritti da residenti americani, spettano all’Italia. In ogni caso, possiamo forse accettare un contrasto – limitato – con gli Stati Uniti, ma faremmo fatica a gestire il contrasto con l’Europa dal momento che i quattro principali paesi europei si sono impegnati a risolvere il problema ricorrendo, se necessario, al regime di cooperazione rafforzata.

Il governo italiano ha spinto con grande forza per questa soluzione e perderebbe credibilità se oggi decidesse di procedere da solo.

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