L’emendamento 52.71 alla legge di Bilancio 2017


Con questo emendamento Forza Italia propone di mettere sul pubblico impiego  ulteriori  2,6 miliardi nel 2017 e 7,8 miliardi nel triennio. Più di quello che chiedono i sindacati. Le coperture

sono  generiche “razionalizzazioni della spesa” con tanto di clausole di salvaguardia che

prevedono più tasse. Le maggiori tasse stanno al punto 5 bis.

Questo è il de profundis definitivo per la famosa rivoluzione liberale sempre promessa da Berlusconi, mai attuata e oggi platealmente  tradita.

ART. 52

Sostituire i commi 1 e 2 con i seguenti:

  1. Per il pubblico impiego sono complessivamente stanziati, per le finalità di cui ai commi 2 e 3, 4.440 milioni di euro per l’anno 2017 e 5.110 milioni di euro a decorrere dall’anno 2018.
  2. Nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze è istituito un fondo da ripartire con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, il Ministro dell’interno e il Ministro della difesa, da adottarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con una dotazione di 4.000 milioni di euro per l’anno 2017 e di 4.450 milioni di euro a decorrere dall’anno 2018, per le seguenti finalità:
  3. a) copertura, per l’anno 2017 e a decorrere dal 2018, degli oneri aggiuntivi, rispetto a quelli previsti dall’articolo 1, comma 466, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, e pari a 300 milioni di euro annui, pari a 2.000 milioni di euro annui, posti a carico del bilancio dello Stato per la contrattazione collettiva relativa al triennio 2016-2018 in applicazione dell’articolo 48, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e per i miglioramenti economici del personale dipendente dalle amministrazioni statali in regime di diritto pubblico;
  4. b) copertura, per l’anno 2017 e a decorrere dall’anno 2018, pari a 750 milioni di euro annui, del finanziamento da destinare ad assunzioni di personale a tempo indeterminato, in aggiunta alle facoltà assunzionali previste a legislazione vigente, nell’ambito delle amministrazioni dello Stato, ivi compresi i Corpi di polizia ed il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, le agenzie, incluse le agenzie fiscali di cui agli articoli 62, 63 e 64 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, gli enti pubblici non economici e gli enti pubblici di cui all’articolo 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, tenuto conto delle specifiche richieste volte a fronteggiare indifferibili esigenze di servizio di particolare rilevanza e urgenza in relazione agli effettivi fabbisogni, nei limiti delle vacanze di organico nonché nel rispetto dell’articolo 30 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e dell’articolo 4 del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125. Le assunzioni sono autorizzate con decreto del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze;
  5. c) copertura, dall’anno 2017, dell’incremento del finanziamento previsto a legislazione vigente per garantire la piena attuazione di quanto previsto dall’articolo 8, comma 1, lettera a), numeri 1) e 4), della legge 7 agosto 2015, n. 124, e dall’articolo 1, comma 5, della legge 31 dicembre 2012, n. 244, per una spesa pari a 750 milioni di euro annui;
  6. d) copertura, per il solo anno 2017, per una spesa pari a 500 milioni di euro, della proroga del contributo straordinario di cui all’articolo 1, comma 972, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, con la disciplina e le modalità ivi previste.

Conseguentemente, aggiungere, infine, il seguente comma:

5-bis. Per far fronte agli ulteriori oneri derivanti dalle disposizioni del presente articolo, pari a 2.600 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017, si provvede a valere sulle maggiori risorse derivanti da interventi di razionalizzazione e revisione della spesa pubblica. Entro la data del 15 luglio 2017, mediante interventi di razionalizzazione, e di revisione della spesa pubblica, sono approvati, provvedimenti regolamentari e amministrativi che assicurano minori spese pari a 2.600 milioni di euro per l’anno 2017. Entro la data del 15 gennaio 2018, sempre mediante interventi di razionalizzazione e revisione della spesa pubblica, sono approvati provvedimenti normativi che assicurano 2.600 milioni di euro per l’anno 2018 e 2.600 milioni di euro a decorrere dall’anno 2019. Qualora le misure previste dal precedente periodo non siano adottate o siano adottate per importi inferiori a quelli indicati, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri da adottare entro il 15 luglio 2017, per la previsione relativa a quell’anno e entro il 15 gennaio 2018 per la seconda, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti per materia, sono disposte variazioni delle aliquote di imposta e riduzione della misura delle agevolazioni e delle detrazioni vigenti, tali da assicurare maggiori entrate, pari agli importi di cui al precedente periodo, ferma restando la necessaria tutela, costituzionalmente garantita, dei contribuenti più deboli, della famiglia e della salute, prevedendo un limite di reddito sotto il quale non si applica la riduzione delle spese fiscali.

52.71. Vito, Brunetta, Gelmini, Centemero, Gregorio Fontana, Palmizio, Secco, Sisto.

La riforma della costituzione e l’economia: la sfida della veduta lunga. Da “formiche, novembre 2016”.

 

La riforma costituzionale è cruciale per le prospettive dell’economia perché, come diceva Tommaso Padoa-Schioppa, l’Italia ha quasi sempre avuto governi con la “veduta corta”. La riforma pone le premesse per allungare la veduta dei governi perché elimina due fattori di potenziale instabilità: la necessità di ottenere la fiducia di due camere, spesso con maggioranze diverse, e l’eccessivo potere che fu dato alle regioni con la riforma del 2001.

Il numero che viene spesso citato, 63 governi in 70 anni, non racconta tutta la storia. Ad esempio, il governo Berlusconi che si formò dopo le elezioni del 2001 fu il più longevo della storia repubblicana, ma non durò un’intera legislatura e, soprattutto, navigò a vista, letteralmente di settimana in settimana, per tutta la sua durata.

Si criticano spesso le aziende quotate, specie del mondo anglosassone, perché sarebbero affette da veduta corta, ossia guarderebbero più alla prossima trimestrale che alla crescita sostenibile dell’azienda. Questa critica vale, a molta maggior ragione, per i governi italiani.

Questo stato di cose ha varie conseguenze. La prima è la tendenza al rinvio: se un governo teme di avere i giorni contati, lascia per tempi migliori i problemi più complessi. Le continue svalutazioni della lira e l’accumulazione di debito pubblico sono stati i modi attraverso cui si è realizzato il rinvio.

Si obietta che ci sono stati periodi della storia repubblicana in cui governi di coalizione, privi di solide maggioranze, sono riusciti ad aggiustare i conti pubblici e anche ad evitare le svalutazioni. Questo è vero, ma i governi che hanno fatto questo – ad esempio, quelli di centro sinistra nella seconda metà degli anni novanta – hanno dovuto spendere un enorme capitale politico, pagando spesso il prezzo di una sconfitta elettorale e della sostituzione con governi meno attenti alle conseguenze future delle proprie azioni.

La tendenza al rinvio si manifesta anche sotto forma di disattenzione all’attuazione pratica delle riforme. Ad esempio, non basta una legge per fare lo sportello unico delle imprese e non basta neanche un decreto attuativo: occorre addestrare il personale, cambiare il modo di lavorare, trovare le sedi ecc. Un governo con la veduta corta ha interesse ad annunciare che ha proposto una legge, ha interesse forse a farla approvare, ma ha scarso interesse a vederla effettivamente realizzata, perché l’attuazione richiede tempo e continuità amministrativa.

Ponendo la questione in questi termini è evidente che la veduta corta è stata una caratteristica anche dei governi della prima repubblica. Si dice spesso che allora i governi duravano poco, ma c’era continuità politica nel senso che, di rimpasto in rimpasto, erano sempre gli stessi a governare. Ma quale interesse poteva avere un Presidente del Consiglio di un governo destinato a durare pochi mesi ad affrontare davvero il problema del debito pubblico? O quale interesse poteva avere un ministro dell’industria ad attuare strumenti efficienti di interazione con le imprese su tutto il territorio nazionale?

Una diversa e non meno importante disfunzione derivante dall’attuale assetto istituzionale è la produzione di leggi incomprensibili, che sembrano fatte apposta per ostacolare l’afflusso di investimenti esteri. In ogni commissione di ciascuna delle due camere, oltre che in aula e nelle regioni si formano minoranze la cui esistenza dipende in larga misura dalla capacità di essere di ostacolo alla maggioranza nel corso dell’approvazione delle leggi. Per essere approvate le leggi devono superare i veti incrociati di tutte le minoranze di blocco. Per questo sono ambigue e spesso incomprensibili, il che imbriglia le imprese in dedali burocratici scoraggianti.

Per alcuni osservatori, l’insieme di questi problemi non dipenderebbe tanto da fattori di tipo istituzionale quanto dalla debolezza delle classi dirigenti italiane o dalla mancanza di una visione condivisa del ceto politico. Può darsi che ci sia del vero in questa teoria. Ma nessuno ha un’idea di come si faccia a riformare le classi dirigenti di un paese. Esse sono in larga misura il frutto della storia e non possono certo essere “rieducate” facendo una legge. Le istituzioni, invece, possono essere cambiate: farlo è una condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente, per vincere la sfida della crescita nell’era dell’euro e della competizione globale.

 

Pensioni ed equità tra le generazioni – con Mauro Marè, L’Unità, 1 novembre 2016

Negli ultimi giorni il Presidente dell’Inps ha mosso severe critiche alle proposte del governo in materia di pensioni, sostenendo che il piano formulato dall’Inps l’anno scorso (“Non per cassa, ma per equità”) sarebbe più favorevole ai giovani e non peserebbe sui conti pubblici. Come abbiamo già più volte argomentato, non comprendiamo come si possa dire che quel piano fosse favorevole ai giovani. Esso offriva benefici solo alla generazione fra i 55 e i 67 anni. Ai giovani non andava un solo euro. Anzi nel loro insieme le proposte del piano Inps avrebbero comportato un aumento del disavanzo, per importi annui stimati dalla stessa Inps fra 1 e 4 miliardi per circa un decennio, il che comportava un maggior onere futuro a carico dei giovani. Vero è che in quel piano la flessibilità pensionistica era calcolata interamente sulla base di parametri attuariali, più ancora di quanto avvenga oggi con l’APE ordinario, e quindi nel lungo periodo sarebbe stata pagata – anche questo va detto – dagli stessi pensionati e non dallo Stato. Ma non è chiaro come un maggior disavanzo per almeno un decennio possa produrre un beneficio per i giovani.

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La sfida dell’articolo 70, già persa dalla destra – L’Unità, 18 ottobre 2016

La critica di gran lunga più dura e apparentemente motivata fra quelle avanzate dal fronte del No riguarda la nuova formulazione dell’articolo 70. Si dice che questo articolo è lungo, che manca di una clausola di chiusura per risolvere eventuali controversie fra le due camere ed infine che è scritto male, assomigliando più al testo di un qualunque decreto milleproproghe che a un testo della costituzione. Su l’Unita del 15 ottobre Pietro Ichino ha spiegato il motivo per il quale questo articolo è più lungo di quello della costituzione vigente che, come noto, dice in una riga che “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Il punto è che, dovendosi superare il bicameralismo paritario, occorre distinguere fra le funzioni delle due camere e dire cosa fa l’una e cosa fa l’altra. Ed è bene che la distinzione sia operata in maniera analitica e precisa in modo da evitare per quanto possibile eventuali zone grigie e quindi possibili contenziosi fra Camera e Senato. Per questo motivo vi sono vari rinvii ad altri articoli e commi della Costituzione. Molti gridano allo scandalo (la costituzione è un orrore!), ma – come ricorda Ichino – nessuno è riuscito sinora a scrivere quelle stesse cose in un formato più facilmente leggibile e sintetico.

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Riforma della Costituzione, la polemica sull’articolo 70: nella riforma Berlusconi del 2006 era più lungo e complicato. Identico il meccanismo di risoluzione delle controversie.

Nel testo riportato in questo  link  si mettono a confronto due versioni dell’articolo 70 della Costituzione: quella proposta dal governo Berlusconi nella riforma che fu sottoposta  a referendum nel 2006 e quella che viene proposta nella attuale riforma. Continua a leggere

Mps, fatti non illazioni. Sentiero stretto tra bail-in e vigilanza Bce – l’Unità, 6 ottobre 2016

La lettera del ministro Padoan al Corriere del Sera del 4 ottobre ha chiarito la posizione del governo sulla questione del Monte dei Paschi. Il punto centrale è che, data la normativa europea, “sono impraticabili, e peraltro non necessarie, le spesso invocate e presunte ‘soluzioni finali’ con massicce iniezioni di soldi pubblici”. Il fatto è che la minaccia del bail-in ha tolto ai governi lo strumento dell’intervento pubblico, inteso come intervento di ultima istanza potenzialmente necessario per mantenere la fiducia nel sistema bancario.

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La riforma nasce dall’inefficienza delle istituzioni – Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2016

Per molti dei più autorevoli giuristi del fronte del No la riforma Renzi-Boschi sarebbe un tassello dell’aggressione intentata dalla finanza internazionale non solo ai diritti dei lavoratori, ma addirittura ai diritti universali dell’uomo. Gustavo Zagrebelsky, ad esempio, in un recente pamphlet scrive che sarebbe in corso nientemeno che “un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico- oligarchico”, all’interno del quale verrebbe meno l’attenzione ai diritti dei lavoratori, “ormai sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese”, perché vivremmo nel tempo “dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali…”.

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Varoufakis sull’Euro. Uscire sarebbe un disastro. Da un’intervista del 3-02-2016 a “Rifondazione Comunista”

Sul sito www.rifondazione.it  si trova un’intervista di Yanis Varoufakis che tocca fra gli altri il tema dell’uscita dall’euro.  L’intervista, del 3 febbraio 2016, definisce l’uscita dall’euro come un disastro non solo per la Grecia, ma per tutta l’Europa e anche per l’intera economia mondiale.  Il punto interessante è che questa valutazione viene da un personaggio che, come noto, non ha nessuna simpatia per l’euro e che nella sua esperienza come ministro delle finanze  è arrivato ad un passo dal dover gestire l’uscita del suo paese dalla moneta unica. Riportiamo di seguito la parte dell’intervista relativa all’euro.

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L’economia del sì – l’impatto del nuovo Titolo V sulle politiche economiche e sociali

L’economia del sì – l’impatto del nuovo Titolo V sulle politiche economiche e sociali è un documento a cura di Irene Tinagli, con i contributi di Carlo dell’AringaGiampaolo GalliPaolo GandolfiFlavia Piccoli NardelliChicco TestaIvan ScalfarottoStefano Quintarelli.

Nel documento vengono trattati, in maniera sintetica, semplice e diretta, gli impatti della riforma del nuovo Titolo V sulla vita economica del Paese. La riforma costituzionale porta con sé una serie di vantaggi economici – spesso indiretti – che sorgono da una ritrovata stabilità, da una capacità di miglior organizzazione nelle scelte strategiche, dalla riduzione di livelli di coordinamento inutili e dannosi, dalla riduzione dei tempi, della burocrazia, e dell’insicurezza degli investimenti.

L’economia del sì  può essere scaricato qui in formato pdf.

Con la riforma ridotti sprechi e duplicazioni del federalismo fiscale – Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2016

Secondo alcuni la riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum annullerebbe i progressi sin qui fatti in materia di federalismo fiscale. Questa tesi è sostenuta dal partito della Lega, ma è fatta propria anche da alcuni studiosi come Franco Gallo che ne ha scritto su questo giornale il 27 giugno scorso.

La visione opposta è quella sostenuta ad esempio da Sabino Cassese, secondo il quale l’intera proposta di riforma del Titolo V altro non fa che prendere atto della giurisprudenza della Corte Costituzionale degli ultimi quindici anni, definendo in modo più ordinato le competenze dei diversi livelli di governo ed evitando ulteriori contenziosi costituzionali che, come noto, nel recente passato hanno comportato ritardi e incertezze nell’attuazione delle norme, con conseguenze negative sui cittadini e sulle imprese. Questa visione appare particolarmente adatta a connotare la riforma nei suoi aspetti finanziari.

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Cambiare o no l’Italicum? FIRSTONLINE,  4 agosto 2016

Di fronte al rischio di forte instabilità politica dell’Italia indotta da una eventuale vittoria del Movimento 5 Stelle va valutata senza pregiudizi la possibilità di modificare la legge elettorale prima del referendum attenuandone il carattere maggioritario, come inizialmente chiedevano gli  stessi grillini. Bisogna però essere consapevoli che se si cambia l’Italicum diventa inevitabile una coalizione di governo e probabilmente una grande coalizione, con tutti i pericoli che ne conseguono.  

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Legge elettorale, attenti a non peggiorare – L’Unità, 27 luglio 2016

Cambiare o no l’Italicum? Qualche giorno fa uno stimato dirigente di Sinistra Italiana mi ha amichevolmente apostrofato per dirmi che l’Italicum andrebbe cambiato perché potrebbe consegnare il governo dell’Italia al M5S. Se non si riesce a cambiarlo, l’unica difesa sarà il no al referendum costituzionale, che ripristina il Senato con la sua logica proporzionale.

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Proposte di Sibilia M5S per combattere il terrorismo: contro la Nato, Obama e EU pro Putin

Perché si sappia: proposte di Carlo Sibilia del M5S per combattere il terrorismo: contro la Nato, Europa, Obama e pro Putin

Estratto dal resoconto stenografico della Camera dei Deputati del 19 luglio 2016.

Discussione del disegno di legge: Norme per il contrasto al terrorismo

On. Carlo Sibilia (Movimento 5 Stelle)

… Altra cosa che proponevamo – 28 gennaio 2016 – la modifica della partecipazione alla NATO, perché oggi quella che era una alleanza di pace è diventata un’alleanza di guerra, dove c’è oggi la NATO c’è la guerra, c’è la proliferazione terroristica, vi ricordo che la Turchia è un Paese NATO ! Allora noi cosa stiamo cercando di realizzare ? Vogliamo dare supporto ad un Governo come quello di Erdogan, come quello della Turchia, che tiene sotto scacco l’intera Europa perché ha fatto un accordo con la Merkel per la questione degli immigrati, perché è lei che tiene in mano il boccino di chi entra e chi esce in questa Unione europea ? Quando è che decideremo di rivedere questi trattati che inseriscono dei Paesi che sono in palese violazione dei trattati NATO o anche dei trattati europei all’interno la nostra Unione ? Il 28 gennaio 2016 il MoVimento già li metteva in discussione e da allora abbiamo realizzato dei convegni per capire come modificare la nostra partecipazione alla NATO, eppure nulla è stato realizzato.

Tutti, tutte le forze politiche avevano detto che avrebbero modificato il Regolamento di Dublino 3, quello che purtroppo impone che, quando un immigrato o una persona che scappa dal proprio Paese viene qui in Italia, viene identificata nei nostri centri di accoglienza che spesso esplodono e non riescono ad accogliere tutta la mole di persone che approdano sulla nostra penisola, ebbene, la modifica del Dublino 3 l’abbiamo chiesta in tutte le salse e non si è mosso nessuno, nonostante la situazione internazionale sia precipitata e abbiamo dimostrato che molto spesso alcune persone che realizzano questi attentati anche in Francia sono persone che vengono prima addestrate ai confini con la Turchia e poi viene dato loro il pass per ritornare nel proprio Paese d’origine, che magari è la Francia, dove realizzano questi attentati. Parole già espresse nel gennaio 2016 !
Proposta ulteriore: quella di vedere la Russia come un player importante, come un alleato al quale non dover infliggere delle sanzioni perché ce lo dice il Presidente Obama o la comunità internazionale.

Doppio incarico per il neoassessore al bilancio di Roma? – ANSA

Roma: Galli, assessore Minenna non intende lasciare Consob? (ANSA) – ROMA, 8 LUG

“Corrisponde al vero che il neo assessore al Bilancio della giunta di Roma, Marcello Minenna intende mantenere la funzione a tempo pieno e lo stipendio come dirigente della Consob?”. Lo chiede il deputato del Pd Giampaolo Galli, che annuncia un’interrogazione parlamentare sul tema. “Non si tratta – spiega – di una questione da poco. Mi domando, prima di tutto, se sia lecito sommare due incarichi del genere all’interno della pubblica amministrazione e anche se sia possibile svolgerli in modo contemporaneo al meglio, considerato il grande impegno che essi presuppongono. In piu’, l’assessorato al Bilancio assegnato a Minenna comprende le deleghe alle Partecipate. Tra queste, ci sono anche societa’, come Acea, quotate in Borsa e quindi soggette al controllo della Consob. La scelta di Minenna, al tempo stesso controllato e controllore, finirebbe quindi per determinare una macroscopica situazione di conflitto di interessi”. (ANSA)

Intervento per “Brexit, un seminario on line” – LeoniBlog, 6 luglio 2016

Il Regno Unito non ha conosciuto nessuno dei mali che vengono spesso attribuiti all’Europa. Non fa parte dell’Euro e ha attuato una politica monetaria molto espansiva ben prima che lo facesse la BCE, non ha mai avuto l’austerity, ha fatto le riforme strutturali ai tempi della Sig.ra Thatcher, molti anni prima che diventassero patrimonio comune dell’Unione Europea. Checché ne dica Paul Krugman, in Inghilterra l’austerity non c’è mai stata: la politica di bilancio del Regno Unito è stata pressoché identica a quella degli Stati Uniti.

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