Strano, nei programmi di Pd e centrodestra mancano parole importanti

di Giampaolo Galli, Il Foglio, 20 agosto 2022.

Confrontando le proposte elettorali dei due partiti non ci sono riferimenti a “pil”, “Bce”, “debito” e “deficit”. Slogan e idee difficilmente realizzabili invece abbondano

Formuliamo di seguito un primo commento sui programmi economici delle due principali forze in campo, il centrodestra e il Pd, ben sapendo che solo dalle dichiarazioni dei leader si può capire quanto costino certe proposte. Il programma del centrodestra si limita a dire: “Innalzamento delle pensioni minime, sociali e di invalidità”; solo quando Berlusconi, probabilmente senza il consenso degli alleati, ha detto che la minima dovrebbe essere portata a mille euro al mese è stato possibile quantificare il costo della proposta in 30 miliardi. Nel programma del Pd c’è una cosa chiara: “Aumentare gli stipendi netti fino a una mensilità in più, con l’introduzione progressiva di una franchigia da 1.000 € sui contributi Inps a carico dei lavoratori dipendenti e assimilati”. Dato che i lavoratori dipendenti e assimilati sono 19 milioni, il costo della misura, a regime, è quantificabile in un intorno di 19 miliardi.

Altrettanto chiaro è il programma per la scuola in quanto si dice che si intende spendere 10 miliardi (all’anno e a regime, si suppone), per “aumento degli stipendi agli insegnanti, edilizia scolastica sostenibile, libri”. Questa frase implicitamente pone un tetto agli aumenti possibili per dar seguito alla proposta (un po’ generica) di adeguare gli stipendi degli insegnanti ai livelli prevalenti nel resto d’Europa. Si può anche fare un calcolo di prima approssimazione della proposta di un contributo affitti di 2.000 euro a studenti e lavoratori under 35: seguendo la logica di Massimo Taddei sul Lavoce.info, i giovani sono 9,2 milioni, il che comporta un costo teorico di circa 18 miliardi che si riducono a 4,6 miliardi se si condiziona il bonus a un Isee inferiore a 15.000 euro.

Moltissime altre proposte sono costose, ma al momento non quantificabili. Ci limitiamo a citarne alcune nel campo del Pd, dato che delle proposte costose del centrodestra (a cominciare dalla flat tax e dall’Iva ridotta su beni di prima necessità ed energia) sono pieni i giornali di questi giorni: nuova bussola strategica euro-atlantica per la Difesa e sicurezza (una locuzione davvero contorta che dovrebbe significare più spese per la difesa); innalzamento della pensione minima (a quanto?); contributo bollette contro il caro vita; fisco “più leggero” per i professionisti; “giù le tasse sul lavoro” (quanto?);  “apertura di 1.000 bar ed edicole multifunzione in 1.000 piccoli comuni” (a spese di chi?); “aumento degli investimenti nella sanità pubblica e universale, nella medicina territoriale e nell’assistenza psicologica”, “part-time volontario pienamente retribuito (a spese dello stato) al compimento del sessantesimo anno di età”, “azzeramento dei contributi per le assunzioni a tempo indeterminato dei giovani fino a 35 anni” (oltre all’attuale limite di 6.000 euro?).

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E dulcis in fundo:  “riduzione dell’orario di lavoro a parità̀ di salario” da ottenersi – udite – con “una più razionale organizzazione dell’attività di impresa e un aumento della produttività”; come se ora le imprese si organizzassero in modo irrazionale e avessero bisogno dell’intervento dello stato (o dei sindacati?) per fare meglio. La lista è lunga e spesso vengono usate locuzioni che indicano gradualità e cautela. Peraltro il Pd è consapevole dei limiti posti dal debito pubblico e forse lo è anche il centrodestra. Tuttavia, non si può non osservare con preoccupazione che in nessuno dei due programmi si menzionano le parole “debito pubblico”, “deficit”, “tassi di interesse”, “Bce”, “pil”.

Persino l’espressione “crescita economica” è quasi del tutto assente: in entrambi i programmi compare quasi solo per dire che la revisione delle regole fiscali europee non deve sacrificare la crescita. In entrambi i programmi, soprattutto in quello del centrodestra, è quasi assente l’idea che l’Italia debba colmare un colossale gap di crescita della produttività con tutti gli altri paesi avanzati e che proprio per risolvere questo problema ha ricevuto dall’Ue la fetta più grande del Next Generation EU. Così come sembra quasi del tutto assente, anche qui soprattutto nel programma del centrodestra, l’idea che le riforme previste dal Pnrr (in particolare quelle della P.a. e della giustizia) sono lo strumento a cui è appeso l’esile filo di speranza che l’Italia sappia ritrovare la via della crescita. Non mancano passaggi in cui i partiti cercano di identificare i problemi di fondo del paese e le sue anomalie: la crescita abnorme delle diseguaglianze per il Pd e l’instabilità politica per entrambi (ovviamente con soluzioni opposte).

Ma la crescita economica e la produttività, i due temi che stanno nell’introduzione di Mario Draghi al Pnrr e ne motivano l’intero impianto, sono quasi assenti. Forse tutte le campagne elettorali, non solo in Italia, sono esercizi retorici con limitata attinenza alla realtà. E forse gli italiani sono stanchi di sentir parlare dei loro gravi problemi. Ma c’è da chiedersi se sia governabile un paese che non è consapevole o fa finta di non essere consapevole dei propri problemi.     

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