Perché l’inflazione non c’entra né con la guerra né con le sanzioni. 2/n

di Giampaolo Galli, 21 luglio, il Foglio

Purtroppo, la stragrande maggioranza della popolazione, non solo in Italia, che l’inflazione sia una conseguenza del nostro coinvolgimento nelle guerra. Questa convinzione diffusa spiega la stanchezza dell’opinione pubblica e la difficoltà di molti governi a continuare a sostenere l’Ucraina. Si può riconoscere la buona fede, ma non si può non vedere che la narrazione secondo cui ci sarebbe un nesso fra il nostro coinvolgimento nelle guerra e l’inflazione equivale a portare davvero un mare di acqua al mulino di Putin.

In un precedente articolo (15 luglio) ho argomentato che la spinta inflazionistica che colpisce quasi tutti i paesi avanzati precede la guerra contro l’Ucraina e ha ben poco a che fare con la guerra o con il coinvolgimento dei paesi della NATO, via sanzioni o invio di armi. Ho anche mostrato che dall’inizio della guerra i prezzi della maggior parte delle materie prime non sono aumentati, ma sono diminuiti, pur rimanendo su livelli storicamente molto alti. Solo le materie prime energetiche sono aumentate, ma gli aumenti sono stati di gran lunga inferiori a quelli pre bellici. Ricordiamo in particolare che prima della guerra il prezzo del gas era aumentato quasi dell’800% rispetto ai valori di 10/12 euro/MWH su cui si era attestato per molti anni fino al 2020; l’ulteriore aumento che si è registrato in media nel periodo dal 23 febbraio è stato del 30%.      

Purtroppo, la stragrande maggioranza della popolazione, non solo in Italia, è convinta del contrario e pensa che l’inflazione sia una conseguenza del nostro coinvolgimento nelle guerra. Questa convinzione diffusa spiega la stanchezza dell’opinione pubblica e la difficoltà di molti governi a continuare a sostenere l’Ucraina, come è invece necessario. Si può riconoscere la buona fede, ma non si può non vedere che la narrazione secondo cui ci sarebbe un nesso fra il nostro coinvolgimento nelle guerra e l’inflazione equivale a portare davvero un mare di acqua al mulino di Putin; anzi, è forse questa la principale arma in mano a Putin per dire che la sanzioni fanno più male a noi che alla Russia.     

Per completare l’argomentazione, occorre capire che qual è la narrazione giusta. Per rispondere possiamo basarci sulle analisi che sono state fatte sulla situazione prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio.  Vi era allora un certo consenso, anche fra le banche centrali, sul fatto che nel 2021 vi era stato un fortissimo aumento della domanda mondiale a cui l’offerta non era riuscita ad adeguarsi: di qui, gli aumenti di quasi tutte le materie prime e non solo di quelle energetiche.  Come scrive la  Banca d’Italia nella Relazione annuale, all’aumento della domanda nel corso del 2021 hanno contribuito politiche monetarie e di bilancio eccezionalmente espansive, per la prima volta sincrone in quasi tutto il mondo.

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Dal lato dell’offerta vi sono state difficoltà di adeguamento al boom di domanda che hanno creato colli di bottiglia in tantissime attività. I colli di bottiglia sono in parte un fatto temporaneo: occorre del tempo per fare gli investimenti necessari per adeguare l’offerta. In parte però riflettono un fenomeno strutturale molto importante: la rottura e la riorganizzazione della catene globali del valore. In passato eravamo abituati a vedere una crescita del commercio mondiale sempre superiore a quella del Pil mondiale. Questo avveniva perché procedeva la globalizzazione e si aprivano nuovi mercati in particolare in Asia a nell’Est Europa. In buona parte la crescita del commercio era il risultato della catene del valore di imprese che andavano alla ricerca di bassi costi del lavoro.  Secondo un calcolo recente  pubblicato su Project Sindacate, fra un terzo e metà delle esportazioni cinesi era attribuibile alle imprese multinazionali.  Ciò contribuiva a tenere bassi i prezzi nei paesi avanzati. Fra il 1990 e il 2008, il prezzo delle importazioni di manufatti degli Stati Uniti dal resto dei paesi avanzati aumentò del 33%, mentre il prezzo dei beni importati dai paesi emergenti aumentò solo del 3,4%. Dal 2009, gradualmente la globalizzazione si è fermata e la crescita del commercio mondiale è risultata inferiore a quella del Pil. La situazione è precipitata con le tariffe imposte dall’amministrazione Trump, con le chiusure all’estero attuate per fermare la diffusione del  Covid, con l’aggressività manifestata in molti campi dalla Cina e poi dalla Russia. In sostanza, l’Occidente sembra aver voglia di chiudersi, in parte per buoni motivi (l’aggressività di Russia e Cina), ma in parte per il prevalere di spinte sovraniste e nazionaliste. E molti paesi stanno invitando, spesso anche con cospicui incentivi monetari, le proprie imprese a tornare in patria o comunque in paesi vicini  o amici.

Tutto ciò è molto costoso e, al di là degli effetti di lungo periodo, comporta enormi investimenti che costano e che rendono difficile adeguare l’offerta alla domanda.  Di qui l’inflazione. E di qui una facile previsione: dato che la crescita mondiale sta rallentando e i prezzi delle materie prima stanno scendendo, nei prossimi mesi vedremo un’attenuazione del fenomeno inflazionistico, ma l’era della globalizzazione crescente non tornerà presto. Ciò significa che sta venendo meno uno dei fattori di fondo che negli anni passati ha contribuito a tenere bassa l’inflazione.

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