L’UE verso la riforma del MES, intervista di Vittorio Ferla a Giampaolo Galli

Il Riformista, 1 dicembre 2020 Nella riunione dell’Eurogruppo di ieri, 30 novembre, i ministri delle Finanze dei paesi membri dell’eurozona si sono espressi sulla tanto attesa riforma del trattato Mes, il fondo cosiddetto “Salva Stati”. La riforma sarà discussa poi dai capi di Stato e di Governo nel prossimo Consiglio europeo del 10-11 dicembre, e […]

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Il Riformista, 1 dicembre 2020

Nella riunione dell’Eurogruppo di ieri, 30 novembre, i ministri delle Finanze dei paesi membri dell’eurozona si sono espressi sulla tanto attesa riforma del trattato Mes, il fondo cosiddetto “Salva Stati”. La riforma sarà discussa poi dai capi di Stato e di Governo nel prossimo Consiglio europeo del 10-11 dicembre, e il nuovo trattato sarà eventualmente firmato dai governi a gennaio 2021. Per completare il processo di riforma occorrerà attendere le ratifiche nazionali, che dovrebbero concludersi entro la fine del 2021.“La riforma – spiega al Riformista Giampaolo Galli, economista dell’Osservatorio Conti pubblici dell’Università Cattolica – non prevede la ristrutturazione automatica del debito, ma che i prestiti del Mes vadano agli Stati con debiti sostenibili, ossia in grado di restituire i prestiti. Altrimenti si tratterebbe di finanziamenti a fondo perduto. Questi ultimi sono previsti dal Next Generation EU, ma sono stati concepiti come strumento una tantum per fronteggiare l’emergenza pandemica”. In passato in molti – ambienti istituzionali tedeschi e  francesi, perfino un premio nobel come Joseph Stiglitz e lo stesso Beppe Grillo  hanno pensato che per le situazioni più gravi la soluzione fosse il default a freddo. “Ma la ristrutturazione del debito a freddo è una pistola puntata contro i risparmiatori”, avvisa Galli. “La cancellazione del debito non può essere una soluzione. Spesso viene confusa con la debt relief che il Fondo monetario internazionale propone nei confronti dei paesi poveri. Ma quelli sono debiti di paesi verso altri paesi o verso le banche di altri paesi. Qui la cancellazione del debito si farebbe a spese dei nostri stessi risparmiatori. Per questo è improponibile”.

La riforma del Mes prevede invece lo strumento del “backstop”, una sorta di cintura di sicurezza attorno alle banche dell’Eurozona. “Nel caso di crisi di una banca controllata dalla Bce l’attuale normativa prevede un intervento del Fondo di risoluzione unico alimentato dalle banche europee”, spiega l’economista della Cattolica. Con la riforma, in caso di insufficienza del Fondo, “interverrebbe il backstop cioè una rete di sicurezza realizzata con le risorse impegnate dagli Stati per evitare effetti di contagio sistemico. Anche qui ci sono le basi per la costruzione di una solidarietà europea”. Superando le tradizionali perplessità della Germania, l’approvazione di questa riforma sarebbe pertanto “un passo ulteriore verso un bilancio comune europeo”, dice Galli. Il nuovo Mes, infine, potrà intervenire attraverso due distinte linee di credito, immaginate per evitare l’effetto di contagio che può derivare da altri paesi in crisi. La prima linea di credito “semplificata” è limitata ai Paesi che soddisfano tutti i criteri di finanza pubblica previsti dalla regole europee. La seconda linea di credito è immaginata per paesi che non rispettano tutti i criteri, ma hanno debito sostenibili: “un anno fa si poteva pensare che servisse per proteggere paesi forti come la Francia dal rischio Italia, ma oggi – avverte Galli – nel pieno della pandemia tutti gli stati corrono rischi simili”.

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Resta da fare chiarezza sulla linea di credito finalizzata, messa a disposizione degli Stati per finanziare le spese sanitarie dirette e indirette da Covid-19. Per l’Italia sarebbero 37 miliardi di euro. “La nuova linea non c’entra niente con tutto ciò che è stato il Mes finora”, precisa Galli. “Si chiede solo di usare le risorse per fronteggiare la crisi sanitaria. Per esempio, si potrebbero usare per garantire agli studenti di frequentare la scuola in sicurezza”. Quelle risorse, conclude Galli, “sono a tasso zero quindi costano meno dell’emissione di titoli. È stata una sciocchezza non usarle. Adesso i tassi dei nostri titoli sono scesi e dunque il risparmio è inferiore a un anno fa, ma è ancora rilevante”.

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