La piattaforma Rousseau: perché questo filosofo piace ai 5S e non piaceva affatto a Bertrand Russell.

Ecco alcuni brani tratti da “Il Contratto Sociale” di Jean-Jacques Rousseau[1] che possono forse spiegare perché questo filosofo piaccia al Movimento 5 Stelle e perché invece non piacesse affatto a Bertrand Russell che, nella sua “Storia della filosofia occidentale”, scrisse una frase icastica: “Hitler è una conseguenza (“outcome”) di Rousseau; Roosevelt e Churchill, di Locke” (Russell B., A History of Western Philosophy. New York: Simon and Schuster, 1945, p. 685). Le sottolinetaure in neretto e i titoletti in corsivo sono miei:

Contro la democrazia rappresentativa (per la democrazia dell’Assemblea):

“I deputati del popolo non sono né possono essere i suoi rappresentanti; non sono che commissari e non possono decidere niente in modo definitivo. Ogni legge che il Popolo non ha ratificato è nulla: non è affatto legge.

Il popolo inglese pensa di essere libero, ma s’inganna parecchio poiché non lo è che durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti esso è schiavo, è niente”. (Libro III, Cap. 15) 

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A favore dei Tribuni del popolo (che non sono rappresentanti):

“Nelle antiche Repubbliche e anche nelle monarchie il popolo non aveva rappresentanti, questo termine era ignoto… È molto singolare che a Roma, dove i Tribuni erano così severi, non si sia mai pensato che potessero usurpare le funzioni del popolo e che in mezzo a una moltitudine tanto numerosa, essi non abbiamo mai tentato di far passare sulla base della loro autorità un solo Plebiscito”. (Libro III. Cap. 15).

Contro la ‘casta’ dei deputati a pagamento:

“Appena il servizio pubblico cessa di essere la principale occupazione dei Cittadini e appena preferiscono prestarlo con il loro denaro anziché con la loro persona, lo Stato è già vicino alla sua rovina…

Bisogna partecipare al Consiglio? Eleggono dei deputati e rimangono a casa. A forza di pigrizia e di denaro arrivano alla fine dei soldati per rendere schiava la patria e dei rappresentanti per venderla”. (Libro III, Cap. 15)

 Contro la divisione dei poteri (inutile o dannosa):

“La sovranità è indivisibile… I nostri politici, non potendo dividere la sovranità quanto al suo principio, la dividono quanto al suo oggetto: la dividono in forza e in volontà, in potere legislativo e potere esecutivo, in diritti concernenti le imposte, la giustizia e la guerra, in amministrazione interna e in potere di trattare con lo straniero”. (Libro II, Cap. 2).

Contro i partiti, le associazioni e i corpi intermedi (visti come ‘lobby’ che impediscono la genuina espressione della volontà generale):

“Quando il popolo sufficientemente informato delibera e, se i cittadini non avessero alcuna comunicazione fra loro, dal gran numero delle piccole differenze deriverebbe sempre la volontà generale e la deliberazione sarebbe sempre buona. Ma quando si creano degli intrighi, delle associazioni parziali a scapito della grande, la volontà di ciascuna di esse diventa generale in rapporto ai suoi membri e particolare in rapporto alla Stato… È dunque importante, perché si abbia chiaramente l’enunciazione della volontà generale, che non ci siano società parziali nello Stato e che ogni cittadino dia il proprio parere pensando solo con la sua testa” (Libro II, Cap. 3)

Contro le garanzie per i cittadini (inutili perché il Sovrano è infallibile):  

«Essendo il Sovrano formato solo dai singoli che lo compongono, non ha né può avere interessi contrari ai loro; di conseguenza il potere Sovrano non ha alcun bisogno di offrire garanzie ai sudditi, perché è impossibile che il corpo voglia nuocere a tutti i suoi membri.  Il Sovrano, per il solo fatto di essere, è sempre tutto ciò che deve essere (ossia è sostanzialmente infallibile)”.  (Libro I, Cap. 7)

Per il governo di pochi saggi:

Che i più saggi governino la moltitudine costituisce l’ordine migliore e più naturale, quando si ha la certezza che la governano per il suo vantaggio e non per il loro; non si devono moltiplicare senza scopo le competenze, né fare con ventimila uomini ciò che cento uomini scelti possono fare ancora meglio”. (Libro III, Cap. 5)

 Il popolo vuole sempre il bene, ma bisogna insegnare al popolo a conoscere ciò che vuole:

“Da solo il popolo vuole sempre il bene, ma non sempre, da solo, lo vede. La volontà generale è sempre retta, ma il giudizio che la guida non è sempre illuminato … I singoli vedono il bene che rigettano, la collettività vuole il bene che non vede. Tutti hanno ugualmente bisogno di una guida: bisogna costringere gli uni ad adeguare la loro volontà alla ragione; bisogna insegnare al popolo a conoscere ciò che vuole”. (Libro II, Cap. 6).

Forzare i disobbedienti:

Chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale vi sarà costretto da tutto il corpo, il che non significa altro che lo si forzerà ad essere libero” (Libro I, Cap. 7)

Lo Stato arbitro della vita e della morte:

“Il Cittadino non è più arbitro del pericolo al quale la legge esige che egli si esponga e, quando il Principe gli ha detto: “è necessario per lo Stato che tu muoia”, deve morire…la vita non è più unicamente un beneficio della natura, ma un dono sottoposto a limitazioni da parte dello Stato”. (Libro II, Cap. 5).

Lo Stato padrone:

“Ogni membro della comunità si dà a questa … cioè dà se stesso e tutte le sue forze, in cui rientrano i beni che possiedono… Lo Stato è, nei confronti dei suoi membri, padrone di tutti i loro averi”. (libro I, Cap.9)

Dulcis in fundo: la dittatura come rimedio accettabile:

 “Se…la minaccia è tale che l’apparato delle leggi costituisca un impedimento a garantirsi da essa, allora si nomina un Capo supremo che faccia tacere tutte le leggi e sospenda provvisoriamente l’autorità sovrana”. (Libro IV, Cap. 6).

[1] Fonte: “Il Contratto Sociale” a cura di Roberto Gatti, Rizzoli, 2005.

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