La discontinuità di Draghi, di Giampaolo Galli, Il Riformista, 23 marzo 2021

E’ difficile dire che con Draghi non è cambiato nulla. Lo si è visto alla conferenza stampa di venerdì: non eravamo più abituati a risposte precise, rapide, secche; ossia a un linguaggio di chi sa di cosa parla e sa ben calibrare le parole.

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Tre cose in particolare mi hanno colpito. La prima è che forse solo un personaggio come Mario Draghi poteva dire che non è questo il momento di preoccuparsi del debito pubblico. Tutti sanno che Draghi è perfettamente consapevole delle conseguenze nefaste di un alto debito pubblico; proprio per questo Draghi può dire che al debito ci si penserà dopo, quando sarà finita la guerra contro l’epidemia. Forse le stesse parole dette da altri avrebbero sollevato  dubbi e timori sui mercati.

Lo stesso vale per le questioni del rapporto stato-mercato e dell’Europa. Tutti sanno quanto ha fatto Draghi per le privatizzazioni e poi per l’Europa. Per questo si può permettere di dire che non è questo il momento di dire se è meglio lo stato o il mercato; e che quando l’Europa non funziona, alla salute ci devono pensare i singoli Stati. A nessuno viene il dubbio che Draghi voglia statalizzare l’economia o tornare ai fasti anti-europei del governo giallo-verde.

Infine, l’unico momento della conferenza stampa in cui Draghi ha alzato i sopraccigli è stato quando un giornalista ha suggerito che il blocco di AstraZeneca fosse stato fatto per andare incontro agli interessi della Germania. L’uomo che per tanti anni alla BCE ha contrastato con successo le posizioni dell’establishment tedesco ha una ovvia credibilità quando nega che questo sia stato il caso e fulmina con lo sguardo l’incauto giornalista che aveva fatto la domanda.

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Si aggiunga che nessun Presidente del Consiglio aveva mai usato la parola ‘condono’. Quasi tutti i governi l’hanno fatto, anche se alcuni più di altri e in dosi pericolose per la salute pubblica, ma tutti hanno sempre negato che si trattasse di un condono. Draghi si è solo difeso dicendo che 5.000 euro sono una cifra piccola, perché al netto di interessi di mora e sanzioni, corrispondono a qualcosa come 2.500 euro. Avrebbe potuto aggiungere vari altri argomenti. Ad esempio, che si tratta di cartelle datate e in gran parte inesigibili e che c’è un tetto di 30.000 euro di reddito per i beneficiari. Non lo ha fatto. E forse non lo ha fatto a ragion veduta; magari per evitare che Salvini cantasse vittoria troppo facilmente. Infatti, anche a destra questa parola non la si usa a cuor leggero; Salvini parla di pace fiscale, non certo di condono.

Poi ci sono i contenuti. Fra questi l’annuncio di una nuova richiesta di scostamento di bilancio nella consapevolezza, espressa molto chiaramente, che anche questo intervento, per quanto ingente, non sarà sufficiente. Può darsi che Draghi non sia un politico e non sia empatico, ma presentando il decreto con una certa umiltà e dicendo che era il massimo che si poteva fare nella circostanza ha parlato a milioni di persone angosciate per il fatto di non aver visto, se non forse  dopo grandi ritardi, quei soldi che erano stati annunciati con dosi forse un po’ eccessive di ostentazione.

Infine, due novità tecniche importanti. Sono stati abbandonati gli ormai famigerati Codici Ateco, che avevano la pretesa di incapsulare un’ economia complessa i pochi codici statistici. Questi codici non tenevano conto delle interdipendenze fra settori dell’economia e finivano per lasciar fuori molte imprese dell’indotto dei settori che erano stati messi in lockdown. Peraltro, a quanto mi consta, l’Italia era l’unico paese europeo che usava codici di settore. Saggiamente, si è deciso di dare i contributi a fondo perduto alle imprese che hanno avuto una significativa caduta di fatturato. E anche qui c’è un’altra innovazione importante: i vari decreti successivi al decreto Rilancio del 19 maggio hanno continuato a usare come criterio quello del primo decreto, ossia la caduta del fatturato ad aprile 2020 rispetto ad aprile 2019. Può sembrare un punto molto particolare o tecnico, ma un criterio del genere tagliava fuori tantissime imprese che avevano avuto anche forti cadute di fatturato, ma non ad aprile. Il motivo per cui si era continuato a usare quel criterio è che i soggetti che avevano beneficiato del primo ristoro erano già noti e quindi questo evitava che si ripetessero i ritardi che tanto hanno pesato sull’efficacia dell’azione del precedente governo e anche sulla sua popolarità. Questo governo fa una scelta diversa e molto ragionevole – caduta del fatturato media 2020 su 2019- scommettendo sull’efficienza dell’amministrazione tributaria. In questi giorni le categorie protestano perché il contributo è modesto, ma si tenga conto che con i criteri precedenti molti non avevano avuto nulla, tant’è da solo questo contributo costa oltre 11 miliardi. Nel complesso, queste innovazioni segnano un’indubbia discontinuità e  vanno incontro alle richieste di un larghissima platea di piccole imprese. Ma sono state dette un po’ sottovoce, forse per non irritare i partiti che erano anche nella precedente maggioranza, ma forse anche per un’accorta avversione verso forme di ostentazione che stonano con la serietà della situazione che il Paese sta affrontando.    

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