Il blocco dei licenziamenti non ha salvato l’occupazione

di Giampaolo Galli, FIRSTonline, 14 maggio 2021.

Le imprese cercano personale e non lo trovano e intanto la disoccupazione cresce: è l’anomalia di un mercato del lavoro inefficiente dove domanda e offerta faticano a incontrarsi e dove i centri per l’impiego non sono all’altezza dei loro compiti

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L’Italia è fra i pochissimi paesi che durante la pandemia hanno messo in atto un blocco generalizzato dei licenziamenti. Qualche limitazione settoriale c’è stata anche in Spagna, ma solo la Grecia ha fatto come l’Italia. E tuttavia in Italia, come peraltro in Grecia, l’occupazione è crollata come nei paesi che non hanno imposto il blocco. A gennaio di quest’anno, l’Italia aveva perso più di un milione di posti di lavoro rispetto al gennaio del 2020. Hanno pagato gli ousiders, cioè quella stragrande maggioranza di persone che non hanno le protezioni tipiche del lavoro dipendente. Si sono così persi 333 mila posti di lavoratori a termine; sono venute meno le assunzioni, specialmente di giovani, il che ha consentito alle imprese di ridurre di 325 mila i lavoratori con contratti a tempo indeterminato. Si sono ridotti gli ordini verso quella enorme massa di lavoratori autonomi, che sono una particolarità del nostro paese e che nell’anno del Covid sono diminuiti si 362 mila unità. Hanno perso il lavoro molti lavoratori irregolari, ignoti alle istituzioni e alle statistiche.
Questi dati mostrano come la flessibilità del lavoro, cacciata dalla porta, rientri dalla finestra. E ciò avviene perché, malgrado le riforme tentate negli anni passati, il nostro mercato del lavoro rimane anomalo. Sono pochissime le persone che lavorano, e infatti abbiamo il più basso tasso di occupazione nell’OCSE: 54,8 per cento se si guarda al dato corretto per tenere conto dei lavori part time (dati ante ante Covid). La sottoccupazione è scandalosa per le donne, ma anche per gli uomini siamo al fondo della classifica. Abbiamo un bassissimo numero di lavoratori dipendenti perché le imprese preferiscono utilizzare lavoratori autonomi che rappresentano ovviamente il massimo della flessibilità. Se poi si guarda dentro il mondo dei lavoratori dipendenti del settore privato con un contratto a tempo indeterminato (solo 10,3 milioni di persone) si vede che il 50 per cento lavora in imprese sotto i 50 dipendenti e solo il 30 per cento è impiegato in imprese sopra i 250 dipendenti. Secondo i dati ufficiali dell’Istat, ben 3,7 milioni di persone sono irregolari perché lavorano in nero o sono impiegati in attività criminali.
Questa è ovviamente la descrizione di un mercato ‘destrutturato’, come amano dire i sindacalisti. Dove però i destrutturatori sono coloro che hanno mantenuto un mercato del lavoro rigido, in cui le imprese si difendono con l’outsourcing portato all’estremo e la de-verticalizzazione totale. Ragione questa non ultima, anche se non certo l’unica, per cui le imprese italiane sono piccole.
Il colmo della assurdità la si raggiunge quando si scopre che, in base ad una indagine mensile Anpal-Unioncamere, ci sono, anche in piena pandemia e anche oggi, un milione di posti di lavoro vacanti, cioè posti per le quali le imprese fanno fatica a trovare le persone adatte. Nell’ultima rilevazione, relativa a maggio, le imprese cercano 2 mila dirigenti, 66 mila specialisti in ingegneria, chimica fisica, matematica, informatica e affini, 100 mila impiegati addetti a mansioni altamente qualificate, 360 mila persone addette a professioni che vengono definite qualificate (come addetti alle vendite, infermieri, cuochi), 204 mila operai specializzati, 177 mila “conduttori di impianti fissi e mobili”, 195 mila operai non specializzati.
I motivi per cui le imprese fanno fatica a trovare le persone giuste sono tanti, ma certo i centri per l’impiego non aiutano. Se si cerca nei siti dei centri per l’impiego, si entra in un surreale labirinto; ad esempio, la città di Roma è divisa in tre zone come se una persona che abita in una certa zona di Roma non possa essere interessata ad un lavoro in un’altra zona della stessa città, o anche a Viterbo, o a Milano. Poi viene chiesto di dire quale lavoro si cerca e la griglia ammessa è molto fine: ad esempio, non c’è ‘ingegnere’, ma ci sono diverse tipologie di ingegneri (civile, edile ecc.). Alla fine l’incrocio fra località e qualifica è talmente sottile che raramente si trovano le offerte.
L’altro motivo per il quale le imprese fanno fatica a trovare lavoratori è che nessuno fa il mestiere di orientare e formare le persone. Questo è ciò che dovrebbero fare i centri per l’impiego e, a quanto sembra, in qualche zona d’Italia, lo fanno. Ma per lo più questi centri sono i figli o i nipoti legittimi di quell’orrore dalla legislazione che era la chiamata numerica, superata del tutto solo nel 1996 con riforma Treu: i centri dovevano solo mettere in fila i disoccupati in base alla data di arrivo, e le imprese non potevano far altro che prendere il primo della fila. Dal 1997 ad oggi sono passati tanti anni e tanti tentativi di riforme, ma l’inerzia burocratica è formidabile e sin qui ha avuto la meglio. Sicché solo in pochissime località questi centri fanno lavori utili. In altri paesi lo Stato imprenditore è in grado fare progetti come l’Apollo per andare sulla luna, ma lo Stato che conosciamo in Italia, per ora, è questo.

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