Dieci anni dal whatever it takes. Pessimisti e ottimisti a confronto

di Giampaolo Galli, Il Foglio, 27 luglio 2022.

Nel decennale delle tre parole più famose pronunciate da Mario Draghi, ecco uno scambio che potrebbe svolgersi a Bruxelles, a Francoforte o Roma sulle prospettive dell’Italia.

Ottimista: Rispetto a 10 anni fa molte cose sono cambiate in Italia. Grazie alla ministra Fornero, l’Italia è uno dei pochissimi paesi che è riuscito a fare una seria riforma delle pensioni; c’è stato il Jobs Act, che ha reso più flessibile il mercato del lavoro; le banche sono meglio capitalizzate di allora, anche grazie alle riforme di Renzi delle banche cooperative; i politici italiani hanno capito i loro limiti e per affrontare l’emergenza hanno chiamato Mario Draghi. 

 
Pessimista: La riforma Fornero non è a regime, tant’è che neanche Draghi è riuscito a eliminare l’obbrobrio di Quota 100 e ha fatto Quota 102; il Jobs Act è stato scarnificato dalle sentenze dai giudici, tant’è che oggi un’impresa non sa se un licenziamento verrà giudicato illegittimo e, in tal caso, se dovrà pagare sei mesi o tre anni di stipendio o se addirittura sarà costretta a reintegrare il lavoratore, come avveniva prima della riforma; le banche sono più capitalizzate, ma sono zeppe di Btp per cui il “doom loop”, ossia il circolo vizioso fra debito pubblico e banche, è attivo oggi come 10 anni fa. E’ vero che c’è Draghi, ma i partiti italiani non hanno perso le loro cattive abitudini e continuano a chiedere scostamenti di bilancio; e poi Draghi c’è fino alla prossime elezioni. Il rapporto debito/pil è al 150 per cento, mentre nel 2012 era al 126 per cento e i due principali ostacoli agli investimenti in Italia, la burocrazia e la lentezza della giustizia, sono uguali a 10 anni fa, se non peggio. 

Ottimista:  Ammettiamo che tu abbia ragione. Cosa dobbiamo fare per aiutare l’Italia ad aiutarsi da sé? Quale politica può essere più utile per indurre l’Italia a fare davvero le riforme che si è impegnata a fare nel Pnrr? Se la obblighiamo a sottoporsi a un programma tipo Mes, ci sarà una forte reazione dei populisti e addio riforme! 

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Pessimista: Questa era la teoria che prevalse nel 2015, quando la Bce inaugurò il Quantitative Easing. Ma questa teoria non ha retto alla prova dei fatti. Tutto l’aggiustamento fiscale fatto dall’Italia è avvenuto nel 2012 sotto la pressione dello spread. Nel 2013, l’Italia aveva pressoché raggiunto il pareggio di bilancio strutturale, il che vuol dire che da quel momento in poi, se non si fosse fatto nulla, il solo miglioramento del ciclo economico avrebbe portato il bilancio in pareggio. Invece l’Italia ha aumentato la spesa, giocandosi tutta la riduzione della spesa per interessi, e anno dopo anno ha peggiorato il suo deficit strutturale fino all’1,8 per cento del pil nel 2018.   

Ottimista: Ma oggi ci sono gli investimenti e soprattutto le riforme del Pnrr. E tutti i partiti sono d’accordo che la “messa a terra” del Pnrr è essenziale. Nessuno vorrà rischiare un’interruzione dei flussi di denaro dal bilancio Ue all’Italia.

 
Pessimista: I partiti fan finta di essere d’accordo perché nessuno vuole rimanere con il cerino in mano. Ma la verità è che Draghi finora non è riuscito a fare quasi nulla. La riforma fiscale è stata stravolta in Parlamento e comunque è una delega destinata a un binario morto. La legge cosiddetta “annuale” sulla concorrenza contiene ben quattro deleghe sui punti più sensibili, anche questi con tutta probabilità su un binario morto.  Sulla Pubblica Amministrazione si stanno facendo migliaia di assunzioni a termine per poter realizzare il Pnrr; ma i bandi vanno deserti e c’è pochissima possibilità di fare valutazioni in base al merito. La fretta del Pnrr ha obbligato il ministro Renato Brunetta ad abbandonare l’idea di attuare davvero la sua riforma del 2009, che inseriva i primi elementi di meritocrazia nell’amministrazione. Sulla giustizia, si è cancellato l’obbrobrio dei processi infiniti di Bonafede, ma si tratta solo del ritorno allo status quo ante riforma, che era comunque insostenibile. Tutti ci dicono che le riforme Cartabia sono il massimo possibile nel contesto dato, ma che cambieranno di poco il posizionamento dell’Italia fra i paesi con la giustizia più lenta al mondo.  

Ottimista:  Non possiamo pretendere che la politica faccia più di ciò che è possibile!

 
Pessimista:  Ovvio! Ma qualcuno dovrebbe cominciare a spiegare agli italiani che andando avanti così vanno a sbattere. Qualcuno pensa che con le riforme che sono state sinora abbozzate l’Italia tornerà a essere un paese che cresce come gli altri, diciamo un punto in più all’anno, più o meno come la Francia? E se non cresce, cosa succederà ai salari, al welfare, al rapporto debito/pil? 

 
Ottimista: Fino all’inizio del millennio, Italia e Germania erano i due malati d’Europa, nel senso che non crescevano. Con le riforme attuate da un governo socialdemocratico, quello presieduto da Gerhard Schröder, Berlino si è rimessa a correre. Quelle riforme non avevano nulla di miracoloso, ma fecero capire ai tedeschi che la Germania stava in un angolo: di qui la moderazione salariale e i guadagni di competitività che tanto hanno contribuito al rilancio della macchina industriale tedesca. Perché qualcosa del genere non dovrebbe succedere anche in Italia?

Pessimista: Ti seguo, ma ammetterai che per ora è solo una speranza. 

 
Ottimista: Certo, ma non priva di qualche fondamento. La manifattura italiana sta tenendo e le quote dell’Italia sul commercio mondiale sono rimasti costanti nell’ultimo decennio, malgrado l’emergere della Cina e dell’est Europa. Le imprese che hanno vinto la sfida dei mercati internazionali sanno bene cosa significano alcuni concetti, che sono quelli che mancano al settore pubblico: concorrenza, valutazione, risultati. In una parola, merito.

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