BONUS E INCENTIVI: NON TUTTO È DA BUTTARE

Per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità e digitalizzazione occorre orientare anche gli investimenti privati

di Giampaolo Galli, Inpiù, 22 gennaio 2021

I bonus sono caduti in disgrazia, ma forse l’annuncio della loro morte è prematuro e non del tutto giustificato. Persino Conte, in uno dei suoi interventi sulla fiducia, ha detto che bisogna superare la “cultura dei bonus”. Ma intanto il governo ha chiesto uno scostamento di 32 miliardi, allo scopo di dare dei bonus, che – si spera – dovrebbero andare a chi ha davvero sofferto per le conseguenze economiche del Covid.

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Persino due severissimi censori della finanza allegra come John Cogan e John Taylor scrivono sul Wall Street Journal che sono giustificati i ristori a chi ha sofferto per il Covid. Ma non c’è solo questo. Nella legge di bilancio appena approvata ci sono qualcosa come 9 miliardi all’anno di incentivi a imprese e famiglie per il prossimo triennio. I principali sono la versione aggiornata di Industria 4.0 e gli incentivi per l’efficienza energetica degli edifici. Sono anche questi bonus? E anche questi vanno superati? Ci sono buoni argomenti per ritenere che questi incentivi, pur perfettibili, siano utili. Dopo anni di chiacchiere a vuoto sulla necessità di fare politiche industriali, è arrivata l’Europa e ci ha chiesto di fare due colossali sterzate che richiedono serissime politiche industriali: la transizione ecologica e quella digitale. Entrambe richiedono politiche pubbliche perché vi sono ovvie esternalità che non possono essere internalizzate dal mercato: queste esternalità generano ciò che nel linguaggio tecnico degli economisti vengono chiamati “fallimenti del mercato“, una terminologia un bel po’ fuorviante, che, usata fuori dall’accademia, genera sballatissimi dibattiti ideologici.

Ora la questione è se gli obiettivi di queste politiche industriali debbano essere conseguiti solo con investimenti pubblici o anche indirizzando nella direzione voluta gli investimenti privati. Posta in questi termini, la risposta sembra ovvia, dal momento che solo attraverso gli incentivi – ed eventualmente alcune imposte “pigouviane”- potremo ottenere gli effetti desiderati sulle attività private – edifici, trasporti, manifattura, finanza, commercio ecc.- che per fortuna rappresentano ancora la maggior parte della nostra economia. Ci sono certamente dei bonus che non vanno bene e questi sono i regali selettivi che si fanno a questa o quella categoria, spesso attraverso un abuso del sistema fiscale. Ma sarebbe sbagliato dire che un bonus, se è selettivo, è da buttar via. Fra i bonus selettivi da non buttar via, anzi da costruire, ci sono quelli su cui saremo costretti a ragionare nei prossimi mesi per fare ciò che, ragionevolmente, è stato sollecitato nel rapporto del G30 presentato a dicembre da Draghi: non più dare ristori a tutte le attività colpite dal Covid, ma dare sostegni selettivi alle sole attivita che hanno un futuro. Vale la pena di citare: “Targeting is required to ensure that infusions of equity are directed at companies that are viable”. Piaccia o no, è in arrivo una vera e propria ondata di bonus selettivi: occorre far sì che non siano troppo cattivi.

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