Meno instabilità e decisioni più veloci – Il Sole 24 Ore, 3 maggio 2016

Sarebbe bene che sul prossimo referendum costituzionale si esprimessero non solo gli studiosi del diritto, ma anche gli economisti, le parti sociali e, più in generale, le persone sensibili ai temi dell’economia e delle imprese. Queste ultime, pur fra ampie divergenze, in generale convergono nel ritenere che la malattia dell’economia italiana è antica, grave e tale da richiedere decisioni difficili che nel passato non si è riusciti a prendere. Chi ha questa sensibilità può pensare che la riforma costituzionale approvata dal Parlamento abbia limiti anche importanti, ma tende a riconoscere che – in combinato disposto con l’Italicum – va nella direzione di superare la strutturale instabilità dei governi e con essa la difficoltà di assumere decisioni che sono invece assolutamente necessarie.

In effetti, il problema centrale che la riforma cerca di affrontare è essenzialmente quello della sovrapposizione di una molteplicità di centri decisionali in cui si radicano minoranze capaci di bloccare le decisioni, nei partiti, nelle coalizioni, nei territori e nelle regioni, così come in ciascuna delle due Camere paritarie in cui si articola oggi il Parlamento.

La conseguenza dell’attuale stato delle cose è duplice. Le norme sono tortuose e incomprensibili anche perché devono accontentare troppe minoranze in perenne litigio fra di loro e con la maggioranza, e l’orizzonte temporale dei governi, valutato ex-ante, è sempre brevissimo. Ex-post, i governi possono anche durare un’intera legislatura, ma sempre come risultato di una navigazione a vista fatta con i sondaggi alla mano e con il rischio continuo di cadute o rovinosi scivoloni. In un quadro del genere non si riuscirebbe a governare un’azienda e neanche un condominio. Chi ha a cuore la competitività delle imprese e l’efficienza del sistema economico non può non apprezzare l’abolizione del bicameralismo paritario e una riforma del titolo V che elimina la legislazione concorrente fra Stato e Regioni, riporta alla competenza esclusiva dello Stato la materia energetica e le grandi infrastrutture, introduce un’essenziale norma di chiusura che consente allo Stato di intervenire, sia pure in casi eccezionali, anche su materie lasciate in via residuale alla competenza delle Regioni.

Il nesso fra economia e capacità decisionale è del tutto evidente quando si considerano le analisi della bassa crescita italiana dal lato dell’offerta, quelle che sono dominanti nei documenti e nelle raccomandazioni della Commissione Europea. È ovvio che occorre grande forza politica e stabilità di governo per rendere più competitivi i servizi e per dare più efficienza all’amministrazione pubblica, alla giustizia o alla scuola, o per riformare le banche.

Ma il punto interessante è che quel nesso esiste anche quando si guarda al tema dal lato della domanda, come fanno gli economisti keynesiani. Non possiamo non chiederci perché dello stesso problema di carenza della domanda non soffra la Germania, che fino ai primi anni duemila era, assieme all’Italia, il malato d’Europa. La risposta è che la Germania ha preso delle decisioni rilevanti ai fini della produttività e dei salari di cui noi non siamo stati capaci. Negli ultimi quindici anni si è quindi accumulato un divario di costo del lavoro per unità di prodotto tale che la domanda si rivolge più alle imprese tedesche che a quelle italiane e del resto dell’Eurozona: di qui l’enorme surplus della bilancia commerciale tedesca. Possiamo chiedere alla Commissione Europea di applicare alla Germania la procedura degli squilibri macroeconomici eccessivi, ma non possiamo non chiederci perché non siamo stati in grado di prendere noi quelle stesse decisioni che hanno reso forte la Germania.

Difficile dire quale sia la terapia suggerita da chi ritiene che il problema italiano sia il retaggio di antiche ideologie oppure una diffusa e capillare mancanza di “capitale sociale”. In una versione estrema di questa teoria, quella esposta da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 26 aprile scorso, il problema appare quasi insolubile, spaziando dai ragazzini che copiano a scuola e si fanno raccomandare per trovare un lavoro ai politici che si scambiano favori o si lasciano corrompere. Con queste premesse, potremmo concludere che l’Italia è condannata al declino. Ma se, per avventura, volessimo provare a darci una speranza, faremmo bene a partire dai risultati di molti studi che dimostrano che la corruzione è in larga misura figlia di una burocrazia che non funziona; e la burocrazia non funziona anche perché nessuno decide. E se si vuole che ripartano i processi decisionali qualcosa si potrà forse fare “partendo dal basso”, ma il grosso lo si deve fare “partendo dall’alto”, ossia dalla Costituzione e dall’assetto delle massime istituzione dello Stato.

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