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“Il debito si cura con le riforme – La via della ristrutturazione non è percorribile per la nostra economia” – Giampaolo Galli su Il Sole24Ore – 15/05/2014

Quasi tutti gli economisti, anche quelli più critici verso l’Unione Monetaria, respingono come troppo rischiosa l’ipotesi di una rottura dell’euro. Da ultimo, Joseph Stiglitz ha voluto chiarire che le sue proposte sono volte a salvare l’euro non certo di affondarlo. Rimane però sul tavolo un’altra ipotesi radicale avanzata dallo stesso Stiglitz e, in Italia, da Lucrezia Reichlin (Corriere della Sera del 14 maggio): la ristrutturazione del debito pubblico. Questa ipotesi gode di un certo credito anche fra alcuni autorevoli consulenti delle cancellerie europee per una ragione che ha ben spiegato Carlo Bastasin sul Sole 24Ore del 7 maggio. Oggi il mercato ci sta dando fiducia perché c’è abbondanza di liquidità nel mondo. Ma si tratta di una fiducia condizionata. Permangono i rischi di una reazione avversa dei mercati fino a quando il debito non inizierà chiaramente a scendere rispetto al Pil. Come dice Bastasin: “Per i prossimi dieci anni, almeno, l’Italia dovrà assicurare una differenza fra entrate e spese pubbliche (al netto della spesa per il servizio del debito) vicino al 5% del Pil. Senza un’economia che cresce, sarà politicamente impossibile”. Ecco dunque il punto chiave. Dobbiamo riuscire a convincere chi investe nel nostro debito che per un lungo periodo di tempo, almeno un decennio, saremo in grado sia di fare riforme per la crescita sia di  tenere l’avanzo primario attorno al 5%, che significa tenere all’incirca in pareggio il bilancio complessivo. Se non riuscissimo a fare questo, la ristrutturazione del debito diventerebbe sostanzialmente inevitabile. Alla conclusione che questo sarà il destino dell’Italia arrivano coloro che non hanno più fiducia nel nostro Paese o che, come Stiglitz, rifiutano “l’austerità imposta da Bruxelles”. Questa conclusione è anche quella che sembra quasi dare un senso alle sconclusionate proposte del M5S. Beppe Grillo continua a ripetere che  “il paese è già in bancarotta”. E se così fosse avrebbe certamente poco senso preoccuparsi dei conti pubblici. Presto arriverà la catarsi liberatoria del default.

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