Il piano B, l’euro e le tensioni con l’UE, con Lorenzo Codogno, Il Sole 24Ore, 23 maggio 2018

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Il cosiddetto ‘contratto’ di governo, se attuato, comporterebbe a regime un aumento del disavanzo pubblico nell’ordine di 100 miliardi di euro e sarebbe palesemente in contrasto sia con l’art. 81 della Costituzione italiana sia con le regole dell’Unione Europea. 

Una tesi che fino ad ora sembra avere avuto un certo credito fra gli operatori finanziari è che il contratto non vada preso alla lettera; per ora si tratterebbe solo di un proseguimento della campagna elettorale e di un modo per conciliare, almeno sulla carta, le promesse di entrambi i contraenti. In questo caso dovremmo aspettarci un cambiamento di rotta e una certa disponibilità dei due partiti contraenti a seguire le indicazioni del Presidente della Repubblica per il rispetto dei Trattati Europei e della Costituzione. Non è uno scenario impossibile, ma appare sempre più improbabile; i due partiti si sono spinti troppo in là per poter fare marcia indietro senza perdere la faccia.

Può darsi che qualcuno dei contraenti abbia scritto questo programma con ingenuità, nella speranza che l’Unione Europea non voglia impedirne la realizzazione, anche in considerazione del chiaro mandato popolare appena ricevuto. Se questo è l’atteggiamento, costoro dovranno rapidamente ricredersi: se insistono su queste idee, lo scontro con l’Unione sarà molto duro, anche perché nessuno può dimenticare le frasi che sono state eliminate all’ultimo momento, sulla procedura per uscire dall’euro e sulla cancellazione dei debiti dello stato nei confronti della BCE. Non è mai accaduto che i partiti che si accingono a formare un governo dichiarino tanto apertamente di voler violare le regole. E questo gli altri Stati membri non lo possono accettare.

Comunque anche l’ipotesi di contraenti ingenui sembra un po’ improbabile.  Alcuni dei politici che hanno partecipato alla trattativa hanno ben chiaro cosa stanno facendo. E allora non rimane che prendere in parola ciò che essi dicono, quando ad esempio Matteo Salvini afferma che i richiami degli “eurocrati” non solo lo lasciano indifferente, ma addirittura lo galvanizzano e lo inducono a perseguire la strada imboccata con ancora maggior determinazione. Concetti analoghi sono stati pronunciati da Luigi di Maio, anche se con toni un po’ meno barricadieri.

C’è allora da chiedersi se questi signori abbiano un piano B? Hanno cioè un’idea di cosa fare a fronte delle varie azioni che l’UE può intraprendere, dalle reprimende, all’apertura di una procedura per deficit eccessivo, al ricorso alla Corte di giustizia fino alla sanzione pecuniaria nei confronti dell’Italia?

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I teorici leghisti del no-euro che erano ben rappresentati al tavolo della trattativa sembrano avere le idee chiare: essi hanno sempre sottolineato con molta forza che l’uscita dall’euro deve essere tenuta segreta fino all’ultimo momento e deve essere decisa da un Consiglio dei Ministri a mercati chiusi, possibilmente in un fine settimana, al fine di aver il tempo necessario per approvare le misure restrittive in materia di acceso ai depositi bancari e ai bancomat, e di restrizioni sui movimenti di capitali con l’estero. Può sembrare fantaeconomia, ma è da anni che questi signori e i loro numerosi seguaci polemizzano con il M5S sulla questione del referendum sull’euro, sostenendo, a ragione, che il referendum darebbe tutto il tempo alla speculazione di mettere in ginocchio il Paese. Ed è da anni che si esercitano a immaginare scenari di uscita. Va anche detto che i mini Bot, che sono rimasti anche nell’ultima stesura del contratto di governo, non sono solo un modo per far debito sperando di aggirare le regole europee, ma sono anche, nelle intenzioni di costoro, un primo nucleo di moneta nazionale alternativa all’euro.

Il piano B che immaginano sembrerebbe logicamente coerente: si porta al massimo la tensione con l’UE e con la BCE, accusandole di impedire all’Italia di fare le cose che i cittadini attendono da tanti anni, si lascia che i mercati finanziari chiudano i rubinetti del credito al Tesoro con lo spread alle stelle, fino a convincere tutti che l’unica soluzione è obbligare la Banca d’Italia a battere moneta, il che vuol dire uscire dall’Euro.

Si è argomentato molte volte su questo giornale che sarebbe uno scenario disastroso, ma va riconosciuto che non è impossibile.

Nell’intenzione dei no-euro di entrambi i partiti l’Unione Europea verrebbe messa di fronte a una sfida esistenziale, perché se non consentisse all’Italia di spendere 100 miliardi di euro aggiuntivi piomberebbe in una crisi finanziaria di tale intensità da mettere in discussione l’esistenza stessa dell’euro e forse dell’Unione. Con queste premesse, non appare improbabile che nel giro di pochi mesi, o forse settimane, l’Italia si trovi immersa in uno scenario greco.

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La questione è se ci siano forze e bilanciamenti sufficienti, sia dentro la coalizione di governo sia nelle istituzioni e nella società, per evitare che questo scenario si realizzi.

@lorenzocodogno

@GiampaoloGalli


 

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