Cosa chiedere all’Europa (e cosa no) – FIRSTonline, 17 febbraio 2016

In Europa possiamo e dobbiamo chiedere molte cose, a cominciare da una più robusta attuazione del piano Juncker per gli investimenti e dal completamento dell’Unione Bancaria, comprensiva del Fondo di garanzia per i depositi. Ma dobbiamo guardarci dal chiedere cose che non possiamo ottenere e che ci metterebbero in rotta di collisione con la Germania. Non ha alcun senso pretendere che la Germania ci tolga le castagne dal fuoco comprimendo la propria competitività oppure aumentando il disavanzo pubblico, oltre ciò che è ritenuto giusto dall’elettorato di quel paese. È vero che la Germania ha un grande surplus nei conti con l’estero e che una buona parte di esso dipende dal commercio con gli altri paesi dell’Eurozona. Ma l’argomento secondo cui l’aggiustamento dovrebbe essere simmetrico, ossia ricadere in egual misura sui paesi in deficit e in surplus, è del tutto inaccettabile da parte della Germania ed è molto debole dal punto di vista teorico.

I tedeschi hanno fatto notevoli sacrifici per rimettere in ordine i conti pubblici, messi sotto stress prima dall’unificazione e poi della crisi finanziaria. Hanno un debito pubblico che li preoccupa perché temono di perdere quello straordinario vantaggio competitivo di cui hanno goduto fino ad oggi, per loro meriti, e che consiste nell’essere un paese che ha la tripla AAA ed è considerato dagli investitori internazionali come uno dei più affidabili al mondo. Non si vede perché dovrebbero rinunciare a questo punto di forza.

Quanto alla competitività, se noi chiedessimo ai tedeschi di aumentare i salari, oltre quanto già è accaduto negli ultimi anni, ci direbbero ovviamente che la questione riguarda l’autonomia negoziale delle parti sociali nei singoli settori e nelle singole aziende. E non si capisce perché, nei loro calcoli di convenienza, gli imprenditori e i sindacati tedeschi dovrebbero tenere conto delle conseguenze delle loro scelte su altri paesi. In Italia non ci siamo mai posti un problema di questo genere.

La richiesta di aggiustamento “simmetrico” è debole anche dal punto di vista teorico perché postula l’esistenza di una sorta di “dittatore benevolente” (la Commissione?) e non fa i conti con il problema concreto dell’azzardo morale. Essa finisce infatti per premiare i paesi non virtuosi, a danno di quelli che hanno fatto tutti i sacrifici necessari per risanare i conti pubblici e restituire competitività alle aziende.

Nessuno in Italia si è mai sognato di chiedere ai veneti di diventare meno competitivi per non spiazzare le produzioni pugliesi o siciliane. Abbiamo dato molti incentivi alle imprese del Mezzogiorno, ma mai abbiamo pensato di imporre dei disincentivi alla produzione o alla competitività del resto del paese. Se pensassimo in questi termini finiremmo per mettere in atto una spirale al ribasso in cui alla fine verrebbe premiato, o comunque salvato, chi è meno competitivo, il che sarebbe un disastro per il sistema nel suo insieme.

È fondamentalmente per questo motivo che le proposte di aggiustamento simmetrico non hanno mai fatto molta strada. A Bretton Woods fu archiviata come irrealistica la proposta di Keynes di aggiustamenti simmetrici riferiti agli squilibri delle bilance dei pagamenti. Nei decenni successivi non portarono mai a nulla le reiterate richieste degli Stati Uniti, che pure era di gran lunga la potenza egemone, volte ad ottenere dalla Germania politiche di bilancio espansive.

Se il governo italiano cercasse di chiedere cose di questa natura nei consessi europei si troverebbe di fronte a un muro di incredulità da parte di quasi tutti gli altri paesi, prima ancora che alla netta opposizione della Germania.

Qui il link al post su Firstonline.info.

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