Grecia: contro il pensiero unico di Fassina- Bagnai in difesa delle socialdemocrazie europee e dell’euro

Secondo Alberto Bagnai, intervistato dal Corriere della Sera, “la Grecia può portare buone carte alla sinistra solo se Tsipras romperà il giocattolo dell’Euro”. Il motivo è che l’Euro sarebbe un progetto a scapito dei lavoratori. L’argomento è lo stesso che da tempo usa Stefano Fassina, correttamente citato dalla stesso Bagnai: “Nell’impossibilità di svalutare la moneta, gli squilibri si risolvono svalutando il lavoro”.

Questo punto è  assolutamente cruciale al fine di capire la convenienza o meno dell’euro. E i possibili sbocchi in caso di crisi.
Se si crede all’argomento di Fassina-Bagnai, l’euro è un progetto insensato: non solo i Greci, ma anche gli Italiani e tutti gli altri farebbero bene a liberarsene il più presto possibile. Prima della moneta unica un paese poteva recuperare competitività e quindi evitare cadute a picco del Pil e dell’occupazione utilizzando la manovra del tasso di cambio. Si svalutava e questo consentiva di recuperare competitività senza dover sopportare costi sociali rilevanti. Al più si aveva un po’ di inflazione, che però – secondo Bagnai – non è mai stata un problema. Anzi, “nel momento in cui i sindacati appoggiano l’idea che l’inflazione è nemica del lavoratore, perché erode il suo potere d’acquisto, si condannano all’estinzione … Loro si dovrebbero preoccupare dei salari, ma a sinistra anche questo concetto fondamentale sembra totalmente perso”. In questa visione la svalutazione è una sorta di pranzo gratis: rende le imprese più competitive e non costa nulla ai lavoratori.
La sinistra, quella della tradizione laburista e socialdemocratica europea, ha sempre visto le cose in modo diverso. La svalutazione può essere un male inevitabile in un sistema di cambi fissi ma aggiustabili come era Bretton Woods e può dare vantaggi di breve periodo in termini di Pil e occupazione. Ma essa ha costi sociali ed economici rilevanti che consistono:
a. Nell’effetto ragioni di scambio, per cui un paese nel suo complesso si impoverisce in quanto esporta all’estero una parte del suo potere d’acquisto. Aumenta cioè il rapporto fra prezzi all’import e prezzi all’export, espressi ovviamente nella stessa valuta (estera o domestica).
b. Nella riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni la quale è tipicamente maggiore dell’effetto ragioni di scambio perché la svalutazione rende più competitive le imprese proprio perché ne aumenta i margini di profitto.
c. Nella circostanza che la svalutazione induce a rinviare gli aggiustamenti strutturali necessari per rendere davvero più competitiva l’economia.
Dunque, se proprio si vuole usare l’espressione di Fassina essa andrebbe riscritta così: “prima dell’Euro si svalutava il lavoro attraverso il cambio, ora lo si deve fare direttamente”. Ciò naturalmente nei casi in cui un paese abbia perso competitività per via di divari accumulati in termini di prezzi relativi o di produttività. Il punto cruciale è che la riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni non è un accidente della svalutazione al quale si può rimediare con opportuni accorgimenti, ad es. con l’indicizzazione. Essa è invece il cuore del meccanismo che consente di migliorare la competitività e, se sono verificate certe condizioni tra cui quelle di Marshall-Lerner, l’export netto e il Pil. La svalutazione del cambio aumenta i prezzi dei beni importati e, attraverso le interdipendenze economiche in tempi più o meno rapidi in funzione dello stato dell’economia, tutti i prezzi interni che hanno un contenuto di importazione. Se i sindacati cercassero di recuperare al 100% il potere d’acquisto perso, la svalutazione non avrebbe alcun effetto su competitività, import-export e pil. Avrebbe solo l’effetto di aumentare il livello dei prezzi interni e, posto che la politica monetaria non si opponga alla svalutazione, lascerebbe sostanzialmente invariate tutte le variabili reali dell’economia: tasso di cambio reale, salari reali, Pil, occupazione. V’è di più nel senso che si può fare un’affermazione molto più forte. Per avere un dato effetto – poniamo – sul Pil attraverso la competitività (altro é farlo via riforme che ad esempio riducano gli oneri burocratici), la necessaria riduzione dei salari reali è identica nei due casi: quello di un svalutazione esterna, ossia via il cambio, e quelle di una svalutazione interna. Questa proposizione è ben nota agli economisti almeno dagli anni sessanta ed era certamente patrimonio condiviso del labour, come appare evidente dal famoso “pound in your pocket speech” con cui Harold Wilson annunciò la svalutazione della sterlina nel 1967 (si veda sotto). La si dimostra analiticamente con qualunque modello dotato di coerenza interna. Milton Friedman, che come noto era per i cambi flessibili, chiarì il concetto dell’equivalenza fra svalutazione esterna e interna usando l’immagine dell’ora legale (Milton Friedman on internal devaluation  ) . In teoria ci sono due modi assolutamente equivalenti per risparmiare energia durante l’estate. Uno è quello di passare dall’ora solare a quella legale. L’altra è quella di mantenere l’ora solare ma cambiando tutti gli orari di un’ora. Chi andava a scuola alle 8 ci va alle 7, i treni che partivano alle 12 partono alle 11 ecc. E’ evidente che il secondo metodo è molto più laborioso del primo, ma gli effetti sono identici. La svalutazione esterna è come il cambio dell’ora legale. E’ facile da realizzare e pochi si accorgono dei suoi effetti. La svalutazione interna è come il cambio di tutti gli orari. Ha gli stessi effetti della svalutazione esterna, ma è molto più difficile da realizzare: perché è difficile convincere i sindacati a moderare i salari e perché c’è una certa dose di illusione monetaria per cui ci si accorge meno di una riduzione del salario reale dovuto all’inflazione che di una riduzione del salario nominale.
Detto che svalutazione esterna e interna sono sostanzialmente equivalenti si può discutere di costi e benefici dell’euro. Ad esempio uno dei benefici è che viene meno il rischio che un attacco speculativo obblighi a cambiare “l’ora legale” in un momento in cui non se ne ravvisi alcun bisogno. Il costo è che viene meno uno strumento semplice per cambiare le retribuzioni reali quando ciò sia ritenuto necessario.
Discutere di tutto ciò è legittimo.
Ma dire che i socialisti europei non sanno quello che fanno o che hanno rinunciato al loro ruolo rendendosi subalterni rispetto all’impostazione liberista (?) dominante è francamente sconcertante. Che lo dica Bagnai forse non sorprende. Ma Fassina qualcosina dovrebbe sapere delle tormentata storia della sinistra europea e del perché non solo Renzi, ma tutte le grandi socialdemocrazie europee ritengono che i lavoratori non abbiano nulla da guadagnare da strumenti come svalutazione e inflazione.

 

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