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Interviste a Giampaolo Galli

Perché no al progetto Meloni sulle pensioni d’oro

Il progetto di legge proposto dall’On. Giorgia Meloni che la Camera si accinge a discutere prevede che al di sopra di una certa soglia, fissata a 5.000 euro al mese, le pensioni in essere vengano ricalcolate con il metodo contributivo come definito dalla riforma Dini del 1995. Nelle intenzioni dei proponenti ciò dovrebbe eliminare ingiustificati privilegi, realizzare una maggiore equità fra generazioni, consentire di finanziare utili iniziative a favore dei giovani e delle pensioni più basse. Questo progetto e altri analoghi (ad es. quello che ha come primo firmatario Enrico Zanetti di Scelta Civica) devono essere respinti per i seguenti motivi[1]:

    1. Il risparmio di spesa che si ottiene sarebbe modesto rispetto al sacrificio che richiederebbe ai pensionati di bronzo. Che il gettito sia modesto è la conclusione cui sono giunti, dopo un lungo confronto fra addetti ai lavori, Tito Boeri e Tommaso Nannicini in un articolo su Lavoce.info del 26 novembre scorso (“Pensioni d’oro:il diavolo sta nei dettagli”). Non disponendo dei dati sui profili individuali di carriera, essi simulano quello che considerano il massimo effetto possibile del ricalcolo mettendo un tetto non a 5.000, ma a 2.886 euro (2.096 netti) e ottengono una riduzione di spesa al netto dell’effetto fiscale di non più di 307milioni di euro. Si può aggiungere che le persone con reddito pensionistico superiore a 5.000 euro lordi (3.400 netti) sono 188.000 e costano allo Stato 15,6 miliardi. Non disponendo di dati sui profili di carriera, si possono solo fornire degli ordini di grandezza. Facendo l’ipotesi più estrema e sicuramente irrealistica che lo squilibrio fra sistema retributivo e contributivo sia del 100% per tutte le pensioni sopra 5.000 euro, ossia che tutto il reddito in eccesso di 5.000 euro non sia giustificato dai contributi, il risparmio di spesa per l’Inps sarebbe di circa 1,8 miliardi al netto degli effetti fiscali. In questo caso 5.000 euro sarebbe un tetto monetario assoluto e tutte le pensioni di importo superiore verrebbero tagliate a questa soglia. Si tratta dunque di un estremo non realistico. Se si usano invece i dati pubblicati su Lavoce.info da Fabrizio e Stefano Patriarca (“Lo squilibrio nelle pensioni di anzianità” del 3-12-2013) lo squilibrio effettivo fra i due sistemi è ben più basso e si aggira fra il 10 e il 30%. Da questi dati si può sicuramente affermare che il risparmio di spesa sarebbe al più nell’ordine di qualche centinaio di milioni, forse nell’ordine delle decine. Ma molte persone con pensioni non d’oro, ma d’argento o di bronzo, ossia fra i 6 e gli 8 mila euro, sempre lordi, si vedrebbero decurtare la pensione del 15 o 30% o anche di più.
    2. Gli effetti distributivi sono mediamente regressivi.  Il sistema retributivo contiene in sé un forte meccanismo solidaristico di riequilibrio che consiste nel fatto che il cosiddetto coefficiente di rivalutazione annua della pensione quando i redditi superano i 45.000 euro scende al di sotto del 2% sino a ridursi allo 0,9 per cento per redditi superiori a 90.000 euro. Ciò significa che i redditi alti non potevano raggiungere l’80% della base retributiva, ma erano tipicamente compresi fra il 40 e il 50%. Questo meccanismo redistributivo è molto forte e al crescere del reddito può essere tale da compensare gli eventuali effetti di promozioni molto generose ottenute, tipicamente nel pubblico, negli ultimi anni di lavoro. Questa considerazione emerge chiaramente nel lavoro già citato di S. e F. Patriarca, in base al quale lo squilibrio fra sistema retributivo e contributivo ha un andamento a parabola che raggiunge un massimo del 30% circa per pensioni attorno a 4-5000 euro e si riduce al crescere del reddito sino a circa il 5% per pensioni di 11.000 euro al mese. Si aggiunga poi che i percettori di redditi alti sono tipicamente quelli che vanno in pensione più tardi e spesso superano la soglia dei 40 anni di contributi, cosa che nel sistema contributivo consente di maturare pensioni più elevate. In pratica, ciò significa che una pensione di 11.000 euro potrebbe rimanere invariata o, addirittura, dar luogo ad una legittima aspettativa di aumento, mentre una molto più bassa potrebbe facilmente essere ridotta di 2.000 euro. Naturalmente ci possono essere rilevanti eccezioni ad esempio in corrispondenza di promozioni davvero troppo generose negli ultimi anni della carriera lavorativa.
    3. Al di là delle medie, gli effetti distributivi sono imprevedibili e possono essere stravaganti. Una volta approvata la legge, le persone non sarebbero in grado di valutare le conseguenze sulla propria pensione perché non dispongono degli strumenti tecnici e concettuali per fare tale valutazione. Lo stesso Parlamento farebbe fatica ad apprezzare tutta la portata della norma sulle diverse categorie di persone. Ciò creerebbe uno stato di forte incertezza che certo non giova ai consumi e all’economia. Inoltre il criterio equitativo cui si fa appello, quello intra-generazionale, può portare a risultati stravaganti dal punto di vista dell’equità infra-generazionale, l’unica che le persone capiscono e che la Costituzione prende in considerazione. Ad es. due persone di ottant’anni con la stessa pensione possono subire un trattamento del tutto diverso a seguito del ricalcolo per molti motivi, tra cui la diversa età a cui sono andati in pensione molti anni prima. L’anziano che sia andato in pensione a 65 anni potrebbe non subire alcuna decurtazione. Invece l’anziano che sia andato in pensione a 55 anni, magari a seguito di una crisi d’impresa, potrebbe trovarsi a subire una decurtazione anche molto maggiore del 30%.
    4. Non esistono i dati per effettuare il ricalcolo sulla base del sistema contributivo. A quanto risulta, l’Inps non dispone dei dati per i dipendenti pubblici ante 1995 e per i privati ante 1974. Ciò non deve stupire perché nel vecchio sistema retributivo contavano i livelli retribuitivi e gli anni di contribuzione, ma non il loro ammontare. Peraltro l’ipotesi di usare calcoli di tipo forfettario analoghi a quelli in uso per i regimi opzionali non appare percorribile. Il ricalcolo va fatto all’ultimo centesimo per ogni singolo pensionato.

A queste argomentazioni di natura tecnica se ne aggiungono altre più fondamentali che riguardano in generale il tema delle pensioni elevate.

1.  Lo scandalo non sono le pensioni alte, ma è l’evasione contributiva.  La pubblicazione da parte dell’Inps della tabella sulla distribuzione delle pensioni ha sollecitato commenti scandalizzati riguardo al fatto che ci sono tanti poveri e pochi ma costosi privilegiati. Il fatto è che quella tabella è l’altra faccia della medaglia dell’enorme evasione fiscale che segna da sempre il nostro Paese. La gran massa di lavoratori autonomi, imprenditori e professionisti che nel corso degli anni hanno dichiarato poco o nulla al fisco hanno anche evaso i contributi. E ora hanno la pensione integrata al minimo, ma dispongono di mezzi patrimoniali consistenti, proprio perché non hanno fatto il loro dovere di contribuenti. Il reddito reale di queste persone era magari lo stesso di quello di un manager o di un ingegnere che oggi prende 200mila euro di pensione. E’ dunque evidente che in generale le proposte per colpire le pensioni d’oro prendono di mira la sola platea di coloro che nel corso della loro vita hanno pagato tasse e contributi.

2.  Con alcune eccezioni. Ci sono aree di privilegio legate a leggi speciali e a promozioni non giustificate nel settore pubblico. Si tratta di poche decine di persone. I pensionati sopra i 300mila euro sono 341. Forse su questi, o meglio su alcuni di questi, val la pena di focalizzare l’attenzione, senza furori iconoclasti, anziché sulla gran massa di dirigenti, manager, magistrati, giornalisti, professionisti onesti che nel bene e nel male hanno fatto la storia di questo Paese.

3.  Le sentenze della Corte Costituzionale vanno rispettate. La Corte Costituzionale si è occupata più volte di pensioni elevate. Da ultimo, nella sentenza 116 del 3 giugno 2013, ha dichiarato incostituzionale il contributo di solidarietà (pari al 5%, 10% e 15% sulle pensioni superiori rispettivamente ai 90mila, 150mila e ai 200mila euro lordi l’anno) che era stato introdotto nel luglio del 2011. L’argomento è molto semplice. Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di condizione personale o sociale (art. 3), quindi tutti i redditi devono essere trattati nello stesso modo e in base al criterio della capacità contributiva (art. 53). Non si capisce perché un manager in pensione dovrebbe essere tassato di più di un suo collega che è ancora in attività. Analogamente non si capisce perché un pensionato sopra i 5.000 euro debba essere penalizzato, mentre ciò non accade all’On. Meloni che guadagna, come parlamentare, ben più di 5.000 euro lordi al mese. Colpisce e rattrista che nella discussione che si è tenuta l’8 gennaio scorso alla Camera sulle mozioni in materia di pensioni elevate gli unici che hanno ribadito con assoluta coerenza questi concetti siano stati i deputati di SEL. Negli altri segmenti del Parlamento sembra che la Costituzione sia passata di moda. Per fortuna, non è passata di moda nel sito nens.it, dove sono stati pubblicati vari articoli a cura di Enzo Visco, Ruggero Paladini ed altri, secondo cui già il contributo di solidarietà e la parziale proroga della deindicizzazione delle pensioni disposti dalla legge di stabilità sarebbero incostituzionali. Si può discutere e vedremo cosa farà la Corte. Quello che è certo è che, se passassero progetti di ricalcolo delle pensioni, la Corte da un lato farebbe molta fatica a dare un senso a un sistema che fa appello ad un principio, quello dell’equità intergenerazionale, che non è presente nella Carta e nella giurisprudenza; dall’altro lato, si troverebbe di fronte ad una pletora infinita di casi stravaganti, di soglie arbitrarie, quale quella dei 5.000 euro, di dati arbitrari, quali quelli utilizzati per il calcolo del forfeit, che darebbero luogo a contenziosi infiniti, nonché a tensioni sociali e politiche. Inoltre da quanto sembra di capire l’intenzione dei proponenti è di conseguire risparmi di spesa ben più consistenti di quelli disposti con la legge di Stabilità 2014 che, lo ricordiamo, prevede un taglio di 53 milioni, togliendo circa 10mila euro a una pensione di 200mila e 30mila euro ad una pensione di 300mila. Se l’obiettivo dunque è quello di ottenere risorse per un miliardo e di ottenerle in via permanente e non in relazione ad uno stato di particolare urgenza sotto il profilo della finanza pubblica, allora sarebbe inevitabile la censura della Corte per manifesta irragionevolezza della norma.

In sintesi, il ricalcolo delle pensioni elevate, oppure anche un contributo di solidarietà più consistente di quello già disposto, consentirebbe risparmi di spesa molto modesti, nell’ordine delle decine o al più di qualche centinaia di milioni di euro. Verrebbe percepito come profondamente ingiusto perché colpirebbe pesantemente quel sottoinsieme di persone che durante la loro vita lavorativa hanno fatto il loro dovere pagando imposte e contributi. Sarebbe con tutta probabilità dichiarato incostituzionale.  In ogni caso contribuirebbe a minare ulteriormente la fiducia dei cittadini nello Stato italiano. Di fronte a cambiamenti così radicali delle regole del gioco chi potrà ancora pensare che le promesse pensionistiche che vengono fatte oggi ai pensionati di domani verranno mantenute? E se oggi si toccano le pensioni sopra i 7.000 o i 5.000, ma qualcuno già parla di 3.000, perché mai si dovrebbe credere che un domani lo Stato non metterà mano anche alle pensioni più basse, come peraltro già sta facendo con i vari blocchi delle indicizzazioni? E se viene meno la fiducia nello Stato non è del tutto illusorio sperare che le persone tornino a consumare, investire, fare impresa? Non è forse ovvio che qualunque progetto di rilancio dell’economia sarebbe destinato a infrangersi contro il muro della diffidenza? Ai pensionati come a tutti gli italiani la politica deve invece cercare di restituire tranquillità e fiducia nel futuro.


[1] L’autore percepisce una pensione di anzianità calcolata con il sistema retributivo. Il lettore è avvisato: faccia gli sconti che ritiene rispetto alle cose che legge.

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Giampaolo Galli ospite a tg La7 Night Desk – 19/12/2013

Giampaolo Galli e Lucio Malan ospiti di Flavia Fratello a Night Desk, il programma di informazione serale di La7 con analisi e approfondimenti, rubriche e rassegna stampa per un dibattito sull’attualità politica e sociale. Continua a leggere

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«La manovra è stata caricata di troppe aspettative, ma la scelta è giusta» intervista a Giampaolo Galli su Europa – 20/12/2013

Galli: «La manovra è stata caricata di troppe aspettative, ma la scelta è giusta»

Parla l’ex direttore generale di Confindustria e oggi membro Pd della commissione Bilancio della camera, Giampaolo Galli, che in un’intervista a Europa spiega perché nella legge di stabilità la scelta obbligata non poteva che essere la tenuta del bilancio. 

«In qualche modo bisognava fare una scelta. Perché deve essere chiaro che andando oltre i vincoli dell’Unione europea, i tassi di interesse salgono e le condizioni del credito per imprese e cittadini peggiorano». Continua a leggere

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Giampaolo Galli ospite a tg La7 Night Desk – 14/11/2013

Giampaolo Galli ed Elisabetta Gardini ospiti  di Edgardo Gullotta a Night Desk, il programma di informazione serale di La7 con analisi e approfondimenti, rubriche e rassegna stampa per un dibattito sull’attualità politica e sociale.

Molti i temi affrontati e fra questi: le stime trimestrali sul PIL, i conti dell’Inps e le pensioni,  la situazione dell’area Euro e le critiche alla moneta unica, l’instabilità della situazione politica nazionale e dei mercati finanziari internazionali.

Per rivedere la puntata clicca qui

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Giampaolo Galli commenta la legge di Stabilità su Zapping duepuntozero – Radio1 – 17/10/2013

Giampaolo Galli è intervenuto ieri nel programma radiofonico Zapping duepuntozero per commentare la legge di Stabilità varata dal Consiglio dei ministri dello scorso 15 ottobre. Continua a leggere

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Giampaolo Galli ospite a tg La7 Night Desk – 13/09/2013

Giampaolo Galli e Oscar Giannino ospiti a Night Desk, il programma di informazione serale di La7 condotto da Flavia Fratello.

I temi affrontati: il sequestro del patrimonio del gruppo Riva e la continuità aziendale dell’Ilva, la ripresa economica e la stabilità del governo Letta, il futuro di Silvio Berlusconi e il voto sulla sua decadenza, la situazione in Siria e l’intervento degli Stati Uniti.

Per rivedere la puntata clicca qui

“Per tagliare il cuneo fiscale si può sacrificare la cancellazione della seconda rata Imu” – Intervista a Giampaolo Galli su l’Huffington Post – 09/09/2013

Il blocco dell’aumento dell’Iva? “A rischio”. Il taglio del cuneo fiscale: “Auspicabile, anche a costo di sacrificare la cancellazione della seconda rata dell’Imu”. Giampaolo Galli, deputato Pd ed ex Direttore generale di Confindustria, di fronte al quotidiano susseguirsi di promesse di imminenti riduzioni di tasse cerca di riportare un po’ di ordine. “Dobbiamo essere consapevoli che tra Imu, Iva, Irap e cuneo fiscale non si può fare tutto”. Continua a leggere

Sindacati e imprese sfidano il governo, ma anche il PD – Giampaolo Galli su l’Unità – 05/09/2013

Il  documento firmato a Genova da sindacati e Confindustria  ripete concetti detti e ridetti tante volte. Ma ripetere le cose ovvie è utile, anzi necessario, nei momenti in cui le cose ovvie sembrano dimenticate. Ed è un bene che le dicano insieme imprese e sindacati. Non era scontato che riuscissero a farlo. Continua a leggere

Giampaolo Galli ospite della trasmissione Coffee Break – 02/07/2013

Nella puntata del 2 Luglio di Coffee Break, lo spazio del mattino di LA7 dedicato all’attualità, si è parlato di lavoro e degli ultimi provvedimenti del Governo Letta sull’occupazione.
Ospiti in studio a Roma l’Onorevole Giampaolo Galli ed Elena Antonetti, quarantenne precaria. In collegamento da Milano Walter Passerini, giornalista di La Stampa. Continua a leggere

Giampaolo Galli ospite della trasmissione Omnibus Notte – 27/06/2013

Giampaolo Galli, Ilaria Borletti Buitoni, Celeste Costantino e Lucio Malan ospiti della puntata del 27 Giugno di Omnibus Notte, versione serale del programma giornalistico quotidiano di LA7.
Molti i temi affrontati: politica interna, Europa, ripresa economica, beni culturali.

Guarda la puntata: “Con la cultura non si mangia”

“Draghi, salvaci dalla recessione: ci vuole il Quantitative easing della Bce” intervista di Franco Locatelli a Giampaolo Galli su FIRSTonline 21/06/2013

Inseguire la crescita con un po’ di defict spending “è un’illusione da combattere”. Semmai bisogna “ridurre la pressione fiscale ma senza fare nuovo debito” e rivisitando la spesa pubblica che richiede però tempo. Quel che invece serve subito contro la recessione è un allentamento della politica monetaria: “Spero che nella Bce il termine Quantitative easing acquisisca la stessa legittimità che ha avuto negli ultimi anni presso la Fed”. Chi parla è Giampaolo Galli, neo-deputato del Pd e membro della Commissione Bilancio della Camera dopo essere stato uno degli allievo prediletti di Carlo Azeglio Ciampi in Banca d’Italia e poi direttore generale dell’Ania e della Confindustria. Anche ora che milita nel Pd e che di mestiere fa il parlamentare si capisce che si è formato alla Banca d’Italia e che le sirene della spesa facile per fare sviluppo non lo incantano. Anzi. Ecco la sua intervista a FIRSTonline.

FIRSTonline – Onorevole Galli, il “decreto del fare”  ha riscosso generali apprezzamenti  come primo parziale contributo al rilancio dell’economia, ma sulla sua strada non c’è chi non veda due grossi problemi: il primo, già sperimentato dal governo Monti, sta nelle difficoltà applicative del decreto e il secondo dipende dalla litigiosità della maggioranza e dal rischio che il decreto esca stravolto dall’esame del Parlamento. Qual è la sua opinione in proposito?

“La questione dell’attuazione effettiva dei provvedimenti di legge è una delle grandi questioni di questo paese. Non riguarda solo il governo Monti. Spesso si dice che l’Italia non ha  fatto le riforme. Questo è vero in parte. E’ certamente vero che in generale, dopo averle approvate, non le ha attuate, per resistenze della burocrazia o di interessi particolari. Molte riforme sono state cancellate o vanificate da successivi governi, un danno importante del cosiddetto bipolarismo muscolare che abbiamo sperimentato in Italia per tanti anni. Si pensi ad esempio alla fine che hanno fatto la riforma delle pensioni del 2005 o il progetto Industria 2015 oppure ancora le tante misure di semplificazione della pubblica amministrazione.  Abbiamo bisogno di condivisione e di continuità, politica e amministrativa, affinché i provvedimenti approvati vengano poi effettivamente attuati. Per questo ritengo che un governo con una maggioranza ampia può essere un’occasione. Nasce da uno stato di necessità perché non c’erano altre maggioranze possibili. Ma può diventare un’opportunità proprio perché i provvedimenti che verranno adottati avranno un consenso bipartisan. Naturalmente ciò richiede una collaborazione leale fra le principali componenti della maggioranza.  Finora, pur fra difficoltà e mal di pancia, abbiamo lavorato in un clima abbastanza collaborativo”.

FIRSTonline – Al di là della buona volontà del Governo Letta, è difficile pensare che il “decreto del fare” sia qualcosa di più di un’utile manutenzione dell’economia, ma irrisolti restano i veri problemi del rilancio – e cioè come abbassare le tasse sul lavoro e sulle imprese rispettando il tetto del 3% del deficit – e quelli dell’agenda politica (rimodulazione dell’Imu e rinvio dell’aumento del’Iva):  non crede che, a questo punto, occorrerebbe compiere un’operazione verità sulla spesa pubblica improduttiva e decidere una volta per tutte di tagliare quel che serve per raccogliere le risorse necessarie a ridurre le tasse?

“Ne sono assolutamente convinto. Al tempo stesso credo che la spesa non possa essere cancellata con un tratto di penna, come sarebbe invece necessario per eliminare l’Imu e ed evitare l’aumento dell’Iva.  Occorre avviare un serio processo di re-engineering delle macchina pubblica e questo richiede tempo.  In ogni caso non possiamo permetterci di non rispettare i patti europei perché la situazione finanziaria dell’Italia rimane delicata e non possiamo fare altro debito.

FIRSTonline – Recentemente l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli ha sostenuto al convegno di Kairos che l’Italia da sola non ce la può fare ad accelerare sulla crescita mantenendo il rigore dei conti se manca una cornice europea, una politica europea e soprattutto un bilancio europeo: Lei che cosa ne pensa e come affronterebbe la transizione in attesa di più Europa?

“Siamo tutti d’accordo che ci vuole più Europa. Sappiamo anche che questo non avverrà domani mattina. Intanto, dobbiamo combattere l’illusione che facendo un po’ di deficit spending si possano risolvere i problemi dell’Italia. I nostri guai dipendono da problemi irrisolti da molti anni. Dobbiamo lavorare per darci una burocrazia, una giustizia e infrastrutture meno indecenti. E, come ha detto Letta nel discorso della fiducia,  dobbiamo ridurre la pressione fiscale senza fare nuovo debito. L’Europa ci può aiutare attraverso gli interventi della Bce, come in gran parte è già accaduto, e disegnando una prospettiva a medio termine di maggiore integrazione a cominciare dal tema caldo dell’unione bancaria”.

FIRSTonline – L’altro giorno il presidente della Bce Mario Draghi ha annunciato che la banca centrale è pronta ad adottare misure non standard, a partire dai tassi negativi, per aggredire l’emergenza economica: può essere una strada utile a normalizzare il credito e a spingerlo verso le imprese?

“Credo che a questo punto un ulteriore allentamento della politica monetaria sia necessario. Credo che ci sia poco spazio per politiche di bilancio meno restrittive, per necessità in alcuni paesi e per scelta in altri. A maggior ragione quindi la recessione va contrastata con la politica monetaria. Vanno benissimo i tassi negativi per incoraggiare le banche a mettere in circolazione la liquidità. Ancora meglio sarebbe l’acquisto diretto da parte della Bce di crediti cartolarizzati alle piccole e medie imprese. La questione è allo studio ma, come ha spiegato la Bce, vi sono difficoltà tecniche legate al fatto che, salvo in Spagna, il mercato delle cartolarizzazioni si è molto assottigliato dopo la crisi del 2008. Mi sembrano difficoltà che possono essere superate come hanno fatto negli Stati Uniti con il programma Tarp. Spero che nella BCE il termine QE (quantitative easing) acquisisca la stessa  legittimità che ha avuto negli ultimi anni presso la Fed”.

FIRSTonline – Il presidente dell’Antitrust ha ricordato, nell’incontro annuale, l’urgenza che il Parlamento e il Governo approvino nuove misure di liberalizzazione soprattutto per l’Rca auto, l’energia, le banche, le poste e i trasporti: in concreto secondo Lei che cosa si può rapidamente fare sul piano della concorrenza?

“E’un fatto che in molti di questi settori i prezzi sono aumentati più della media e più che negli altri paesi dell’Euro. E questo contribuisce a spiegare la perdita di competitività dell’Italia. In una recente riunione dei capi di stato della UE Mario Draghi ha sottolineato il fatto che dall’avvio dell’euro ad oggi i salari nominali sono cresciuti del 21 per cento in Germania e del 40 per cento in Italia. Questo gap pesa sulla nostra competitività più dei differenziali di crescita della produttività. Il punto però che non può sfuggire è che in questo stesso arco di tempo i salari netti in termini reali sono rimasti pressoché costanti in Italia. Ciò è in larga parte dovuto all’inflazione da servizi. Vanno smantellate le posizioni di rendita e create le condizioni per una vera concorrenza. In molti casi, i problemi dipendono da inefficienze del settore pubblico o da errori nella regolazione settoriale. Ad esempio, nel caso delle assicurazioni, le questioni cruciali sono quella di un efficace contrasto alle frodi, che richiede un ruolo attivo delle autorità in collaborazione con i privati, e della regolazione relativa ai risarcimenti  per i danni alle persone. Nel caso delle banche andrebbe eliminata la dilazione in ben diciotto anni del riconoscimento fiscale delle perdite su crediti che ha effetti prociclici e tende a far aumentare il costo del credito proprio nelle fasi di recessione”.

Leggi su FIRSTonline: clicca qui

L’ampia maggioranza è una necessità, ma può fare bene all’Italia – Intervento di Giampaolo Galli al Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti

The usual line about the grand coalition led by Enrico Letta is: “I do not like it. It is against nature. But it is a state of necessity, since no other governing coalition was possible”. I will not try to argue against this line which reflects the legitimate sentiments of most voters both in the left and in the right. However I believe that we can and must turn a state of necessity into an opportunity. How can this come about?

To answer this question, let me first recall an episode that goes back to the 1970s and owes much to Richard Gardner, who is today with us and at the time of the Carter administration was an highly esteemed ambassador in Rome.

As he recalls in his memorable book of memories, in 1978 Richard managed to convince the US administration to give a visa to Giorgio Napolitano for entering the US. The political context in Italy was that of the governments of “national solidarity”, advocated by Aldo Moro, the prominent leader of the main Italian political party. During this trip, Napolitano had a private meeting at MIT with four leading economists, in the Keynesian – liberal camp: Robert Solow, Franco Modigliani, Lester Thurow and, last but not least, Paul Samuelson. Being an Italian graduate student at MIT, I was given the honor to take part in the meeting. Two things did strike me very much and may still be of some relevance today.

The first one, all those liberal economists were appalled by the amazing economic mess that prevailed in Italy: stagflation, high deficits, recurrent financial crises. They clearly pointed at a shameful lack of responsibility of political leaders and at a continuing illusion that a country can live beyond its means. Paul Samuelson was even more severe than usual, more than I had ever heard him do with Milton Friedman or Richard Nixon.

The second one, I was hit by Giorgio Napolitano’s response. He showed full awareness of the problems of Italy and argued that the left was ready to undertake at least some of the IMF – style reforms that were needed to save the country. That was the very sense of national solidarity governments, which meant that political opponents were willing to take on a common responsibility for the good of the country, setting aside the historical divide that had characterized Italy and many other countries after WW2. I had the impression that his arguments convinced the table.

It would be tempting to say that we are still there, though of course time never passes in vain.

Italy is still a problematic country, essentially because it tries to live beyond its means. This no longer takes the form of high inflation, but in the course of time it has taken two forms: 1) a high and increasing public debt and 2) a creeping inflation year after year that over the years has cumulated into an amazing loss of competitiveness vis a vis Europe, especially Germany. These are the two key problems of Italy today, which are at the root of both a deeper recession than elsewhere and high unemployment.

Giorgio Napolitano is still the one person that can effectively appeal to a sense of national responsibility to save the country. And, thanks to his action, we are once again engaging in a “national solidarity” government, that puts together political parties that until a few weeks ago regarded each other as “enemies”.

Will we succeed this time? Will the grand coalition government be able to solve at least some of the key problems of Italy?

To those who are understandably skeptic about it, both in the US and in Italy, I would offer the following two considerations.

1. The first consideration is that a wide political majority may have a easier time implementing difficult measures. This seems to be the lesson of many different countries and is also the lesson of the 1976-1978 governments of “national solidarity” in Italy: the mess had been done before and was going to be repeated afterwards (see Basevi and Onofri, Economia Italiana, 1997). Consider in particular the following three issues:

a. One of the key difficult things that need to be done is reforming the Constitution and the electoral law. We need to balance the principle of full representation with the need to have well defined majorities and governments that last the full length of a legislature and can take decisions. This is a typical problem that can be solved only with a wide consensus in Parliament.

b. Another very difficult challenge is to lend credibility to our commitment to stick to European rules concerning public finance. In this respect, it is remarkable that a few days ago Parliament has approved, with a very large majority, a resolution that commits the government to stay within the 3% limit in 2013. Whatever one thinks about austerity in general this was an essential step to avoid problems with the financial markets.

c. Italy badly needs to reduce tax pressure. This was the strong message that came out the February election. Of course to reduce taxes we must cut spending which is very difficult and very unpopular. If all major political forces agree on spending cuts and put their faces on them, then we can do it. No one wants to eliminate our European style welfare system. We want to streamline the public sector and make it more efficient. There is room to do it and we can do it. But we can only do in a bipartisan way.

2. The second consideration is that Italy has failed to do the necessary reforms (bureaucracy, justice, infrastructure, education, form of government etc.) not so much because the reforms were not approved by parliaments, but because they were not implemented by the succeeding governments or were explicitly abrogated, sometimes by popular referendum. So we have had “stop and go” reforms that at the end delivered almost nothing to citizens and companies. What we need a steady sense of direction and administrative capacity in order to implement over time what has been decided. If each government undoes what the previous government has done, we go nowhere.

We should stop this unfortunate state of affairs. We should put together all our shareholders and say we have a project for Italy for which we all take responsibility.

 

Estratto dall’intervento di Giampaolo Galli sul tema:
Italy, the governance of the euro and competitivness: the challenge of the grand coalition
The Council for the United States and Italy – June 7 and 8, Venice

 

“Gli italiani non dimenticano” – Wirtschaftsblatt – 05/02/2013

Elezioni – Il candidato di spicco del partito democratico, Giampaolo Galli, spera in una sconfitta di Berlusconi.

L’Economista Giampaolo Galli candidato di spicco della forza di centro sinistra, PD,  alle elezioni per il Parlamento Italiano, spiega nell’intervista di quali riforme l’Italia abbia bisogno per superare la recessione e perchè le promesse elettorali di Berlusconi rappresentino un grave pericolo per il paese….

Scarica l’intervista