Per quanto potremo contare su tassi di interesse ai minimi storici?

25 febbraio 2021di Giampaolo Galli, Inpiù,

Fino a quando i tassi rimarranno ai minimi storici? Si può immaginare che rimangano attorno allo zero o addirittura negativi per i prossimi decenni, ossia ben oltre la fine della pandemia?

La politica monetaria rimane iper espansiva nell’area dell’euro, come in tutte le altre maggiori aree del mondo. “La Bce – ha detto Christine Lagarde – continuerà a sostenere tutti i settori dell’economia, preservando condizioni finanziarie favorevoli durante il periodo pandemico, come ha fatto fin da inizio crisi”. I bassi tassi giustificano l’affermazione di Draghi che oggi la sostenibilità del debito italiano dipende dalla crescita.

Ma fino a quando i tassi rimarranno ai minimi storici? Si può immaginare che rimangano attorno allo zero o addirittura negativi per i prossimi decenni, ossia ben oltre la fine della pandemia? La risposta di alcuni economisti è tendenzialmente positiva. Secondo Olivier Blanchard, ad esempio, l’esperienza storica suggerisce che gli alti tassi (reali) sperimentati negli anni ottanta siano stati un’eccezione. Inoltre, i tassi a lungo termine rimangono molto bassi in quasi tutte le maggiori aree monetarie, il che suggerisce che i mercati non vedano rischi di inflazione. Infine, si argomenta che il sistema economico mondiale sia in una condizione di “stagnazione secolare”, in cui vi è eccesso strutturale di risparmio; ciò comporta che sia negativo il tasso di interesse di equilibrio, quello cioè in cui il risparmio uguaglia l’investimento.

Queste previsioni sono interessanti, ma sarebbe davvero imprudente prenderle alla lettera. Un minimo di valutazione del rischio deve essere fatta e i possibili contro argomenti sono tanti. Il primo, di cui ha dato conto Stefano Micossi su Inpiù, è che i tassi a lungo termine in dollari sono già saliti notevolmente: erano all’1% nell’estate scorsa e sono ora al 2%; nelle ultime settimane hanno risentito della decisione della nuova amministrazione americana di varare un insieme di misure per ben 1,9 trilioni di dollari.  Il secondo è che, finché i tassi rimangono negativi, indebitarsi conviene perché equivale a fare un investimento il cui valore attuale netto è certamente positivo: si ha un cash flow positivo oggi (l’incasso in contropartita dell’emissione del debito) in cambio di un cash flow ancora positivo domani (l’interesse che lo Stato riceve dai sottoscrittori, tipicamente sotto forma di prezzi all’emissione molto sopra la pari). L’investimento ha valore netto positivo anche quando il tasso è inferiore al tasso di crescita. Se indebitarsi conviene, molti Stati decideranno di farlo, come in effetti stanno facendo quasi tutti per contrastare le conseguenze dell’epidemia, e come facevano gli Usa già negli anni precedenti. A fronte dei maggiori debiti, vi è riduzione del risparmio pubblico. Questa riduzione ha dimensioni senza precedenti e può benissimo mettere fine al (presunto) eccesso di risparmio globale. Se ciò accadesse, le banche centrali comincerebbero a preoccuparsi e ad aumentare i tassi. È una prospettiva lontana? Può darsi, ma è un rischio reale. Anche negli anni settanta sembrava che i tassi reali rimanessero bassi per sempre; il risveglio fu amaro e il conto dell’errore di allora lo stiamo pagando ancora oggi.

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La crescita grande assente al tavolo dei negoziati per il nuovo governo.

Come ha scritto oggi Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, il grande assente al tavolo dei negoziati per il governo è la crescita perché il deficit italiano è un deficit di crescita. I dati sono impressionanti.

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L’economia migliora, ma l’Italia rimane il paese con la crescita più bassa. Pil procapite nel 2017 (1995=100).

Come mostra la tabella qui sotto, l’Italia è il paese con la crescita più bassa fra tutti i paesi OCSE. Cresceva meno degli altri prima della crisi; fra il 2008 e il 2013 ha sperimenato una recessione  più lunga e  profonda di quasi tutti gli altri paesi. Grazie a un drappello di imprese esportatrici e anche alle politiche messe in atto in questi anni, nel 2014 l’Italia ha cominciato a riprendersi, ma la crescita rimane di circa un punto al di sotto di quella degli altri paesi dell’Eurozona.

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Le mie ragioni per dire che il PD deve rimanere all’opposizione: prosegue il dialogo con Leonardo Becchetti

Per chi si sintonizza adesso, io ho sostenuto che il Pd dovrebbe stare all’opposizione (si veda qui) e Leonardo Becchetti mi ha risposto sul suo blog (si veda qui), argomentando che esiste uno scenario in cui il Pd prova a costruire un governo con M5S e ciò non solo evita disastri al Paese, ma può anche produrre delle cose buone. Nelle parole di Becchetti, ecco cosa potrebbe succedere: “Il PD prova a costruire un governo con M5S. L’asse del programma si sposta sul centrosinistra. Sui migranti non si va oltre Minniti. Si aumentano le risorse per il reddito d’inclusione. Si lavora sulla qualità della spesa pubblica con una spending review severa restando nei vincoli di bilancio (è il programma M5S).  E soprattutto nessuno scenario greco e nessuna crisi finanziaria ed aumento del debito moralmente rigeneranti”.

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Il successo dei partiti anti sistema e il motore imballato dell’economia, con Lorenzo Codogno, il Sole 24Ore, 31 marzo 2018

L’Italia è un caso anomalo fra i paesi sviluppati perché da circa un quarto di secolo è il paese che registra i tassi di crescita più bassi. Quando un paese non cresce per un periodo di tempo così lungo, qualcuno migliora la propria condizione, ma molti altri la peggiorano. Di qui l’aumento dell’incidenza della povertà e l’elevata disoccupazione.

Il nesso fra la crisi economica e il successo dei partiti anti sistema non può essere meccanico, ma è evidente che questi stessi partiti hanno denunciato i tanti aspetti di una condizione sociale deteriorata e che questa è stata la chiave del loro successo.

clicca qui: Il successo dei partiti populisti e il motore imballato dell’economia

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