Crisi e crescita: l’importanza di non abbandonare l’austerity – il commento di Giampaolo Galli su l’Unità 15/06/2013

Le critiche agli eccessi di austerità in Europa non debbono far dimenticare che per l’Italia non c’è alternativa ad una rigorosa politica di disciplina finanziaria;  né che la bassa crescita è un problema che ci trasciniamo da almeno quindici anni e la cui soluzione dipende principalmente da ciò che noi italiani sappiamo o non sappiamo fare.

Rimane di assoluta attualità l’insegnamento di Carlo Azeglio Ciampi che, da Ministro del Tesoro ai tempi in cui fummo ammessi nella Moneta Unica, impegnò l’Italia a realizzare consistenti avanzi primari, per un periodo di tempo prolungato. Non v’era, e non v’è, altro modo per piegare la dinamica del debito pubblico. Oggi siamo in una grave recessione. In astratto, ossia se non avessimo un alto debito e una bassa credibilità, sarebbe logico ridurre le tasse, andando oltre i parametri europei, assumendo nel contempo l’impegno a riportare il bilancio in pareggio negli anni successivi. Ma con tutta evidenza non ve ne sono le condizioni.

Abbiamo invece due ragioni in più per riprendere l’impegno di Ciampi o, meglio, quello del pareggio di bilancio, che nei numeri è ad esso sostanzialmente equivalente. La prima è che quell’impegno non è stato mantenuto, sicché oggi il nostro debito è tornato ai massimi degli anni novanta. La seconda è che oggi è del tutto evidente che la nostra economia non riprenderà a crescere se non sarà ripristinata in toto la fiducia dei mercati e dei risparmiatori nel debito sovrano. La mancanza di fiducia, di cui lo spread è un imperfetto e volatile termometro, pesa sull’onere del debito, sottraendo risorse ad utilizzi più efficienti, prosciuga il credito bancario, scoraggia gli investimenti e i consumi. Il ripristino della fiducia nel debito sovrano è la misura più efficace per uscire dalla crisi dell’economia reale, anche se da solo ovviamente non basta. Fa bene dunque il Ministro Saccomanni ad attenersi al mandato ricevuto dal Governo nel discorso della fiducia: riduzione della pressione fiscale, che è assolutamente necessaria, ma senza nuovo indebitamento.

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E’ anche giusto chiedere, come sta facendo il governo Letta in accordo con Hollande, che l’Europa faccia molto di più per la crescita. Questa richiesta può essere efficace solo se riusciamo a fugare i timori degli elettori tedeschi e dei mercati sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. In Germania gli elettori si preoccupano più del rischio di nuove tasse per far fronte ai guai dei paesi periferici dell’euro che della disoccupazione che è ai minimi storici. I tedeschi hanno fatto notevoli sacrifici negli anni scorsi per mettere i conti in ordine e uscire dalla condizione, che condividevano con l’Italia, di malato d’Europa sotto il profilo della crescita. Non capiscono per quale motivo oggi dovrebbero disperdere i sacrifici fatti, tanto più che anche in Germania, per via della crisi finanziaria globale, il debito è fortemente aumentato. Certo, come sostiene l’Economist di questa settimana, la Germania potrebbe assumere un ruolo di leadership in Europa e farsi carico dei problemi dell’intera area, in modo da far sì che in aggregato la politica di bilancio dell’eurozona sia meno dissimile da quella degli Stati Uniti oppure da quella che verosimilmente prevarrebbe in una ipotetica Europa federale. Ma, a parte la riluttanza politica della Germania post bellica ad assumere ruoli di leadership, questo richiede che gli altri paesi accettino tale ruolo e si comportino di conseguenza.

Le polemiche contro la Germania e la “cieca austerità” che essa imporrebbe all’Europa sono dunque poco utili. Distraggono l’attenzione dalle cose che dobbiamo fare a casa nostra per darci, ad esempio, una burocrazia, una giustizia e delle infrastrutture meno indecenti. Rischiano di essere molto controproducenti in una condizione nella quale i mercati non sono affatto tranquilli sulle prospettive del debito pubblico italiano. Dopo le forti prese di posizione di Draghi riguardo all’impegno della Bce a difendere l’Euro, dall’estate scorsa gli investitori sono tornati sui titoli di Stato italiani, ma per lo più in un ottica “mordi e fuggi”, pronti a scappare nel caso di pericolo. E i pericoli purtroppo non mancano. Possono venire ad esempio, da una sentenza sfavorevole della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità dell’operato della BCE oppure dall’avvio da parte della Fed  di una politica di riassorbimento dell’eccesso di liquidità in dollari. Stando alle proiezioni di quasi tutti i centri di ricerca, nel 2013 l’Italia avrà un disavanzo superiore al 3%. Qualora ciò si verificasse il problema sarà quello di gestire il rientro nella procedura d’infrazione dalla quale siamo appena usciti, in un contesto di mercato sicuramente meno favorevole di quello attuale.

E’ peraltro evidente che se si realizza uno scenario sfavorevole, la gestione dell’emergenza finirebbe per essere molto più difficile e dolorosa in un quadro segnato da tensioni politiche fra paesi europei, in particolare con la Germania. Le stesse tensioni politiche possono costituire la miccia che innesca una crisi, come spesso è successo in passato. Sotto questo profilo non possono che preoccupare i richiami ormai quasi quotidiani e sempre più severi delle autorità europee e tedesche alla disciplina di bilancio. Dobbiamo assolutamente prevenirli e l’unico modo per farlo è di approvare in toto, senza riserve mentali e artifici verbali, il programma di stabilità che l’Italia ha già sottoposto all’Unione Europea. Occorre un impegno serio e credibile di tutto il Parlamento. E occorrono comportamenti conseguenti. Si deve porre fine alla solitudine del Ministro dell’Economia che è un vizio antico della politica italiana e, a mio avviso, la cartina di tornasole della sua storica inadeguatezza. Solo così avremo qualche chance di riuscire a spostare l’asse delle politiche economiche in Europa.

Giampaolo Galli

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L’ampia maggioranza è una necessità, ma può fare bene all’Italia – Intervento di Giampaolo Galli al Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti

The usual line about the grand coalition led by Enrico Letta is: “I do not like it. It is against nature. But it is a state of necessity, since no other governing coalition was possible”. I will not try to argue against this line which reflects the legitimate sentiments of most voters both in the left and in the right. However I believe that we can and must turn a state of necessity into an opportunity. How can this come about?

To answer this question, let me first recall an episode that goes back to the 1970s and owes much to Richard Gardner, who is today with us and at the time of the Carter administration was an highly esteemed ambassador in Rome.

As he recalls in his memorable book of memories, in 1978 Richard managed to convince the US administration to give a visa to Giorgio Napolitano for entering the US. The political context in Italy was that of the governments of “national solidarity”, advocated by Aldo Moro, the prominent leader of the main Italian political party. During this trip, Napolitano had a private meeting at MIT with four leading economists, in the Keynesian – liberal camp: Robert Solow, Franco Modigliani, Lester Thurow and, last but not least, Paul Samuelson. Being an Italian graduate student at MIT, I was given the honor to take part in the meeting. Two things did strike me very much and may still be of some relevance today.

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The first one, all those liberal economists were appalled by the amazing economic mess that prevailed in Italy: stagflation, high deficits, recurrent financial crises. They clearly pointed at a shameful lack of responsibility of political leaders and at a continuing illusion that a country can live beyond its means. Paul Samuelson was even more severe than usual, more than I had ever heard him do with Milton Friedman or Richard Nixon.

The second one, I was hit by Giorgio Napolitano’s response. He showed full awareness of the problems of Italy and argued that the left was ready to undertake at least some of the IMF – style reforms that were needed to save the country. That was the very sense of national solidarity governments, which meant that political opponents were willing to take on a common responsibility for the good of the country, setting aside the historical divide that had characterized Italy and many other countries after WW2. I had the impression that his arguments convinced the table.

It would be tempting to say that we are still there, though of course time never passes in vain.

Italy is still a problematic country, essentially because it tries to live beyond its means. This no longer takes the form of high inflation, but in the course of time it has taken two forms: 1) a high and increasing public debt and 2) a creeping inflation year after year that over the years has cumulated into an amazing loss of competitiveness vis a vis Europe, especially Germany. These are the two key problems of Italy today, which are at the root of both a deeper recession than elsewhere and high unemployment.

Giorgio Napolitano is still the one person that can effectively appeal to a sense of national responsibility to save the country. And, thanks to his action, we are once again engaging in a “national solidarity” government, that puts together political parties that until a few weeks ago regarded each other as “enemies”.

Will we succeed this time? Will the grand coalition government be able to solve at least some of the key problems of Italy?

To those who are understandably skeptic about it, both in the US and in Italy, I would offer the following two considerations.

1. The first consideration is that a wide political majority may have a easier time implementing difficult measures. This seems to be the lesson of many different countries and is also the lesson of the 1976-1978 governments of “national solidarity” in Italy: the mess had been done before and was going to be repeated afterwards (see Basevi and Onofri, Economia Italiana, 1997). Consider in particular the following three issues:

a. One of the key difficult things that need to be done is reforming the Constitution and the electoral law. We need to balance the principle of full representation with the need to have well defined majorities and governments that last the full length of a legislature and can take decisions. This is a typical problem that can be solved only with a wide consensus in Parliament.

b. Another very difficult challenge is to lend credibility to our commitment to stick to European rules concerning public finance. In this respect, it is remarkable that a few days ago Parliament has approved, with a very large majority, a resolution that commits the government to stay within the 3% limit in 2013. Whatever one thinks about austerity in general this was an essential step to avoid problems with the financial markets.

c. Italy badly needs to reduce tax pressure. This was the strong message that came out the February election. Of course to reduce taxes we must cut spending which is very difficult and very unpopular. If all major political forces agree on spending cuts and put their faces on them, then we can do it. No one wants to eliminate our European style welfare system. We want to streamline the public sector and make it more efficient. There is room to do it and we can do it. But we can only do in a bipartisan way.

2. The second consideration is that Italy has failed to do the necessary reforms (bureaucracy, justice, infrastructure, education, form of government etc.) not so much because the reforms were not approved by parliaments, but because they were not implemented by the succeeding governments or were explicitly abrogated, sometimes by popular referendum. So we have had “stop and go” reforms that at the end delivered almost nothing to citizens and companies. What we need a steady sense of direction and administrative capacity in order to implement over time what has been decided. If each government undoes what the previous government has done, we go nowhere.

We should stop this unfortunate state of affairs. We should put together all our shareholders and say we have a project for Italy for which we all take responsibility.

Estratto dall’intervento di Giampaolo Galli sul tema:
Italy, the governance of the euro and competitivness: the challenge of the grand coalition
The Council for the United States and Italy – June 7 and 8, Venice
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Dichiarazione di voto d.l. sui debiti della Pubblica Amministrazione 05/06/2013

40 miliardi alle imprese: un provvedimento espansivo necessario e urgente, ma perfettibile. La stima del debito ammonta a 90 miliardi e molto ancora c’è da fare per migliorare la contabilità pubblica. Tre i successivi passi a seguito di questo decreto legge: monitorare il flusso dei pagamenti, attuare eventuali provvedimenti correttivi e un prossimo aggiornamento al documento di economia e finanza che riduca la differenza tra gli importi dovuti stimati e quelli effettivamente pagati.

Dichiarazione di voto d.l. debiti PA 5 giugno 2013

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Galli: Le condizioni per la ripresa – L’Unità 25/05/2013

Il conflitto fra esigenze sociali crescenti e disponibilità di risorse pubbliche è una costante in tutti i paesi. In Italia si manifesta  con grande intensità da due decenni per via dell’alto debito pubblico ed è stato spesso all’origine di tensioni sociali e crisi di governo. Ma forse mai questo conflitto si è manifestato con tanta intensità come oggi per via della gravità della crisi e per un risultato elettorale che ha premiato i partiti che promettevano drastici tagli di tasse.

Qualcuno dice che ancora una volta stiamo andando a sbattere contro un muro ben segnalato. Stando alle dichiarazioni programmatiche, nelle prossime settimane occorrerebbe trovare le risorse quantomeno per superare l’IMU, per evitare l’aumento dell’IVA, per favorire la creazione di posti di lavoro per i giovani, per rilanciare le infrastrutture, per sostenere il credito alle PMI, per prorogare le agevolazioni per l’efficienza energetica e per le ristrutturazioni edilizie.  Si tratta di non meno di dieci miliardi in sei mesi, ossia venti miliardi in un anno. Una cifra davvero enorme, da far tremare le vene. A maggior ragione se tiene conto di come è stato reperito il miliardo di euro, solo un miliardo, per rifinanziare la cassa integrazione in deroga. Si è attinto a risorse utili per il lavoro e per il futuro, come la formazione permanente e i contratti di produttività, segno non di cattiva volontà ma del fatto che non era affatto facile fare di meglio.

La cifra del governo Letta, la sua stessa ragion sociale dipenderà da come eviterà di andare a sbattere contro il muro. Forse riuscirà tener fede all’impegno assunto nel discorso della fiducia: “la riduzione fiscale senza indebitamento sarà un obiettivo continuo e a tutto campo”. Se ciò avverrà il governo avrà una mission che potrà piacere o no, ma sarà delineata con estrema chiarezza e corrisponderà alle aspettative di gran parte dell’elettorato. Una mission molto ambiziosa che forse solo un governo straordinario con una ampia maggioranza può darsi.

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Anche la ragione sociale del Partito Democratico dipenderà da come si atteggerà di fronte a questa sfida del Paese, molto più che dal dibattito interno. Potrà accettare la sfida oppure atteggiarsi a difensore della spesa pubblica. Nel secondo caso, al PDL e, in parte, al M5S si schiuderanno vaste praterie per mietere consensi fra gli scontenti delle tasse. E gli esiti delle prossime elezioni, a cominciare dalle europee, saranno scontati.

Sotto il profilo politico, il punto chiave è che non vi alcun serio motivo per credere che il centro destra sia meno interessato del centro sinistra a difendere la spesa pubblica buona. Al di là delle chiacchiere da talk show, il centrodestra, se non altro per motivi di consenso, non è meno attento al welfare di quanto lo sia il centro sinistra. E il centrodestra sa bene, quanto lo sa il centro sinistra, che gli enti locali e le regioni sono in estremo affanno. Lo dimostra l’ostracismo in cui è caduto Giulio Tremonti all’interno del centro destra, in gran parte per via dei tagli che ha imposto ai suoi colleghi di governo.

Dunque, accettiamo la sfida. Cerchiamo di imporre al PDL di smettere di fare propaganda. Richiamiamolo ad un minimo di coerenza logica. Se tuona che bisogna ridurre questa o quella tassa, contribuisca con tutti noi a trovare le coperture. Si assuma con noi la responsabilità delle decisioni difficili. Forse si giungerà alla conclusione che, dopo i tagli degli anni scorsi, rimane ancora ben poco da tagliare. Questa è l’opinione di molte rispettabilissime persone, sia nel PD che nel PDL. Ma conta poco. Ciò che conta è che, se questa è la conclusione cui si deve arrivare, ad essa ci arrivino insieme tutti i partiti della maggioranza e, se possibile, l’opinione pubblica.  Altrimenti è a rischio il PD e, ancor più, é a rischio il governo.

Sappiamo che Berlusconi ha una straordinaria capacità di fare propaganda anche quando è al governo. Quante volte ha promesso di eliminare l’Irap o di dare la famosa frustata al cavallo dell’economia, salvo poi non farne nulla e addossare la colpa agli alleati o al Ministro dell’Economia. Riuscirà il PD ad ribaltare il tavolo e ad evitare di essere, per l’ennesima volta, la vittima  della campagna elettorale permanente di Berlusconi? Riusciremo ad evitare di essere quelli che impediscono al PDL di tagliare le tasse?

L’Unità 25 maggio 2013

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Il Prof Brunetta e le teorie del baratro

Il professor Brunetta  torna a dirci che nel novembre 2011 non eravamo affatto sul orlo del baratro e che il baratro vero, quello dell’economia reale, è stato  causato dalle politiche di Monti. Non entro nel merito dei fatti e dei giudizi. Quello che non capisco è come faccia a dire che il risanamento dei conti pubblici, quello che ci consente oggi di uscire dalla procedura di infrazione,  è merito del governo Berlusconi che avrebbe fatto manovre da ottanta miliardi. Ne sembra tanto convinto che nella risoluzione sul DEF ci ha indotto a scrivere che i conti pubblici sono stati messi in sicurezza dai precedenti governi, al plurale (ossia Monti e Berlusconi). Se Monti ha creato il baratro con una manovra da venti miliardi, com’è che le manovre fatte in precedenza per ben ottanta miliardi non avrebbero avuto alcun effetto recessivo. I casi sono due. O gli ottanta miliardi erano scritti sull’acqua a futura memoria –  insomma fumo negli occhi dei mercati che infatti non ci hanno creduto  – oppure al governo di cui lui era ministro vanno attribuiti circa quattro quinti della recessione nella quale siamo caduti.

Il punto è che il Prof Brunetta non può al tempo stesso attribuirsi il merito di aver risanato i conti e addossare ad altri la responsabilità della recessione.

Né può parlare a cuor leggero  di “politiche economiche sbagliate implementate con la pistola alla tempia dello spread e dell’Europa a trazione tedesca”, dato che fu proprio lui a dire che la lettera della BCE dell’agosto 2011 altro non era se non una esplicitazione del vero progetto liberale di sempre del suo partito, anticipo del pareggio di bilancio al 2013 compreso. E’ ancora vero? Il pareggio nel 2013 fa ancora parte del vero progetto liberale?

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Oggi, caro Brunetta, siamo nella stessa maggioranza e abbiamo le stesse responsabilità verso il Paese. La condizione per lavorare insieme proficuamente, come dobbiamo fare, è di ragionare pacatamente rispettandoci a vicenda. Io rispetto sinceramente la tua intelligenza prorompente. Buon lavoro, Presidente.

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