Archivi autore: GIampaolo Galli

Non regge la “flat tax” su base incrementale, di Giampaolo Galli, Inpiù, 16 luglio 2019

La flat tax applicata agli incrementi di reddito è apparsa sui giornali per un giorno o due e poi sembra essere scomparsa. Nella irrituale riunione di ieri al Viminale con le parti sociali, a quanto pare, non se ne è più parlato. Forse i suoi sostenitori nel governo si sono accorti che non sta in piedi o forse hanno deciso che intanto si rilancia la proposta Siri (aliquota al 15% per tutti i redditi famigliari fino a 55mila euro) con il suo costo insostenibile – fra 10 e 15 miliardi, a seconda delle detrazioni che verrebbero abolite- e poi si vedranno le proposte di mediazioni. Continua a leggere

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Basteranno le decisioni di ieri per evitare la procedura? di Giampaolo Galli, Inpiù, 02/07/2019

Basteranno le decisioni del Consiglio dei Ministri di ieri ad evitare la procedura d’infrazione a carico dell’Italia? Qualche dubbio è legittimo. La cosa più evidente che manca è una valutazione di come si potrà affrontare la manovra 2020. Continua a leggere

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La tregua con l’UE e i problemi rimandati al 2020, di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, Il Sole24Ore, 28 giugno 2019

Dai segnali che provengono dalla
Commissione si può ritenere
possibile che, almeno per qualche
mese, l’Italia riesca a evitare la
procedura d’infrazione. Un
compromesso sul passato e una
sospensione del giudizio sul futuro,
sino all’autunno prossimo, sembra
possibile in virtù di considerazioni sia
tecniche che politiche. Se così fosse
sarebbe certamente una buona
notizia, ma non si può non
sottolineare come i conti pubblici
rimarrebbero fortemente squilibrati e
continuerebbero a essere fonte di
fragilità per l’Italia.
Il rinvio all’autunno sembra
possibile innanzitutto per motivi
politici. L’Europa è ancora alle prese
con il grande problema della Brexit e
probabilmente i leaders europei
preferiscono affrontare un problema
alla volta. Inoltre è in corso il
negoziato per le nomine al vertice
delle istituzioni europee; in questo
negoziato, l’Italia ha poche chances e
proprio per questo può far pesare il
suo supporto ai candidati di altri paesi
per ottenere una ‘minoranza di
blocco’ ed evitare la procedura.
Un rinvio è anche possibile per
motivi tecnici. Secondo il ministro
Tria infatti il deficit 2019 non sarà al
2,5% del Pil, come nelle ultime
previsioni della Commissione, ma al
2,1%. Tuttavia, il vero buco nero dei
conti riguarda il 2020 e oltre. E qui
Tria e Conte non hanno una linea di
difesa dal momento che non sanno
come potranno essere trovati i 40 o 45
miliardi che servono. Ma il governo
può ragionevolmente dire alla
Commissione che i conti sul 2020
verranno fatti nella Legge di Bilancio
e quindi chiedere di fatto un rinvio a
ottobre.
Ma qual è il vero stato dei conti
pubblici italiani? È immaginabile che
nel 2020 e negli anni successivi il
debito pubblico possa cominciare a
ridursi rispetto al Pil, o quantomeno a
stabilizzarsi?
Questa è la domanda di fondo che
nessuno può eludere e che tornerà
comunque a perseguitare l’Italia nei
prossimi mesi. Non si tratta
ovviamente di una domanda nuova,
ma oggi assume un significato
particolare alla luce dei rischi dello
scenario internazionale. Gli effetti
della guerra commerciale fra USA e
Cina si stanno rivelando molto più
gravi di quanto non si potesse
immaginare. Inoltre, la fase
espansiva statunitense che è seguita
alla crisi internazionale è una delle
più lunghe che si ricordino e un
rallentamento sembra ormai
probabile. Vi sono poi molti fattori di
rischio specifici e difficilmente
ponderabili, ma molto reali come
quello di un conflitto USA-Iran o di
una recrudescenza delle tensioni nel
Medio Oriente. In queste condizioni,
rischiano di cadere come birilli i
paesi che sono finanziariamente più
fragili, e l’Italia è fra questi.
Nel merito, non è affatto ovvio
che il disavanzo 2019 possa davvero
attestarsi al 2,1%. È vero che le stime
di spesa per Reddito di Cittadinanza
e Quota 100 erano state fatte con un
opportuno margine di prudenza, ma
ci sembra improbabile che si possa
fare affidamento sui risparmi che si
sono manifestati sino ad oggi, dal
momento che le domande sono
ancora aperte. Inoltre, le
informazioni che abbiamo sulle
entrate non sono del tutto positive: va
molto bene l’Iva, ma il totale delle
entrate tributarie cresce solo dell’1%
(primi 4 mesi dell’anno) e le entrate
contributive calano del 2,1% (primi 3
mesi).
Per il 2010, rimane molto elevato
il rischio che nella prossima Legge di
Bilancio per far tornare i conti si
finisca per fare affidamento su una
forte revisione verso l’alto del
disavanzo. Il punto di fondo è che le
due misure chiave del 2019, Reddito
di Cittadinanza e Quota 100, non
sono finanziate. Nel 2019
formalmente sono state coperte con
molti rinvii di spese e anticipi di
imposte, ossia con misure che
rinviano i problemi agli anni
successivi. Nel 2020 e 2021, la
copertura è rappresentata
principalmente dagli aumenti
dell’IVA previsti nelle clausole di
salvaguardia che per il governo e –
ciò che più conta – per il Parlamento
non devono essere messi in atto. A
queste considerazioni si aggiunge il
fatto che si è praticamente persa ogni
traccia di quattro azioni fondamentali
che potrebbero migliorare la
prospettiva dei conti pubblici: la
spending review, la riduzione delle
spese classificate come dannose per
l’ambiente, il disboscamento delle
spese fiscali e le privatizzazioni.
Queste ultime sono iscritte nel
bilancio 2019 per ben 18 miliardi.
Tutto ciò avviene in un contesto
in cui non è chiara la collocazione
internazionale dell’Italia (Conte va in
Cina e Salvini in USA), vari
esponenti della maggioranza
continuano a metter in dubbio
l’appartenenza dell’Italia all’Unione
Monetaria e si approvano
emendamenti, ad esempio sull’ex-
Ilva, che creano sconcerto nel mondo
delle imprese.
In queste condizioni, non c’è da
meravigliarsi se lo spread rimane
elevato, nonostante la recente
riduzione legata agli annunci della
Bce, la crescita rimane stentata e
l’effetto ‘palla di neve’ tende a far
crescere in prospettiva il rapporto fra
debito e Pil, mettendo in discussione
la sua sostenibilità.
@lorenzocodogno
@giampaolog

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IL DIVIDENDO CDP RIDUCE IL DEBITO, di Giampaolo Galli, Inpiù, 24 giugno 2019

Dunque il Tesoro chiede alla Cassa Depositi e Prestiti di deliberare una distribuzione straordinaria di dividendi a valere sugli utili 2018 (2,54 miliardi): 960 milioni, di cui quasi 800 al Tesoro, che si aggiungono ai 1.550 già distribuiti. A prima vista, la cosa un po’ stupisce perché, come si sa, la Commissione non prende in considerazione le operazioni una tantum. Continua a leggere

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IL DETTO E IL NON DETTO DELLA LETTERA DI CONTE A JUNCKER, di Giampaolo Galli, Inpiù, 19 giugno 2019

La lettera di Conte alla Commissione sta diventando un vero e proprio thriller. Salvini è alla ricerca di un incidente, una sorta di incendio del Reichstag, per poter andare a elezioni a settembre trasformandole, per usare le sue parole, “in un referendum fra l’Europa delle élite, delle banche, della finanza, dell’immigrazione e del precariato e l’Europa dei popoli e del lavoro”. Già ha fatto molto in questo senso, facendo asse con la componente più antieuropea dell’amministrazione Trump, mettendo avanti il totem della flat tax come condizione per la prosecuzione del governo e consentendo ai suoi uomini di proporre i mini-bot nonché di usare frasi a dir poco ingiuriose (“mafiosi” e “ricattatori”) nei confronti dei vertici delle istituzioni europee. Continua a leggere

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Politica economica e “Sindrome 1933”, di Giampaolo Galli, Inpiù, 14 giugno 2019

“Sindrome 1933” è il titolo di uno straordinario libro di Siegmund Ginzberg. L’autore si guarda bene dal dire che c’è il nazismo alle porte, in Italia o altrove nel mondo. Eppure le analogie sono tante e inquietanti, a cominciare dal disprezzo, nel nome della “volontà del popolo che ha votato”, per la divisione dei poteri che è il pilastro delle democrazie liberali. Continua a leggere

Procedura da evitare, impegni precisi e nuove scelte di bilancio, di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, il Sole24Ore, 7 giugno 2019

La possibile apertura di una procedura di infrazione europea peserebbe sull’Italia più che su altri paesi perché l’Italia è finanziariamente fragile e molto esposta a crisi di sfiducia sui mercati. Per capirne a ragione, è utile guardare alla storia recente degli sforzi fatti, nonché degli impegni mancati, per mettere in sicurezza i conti pubblici. Continua a leggere

La vecchia Europa e la Silicon Valley, di Giampaolo Galli, Astrid, 3 giugno 2019

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In Europa, da qualche tempo sta prevalendo una sorta di “technology pessimism”. Le nuove tecnologie dell’informazione non aiutano ad aumentare la produttività, distruggono posti di lavoro, trasformano i lavoratori in precari della Gig economy, mettono a rischio la nostra privacy e addirittura mettono a rischio i nostri sistemi democratici perché sono il veicolo per la diffusione delle fake news.  Le grandi imprese americane dell’ICT non pagano le tasse e non fanno abbastanza per limitare i rischi di cui sopra. Una bravissima giornalista britannica, Carole Cadwalladr, ha fatto un video che è diventato virale in cui accusa Facebook addirittura di “stare dalla parte sbagliata della storia”.

Silicon Valley non crede al declino della produttività

In un dialogo serrato su questi temi, un amico di nome Michael, un ingegnere informatico che lavora nella Silicon Valley, respinge queste accuse e mi spiega che con questi atteggiamenti e queste paure noi europei verremo tagliati fuori dai grandi sviluppi della tecnologia, a favore dei colossi americani e cinesi.

Il punto d’attacco è la famosa intervista di Hall Varian al Wall Street Journal (16 aprile 2015) che si intitola: Silicon Valley non crede che negli Usa la produttività stia declinando.

La tesi è che le misure convenzionali del Pil non riescono a cogliere, se non molto parzialmente, gli enormi miglioramenti nella qualità della vita e del lavoro delle persone che le nuove tecnologie rendono possibili.  Il motivo è che quasi tutti i nuovi servizi sono gratuiti e quindi non entrano nella misura del Pil. Varian fa l’esempio delle fotografie: nell’anno 2000 nel mondo furono fatte circa 80 miliardi di foto, cosa che si può calcolare per il fatto che c’erano solo tre grandi imprese che producevano i rullini. Tenuto conto del costo dello sviluppo, ogni foto costava circa 50 centesimi di dollaro. Nel 2015, il numero di foto è salito a 1.600 miliardi (20 volte tanto; stima di Google) e il loro costo è sceso essenzialmente a zero. Per ogni essere umano – dice Varian – questo è un incredibile aumento della produttività, ma per gli statistici l’effetto sul Pil è nullo. Un altro esempio è quello del GPS che in origine era una tecnologia costosa che solo le imprese di logistica si potevano permettere. Man mano che il costo del GPS è sceso, questa tecnologia è si è diffusa fra i consumatori e il Pil è aumentato. Sino a che il prezzo è arrivato a zero e, a quel punto, il GPS è uscito dalle statistiche del Pil.

La verità è che il telefono cellulare, il manufatto che più di ogni altro caratterizza la nostra epoca, sostituisce un’enormità di beni e servizi che prima avevano un costo e contribuivano alle statistiche del Pil dunque della produttività: l’orologio, la sveglia, la posta, la torcia, le mappe, i giornali, i libri, le biblioteche scientifiche ecc.

Prendiamo l’esempio dei libri. Oggi, ogni essere umano dotato di un collegamento internet ha a propria disposizione più informazioni di qualità di tutte le biblioteche del mondo messe insieme. Non c’è biblioteca di Alessandria che tenga (e questo è facile), ma non c’è neanche Library of Congress che tenga.  Quanto vale questa incredibile massa di informazioni messa a disposizione di tutti in modo pressoché gratuito? Se uno Stato avesse voluto dare una enciclopedia ad ogni cittadino come contributo alla cultura, quanto sarebbe costato? Volete voi europei – continua Michael – ammettere che solo questo aspetto delle nuove tecnologie rappresenta per l’umanità un progresso che non è da meno di quello che si ebbe con l’invenzione della stampa o con l’introduzione dell’obbligo scolastico?

E le tasse?

Da europeo e da economista faccio varie obiezioni. La prima è che c’è una logica nel fatto che servizi gratuiti non entrino nella misura del Pil. La logica è che fino al momento in cui non si forma un reddito monetario, lo Stato non ha alcun vantaggio in termini di gettito fiscale. Quindi, le nuove tecnologie, anche ammettendo che migliorino la vita e il livello culturale, ad esempio, degli italiani (poi approfondiamo questo punto) non aiutano l’Italia a rendere più sostenibile il debito pubblico o il sistema del welfare. Il paradosso è che quando le fotografie e i libri erano costosi vi era un reddito monetario che lo Stato poteva tassare e con il quale poteva finanziare i beni pubblici.

A questa obiezione, Michael ha una mezza risposta: il problema è di voi europei che tollerate che alcuni paesi dell’UE siano dei veri e propri paradisi fiscale. Per noi americani, il problema non si pone perché alla fine esiste un reddito monetario tassabile che deriva dai proventi della pubblicità.

La risposta mi convince fino a un certo punto. È vero che c’è un problema di paradisi fiscali in Europa, ma la somma di tutti i fatturati delle imprese della new economy, quelle che producono e commercializzano le nuove tecnologie, è solo una piccola frazione dei fatturati di tutte le imprese della old economy che queste imprese hanno sostituito. Quindi quand’anche si riuscissero a eliminare i paradisi fiscale in Europa e nel resto del mondo e si riuscisse anche a trovare un accordo per redistribuire in modo equo il gettito fiscale della new economy fra gli Stati Uniti e i paesi utilizzatori, il contributo delle nuove tecnologie alla sostenibilità dei debiti pubblici sarebbe molto modesta.  Peraltro, anche negli Stati Uniti gli statistici economici fanno fatica a trovare un significativo effetto delle new economy sulla produttività del sistema: questo è infatti il cuore del “productivity puzzle” su cui si stanno esercitando schiere di economisti.

La conclusione di questa parte della discussione sembra essere che per la sostenibilità dei debiti pubblici bisognerebbe che gli stati vietassero l’utilizzo dei tanti servizi che ora abbiamo a portata di telefonino, facendo così, tra l’altro, la felicità di tutte le lobby della old economy che in Europa sono tanto agguerrite: gli editori, le concessionarie di pubblicità, le case discografiche, i produttori cinematografici, i tassisti, i produttori di orologi, i commercianti ecc, ecc.

Essendo questa conclusione palesemente assurda, sull’argomento abbiamo concordato di aggiornarci.

 Le fake news e il loro rovescio

L’altra obiezione all’idea della diffusione della cultura via telefoni cellullari è che questa non è vera conoscenza. Il web è diventato strumento di diffusione di notizie false, spesso manipolate da stati stranieri monocratici, interessati a mettere in crisi le nostre democrazie. Questo è il punto si cui è maggiore la distanza fra la sensibilità di Michael e quella di una qualunque persona di buona cultura in Europa. Voi europei – dice Michael – non credete veramente che i popoli siano in grado di autodeterminarsi. Siete fermi all’idea che ci vogliano delle élite – fatte di politici, giornalisti, editori, insegnanti, pensatori, economisti, preti ecc. ecc. – che fanno da filtro alle notizie. E voi europei credete che queste élite debbano essere sempre le stesse e abbiano una sorta di investitura che si tramanda di padre in figlio da tempi immemorabili. Noi americani della Silicon Valley, che siamo un po’ anarchici, crediamo nella democrazia. Pensiamo che si debbano mettere a disposizione dei popoli tutte le informazioni, poi saranno i popoli a scegliere da chi farsi governare, se farsi vaccinare oppure no, se fidarsi del fintech oppure rivolgersi allo sportello della vecchia banca ecc.

Se fosse dipeso dalle vecchie élite che ancora dominano in Europa – aggiunge Michael – forse non ci sarebbe mai stato il suffragio universale. Anzi, è evidente che il suffragio universale è stato un passo molto più coraggioso e anche rischioso di quello che si sta verificando adesso e che potremmo chiamare “passaggio verso una cultura universale, a disposizione di tutti”. In effetti, aggiungo io, il suffragio universale in Italia ha portato alla nascita dei partiti di massa e alla sparizione della vecchia democrazia liberale su cui si fondò l’Italia unitaria. E forse si potrebbe dire che se non ci fosse stato il suffragio universale, non avrebbero avuto successo i partiti di massa e fra questi il partito fascista in Italia e il partito nazional socialista in Germania.

 

Anche qui la discussione si deve fermare di fronte ad un evidente e insostenibile paradosso. C’è qualcuno che è disposto a sostenere che per evitare le tragedie del secolo breve sarebbe stato meglio mantenere i vecchi filtri per l’accesso al voto, basati sul censo o sul grado di scolarizzazione. La risposta è evidentemente no. Eppure, oggi non possiamo esimerci dal chiederci come si possano arginare i fenomeni di manipolazione dell’opinione pubblica che avvengono tramite il web. Una proposta che a me sembra ragionevole è quella di vietare l’anonimato sulle piattaforme dei social networks o quantomeno di rendere tali identità accessibili ad un magistrato. Qui Michael mi ferma. La segretezza del voto è un pilastro della democrazia; saresti disposto a farne a meno e addirittura a vietarlo? Ebbene, obbligare a rendere nota l’identità di chi scrive sui social sarebbe un po’ come violare la segretezza del voto, perché le persone non sarebbe più libere di scrivere quello che vogliono e magari, ad esempio, di parlar male del loro capo. Ancora una volta, si capisce che le élite europee non hanno davvero accettato tutte le implicazioni di un sistema democratico. E poi – dice Michael – ora voi vi state focalizzando sulle fake news messe in circolazione dalle democrature per aiutare i partiti populisti. Ma c’è il rovescio della medaglia: il web è un grande aiuto per chi si oppone alle derive antidemocratiche dei governi. Per un governo è molto più facile controllare i direttori di pochi giornali e reti televisive che milioni di utenti su un social network. In tanti paesi non democratici, il web è l’unica fonte di luce, come lo era radio Londra per gli europei ai tempi della guerra.

Il mito della disoccupazione tecnologica

Ma torniamo alle questioni economiche. Le nuove tecnologie creeranno un problema di disoccupazione di massa; i robot spazzeranno via milioni di posti di lavoro. Lo stanno già facendo, riducendo la domanda di lavoro per quelle che fino a ieri erano le professioni tipiche del ceto medio che oggi sta scomparendo. Per cui la società si polarizza fra pochi lavori molto pagati e tanti lavoretti della Gig economy.

Michael chiude la discussione, almeno per ora, con tre considerazioni. Innanzitutto, i lavoratori sottopagati della GIG economy sono meno dell’1 per cento degli occupati e il loro lavoro non è molto diverso da quello dei vecchi portalettere: man mano che si organizzano, i loro sindacati sapranno migliorare le loro condizioni di lavoro. In secondo luogo, la disoccupazione non è mai stata così bassa sia negli Stati Uniti sia nel complesso dei paesi avanzati. Alcuni paesi, come l’Italia e la Spagna, hanno un’alta disoccupazione, ma questo è un problema strutturale che riguarda il mercato del lavoro di quei paesi. È vero che molti lavori sono spariti –pensiamo alle dattilografe o ai tipografi –, ma i dati ci dicono che le persone sono state in grado di riconvertirsi e trovare nuovi lavori. Dunque non c’è nessuna evidenza che la tecnologia stia creando disoccupazione. La cosa straordinaria è che nella maggior parte dei paesi la rivoluzione tecnologica non sta neanche creando dei seri problemi occupazionali nella transizione. La gente sta imparando a usare le nuove tecnologie prima ancora che i governi siano riusciti a mettere in piedi le famose istituzioni per la formazione permanente e il life-long learning; con il web, la gente ha imparato a farselo da sé il life-long learning. Pensate alla differenza rispetto alla rivoluzione industriale quando milioni di persone hanno dovuto abbandonare le campagne o emigrare all’estero per trovare un lavoro.

 

Come le nuove tecnologie ci aiutano ad affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione

La seconda parte della risposta riprende l’inizio della conversazione. Se fosse vero che le nuove tecnologie creano disoccupazione, allora sarebbe accertato quantomeno che esse hanno un effetto positivo sulla produttività. Meno persone producono di più. Questa è la definizione di progresso tecnico che aumenta la produttività. Ora, sembra che voi europei abbiate paura di due cose contradditorie. Da un lato temete che lo spiazzamento delle imprese della old economy riduca la produttività, dall’altra vi preoccupate della disoccupazione tecnologica che è l’altra faccia della produttività. Vi ricordo – continua Michael – che in tutti i paesi avanzati siamo in pieno calo demografico. Se vogliamo mantenere gli attuali standard di benessere e anzi migliorarli o apriamo le porte agli immigrati – cosa che non sembra funzionare più nemmeno negli Stati Uniti – oppure apriamo le porte alle nuove tecnologie che consentono di rimediare al problema, proprio perché rappresentano un formidabile fattore di aumento della produttività. E poi riducono la fatica umana. Come le lavatrici e le lavastoviglie sono state cruciali per l’emancipazione della donna, così i robot e gli esoscheletri saranno cruciali per l’emancipazione non dal lavoro, ma dalla fatica del lavoro.

Insomma – conclude Michael – Facebook non sta dalla parte sbagliata della storia. Facebook, come tante altre società della new economy –  sta facendo la storia. Siete voi europei che rischiate di finire dalla parte sbagliata della storia, se non riuscirete a superare le vostre paure.