Nella trasformazione digitale siamo molto indietro rispetto agli altri Paesi, di Giampaolo Galli, Inpiù, 14 gennaio 2020.

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Dove si potrebbe sperare di trovare qualche buona notizia sull’economia italiana se non in un settore, come quello della trasformazione digitale, che è in gran parte nuovo e sul quale si potrebbe immaginare che il peso dei problemi ereditati dal passato sia minore? Purtroppo anche in questo campo le cose non vanno affatto bene. Lo confermano gli indicatori Desi (Digital Economy and Society Index) dell’Ue, un massiccio referto della Corte dei Conti e una recente ricerca dell’Osservatorio dei Conti Pubblici. L’indice Desi complessivo, che ha decine di sotto-indici ed è costruito sulla base di fatti oggettivi e non di opinioni, ci dice che siamo al 24° posto su 28 paesi dell’Ue. Peggio dell’Italia fanno la Polonia, la Grecia, la Romania e la Bulgaria. Le dimensioni che più ci penalizzano sono le competenze digitali (in cui l’Italia è al 26° posto) e l’utilizzo di Internet (25° posto). Anche nelle altre dimensioni l’Italia non ha una buona posizione: siamo al 23° posto per la digitalizzazione delle imprese (ahinoi, qui piccolo è davvero poco bello!) e al 19° per connettività (ci salva il fatto di avere realizzato le aste per il 5G, ma l’implementazione è ancora lontana). Nella digitalizzazione dei servizi pubblici apparentemente stiamo un po’ meglio (18° posto), ma a ben guardare ciò è dovuto essenzialmente al decreto Madia (cosiddetto Foia) che ha obbligato le amministrazioni a mettere sui propri siti le informazioni sui pagamenti, stipendi inclusi; un’ottima cosa, ma di qui a dire che la nostra Pa è davvero trasparente ce ne passa.

La verità è che quasi nessuno dei progetti pilota che avrebbero dovuto fare da drivers della trasformazione digitale della Pa ha avuto successo. Solo 5 milioni di italiani hanno lo Spid, ossia l’identità digitale che è alla base di ogni architettura di modernizzazione della Pa. In India ce l’hanno un miliardo di persone. Quasi inesistente è il fascicolo sanitario digitale, che oltre ad essere una enorme semplificazione, può salvare vite umane, specie quando una persona viene portata d’urgenza al pronto soccorso. Dato che le banche dati non colloquiano fra loro, rimane un sogno la legge Bassanini del 1999 che vietava alle amministrazioni di chiedere al cittadino dati o certificazioni già in possesso di altre amministrazioni. La Corte dei Conti descrive il disastro degli ultimi vent’anni nelle norme che regolano il settore e negli organismi incaricati di governare l’innovazione. Ogni governo ha modificato le norme e la governance, anche più di una volta. E per le imprese non c’è pace: nessuno sa che cosa avrà in serbo il prossimo governo.

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