Debito pubblico: i rischi che incombono, di Giampaolo Galli, Inpiù, 17 maggio 2019.

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Pochi in Italia sembrano aver colto la rilevanza di alcune decisioni del Consiglio Europeo del dicembre scorso. La parola “ristrutturazione” dei debiti sovrani non compare esplicitamente, ma compaiono concetti che la evocano in maniera chiara.Vi è innanzitutto l’introduzione delle cosiddette CACs single limb, clausole contrattuali che andranno inserite nei titoli di nuova emissione e faciliteranno la ristrutturazione del debito pubblico in quanto consentiranno di ristrutturare l’intero debito pubblico con un singolo voto di creditori, anziché con un voto per ciascuna emissione, come previsto dalle CACs in vigore nell’Eurozona dal gennaio 2013. Il Consiglio ha inoltre ribadito che per avere accesso alle risorse del ESM (il fondo salva-stati europeo), un paese deve avere un debito pubblico sostenibile, il che significa che in caso contrario si deve preventivamente ristrutturare.

Infine, è stato chiarito che la PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line) serve per paesi che hanno i conti in ordine, ma sono colpiti da shock esogeni, fra i quali è facile leggere il default di un altro paese dell’Eurozona. Da allora, anche alla luce degli sviluppi italiani e del contrasto fra il nostro governo e la Commissione, economisti e giuristi internazionali si sono esercitati a sviluppare proposte di ristrutturazione del debito dell’Italia. Pochi giorni fa, è stata resa pubblica la proposta di Lars Feld, uno dei saggi tedeschi. Alla Duke University insegnano Mark Weidemaier e Mitu Gulati – fra ipiù noti giuristi nel campo delle ristrutturazioni dei debiti sovrani – e l’Italia è diventato il caso da studiare per gli studenti. Per chi fosse interessato, il dibattito fra giuristi sulla ristrutturazione dell’Italia sta sul sito creditslips.org. La teoria sottostante è quella che è stata enunciata fra gli altri da Joseph Stiglitz: se le ristrutturazioni vengono lasciate alle forze spontanee del mercato – ossia si fanno quando uno stato è vicino al default -, esse sono “too late and too little”. Questo è considerato da molti l’insegnamento della Grecia: si doveva fare “prima e di più”.

Qualche settimana fa il Fondo Monetario Internazionale, nel suo rapporto sulle finanze pubbliche, ha previsto un debito italiano che sfiora il 140% del Pil nel 2024. Al di là del singolo numero, si ritiene che l’Italia non abbia la volontà politica di ridurre il deficit nel 2020 e negli anni successivi né di fare quelle riforme per la crescita che potrebbero alleggerire l’onere del debito. Aggiungiamo – ma è scontato – che il FMI non crede che il problema possa essere risolto con le cartolarizzazioni e la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, perché non esistono esempi internazionali al riguardo e perché tutti i tentativi fatti in passato in Italia hanno dato risultati molto modesti. Tutto ciò non significa che l’Italia sia a fine corsa perché forse c’è ancora la possibilità di rinviare per un po’ i problemi. Ma i rischi sono davvero grandi. @giampaologalli   Inpiù, 17 maggio 2019

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