I veri numeri della manovra. Inpiù, 22-10-2018

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I numeri che il governo ha mandato a Bruxelles nel Draft Budgetary Plan (Dbp) raccontano una storia molto diversa da quella che agita la discussione italiana.

La flat tax che, secondo i suoi promotori, doveva valere 50 miliardi, vale solo 500 milioni, perché si è ridotta a ben poca cosa: l’estensione di una misura già esistente ad una platea un po’ più ampia di partite Iva e professionisti. In cambio però non entra in vigore l’Iri che valeva 2 miliardi.

Gli incentivi fiscali per le imprese che assumono o investono sostituiscono l’Ace, che è stato un ottimo strumento per indurre le imprese a ricapitalizzarsi, e il netto fa 200 milioni a favore dello Stato. Persino la nuova rottamazione delle cartelle dà un gettito nullo nel 2019, perché verosimilmente la Ragioneria dello Stato ritiene che crei un buco nella precedente rottamazione.

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Tutte le “altre misure di pace fiscale” danno un gettito di 200 milioni in ciascuno dei prossimi tre anni; anche qui, probabilmente gioca la sana prudenza della Ragioneria, ma il fatto è che il condono fa un danno grande nel medio termine, perché premia chi non paga, e dà un gettito modesto nell’immediato. Il superamento della legge Fornero, per quanto infausto, è chiamato “quota 100”, ma, da quanto si è capito, è una cosa molto diversa perché non consente di andare in pensione prima di aver maturato il doppio requisito di 62 anni di età e 38 anni di contributi. Il reddito di cittadinanza avrebbe un costo di 6,7 miliardi cui vanno aggiunti i 2,6 miliardi del Reddito di Inclusione, anche in questo caso numeri molto lontani dalla promessa iniziale (17 miliardi).

Pur così ridimensionate, le promesse del contratto digoverno aumentano il deficit di 10 miliardi rispetto al 2018 e hanno coperture in gran parte aleatorie o temporanee: sono aleatori i tagli a ministeri ed enti vari perché non si ha notizia di nessuna seria revisione della spesa, sono temporanee tutte le entrate da condoni, gran parte delle maggiori tasse su banche e assicurazioni (anticipi di debiti tributari e posticipi di crediti) e due terzi dei tagli a enti vari.

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Le uniche cose solide di cui si ha notizia a oggi sono l’abolizione di alcune delle cose migliori concepite dai precedenti governi: l’Ace, l’Iri e il Reddito di Inclusione. I conti degli anni successivi tornano solamente perché rimangono le famigerate clausole Iva, in assenza delle quali il deficit salirebbe al 2,8% nel 2020, anziché scendere al 2,1% come promesso. La famosa lotta agli sprechi, che è il cavallo di battaglia e la ragione sociale dei populisti, rimane in panchina. @giampaologalli

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