Galli all’ “Avvenire”: Tagliare la spesa richiede un’assunzione di responsabilità politica”. Intervista di Pietro Saccò. 20/09/2018

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Da martedì scorso Giampaolo Galli è il vice-direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani guidato da Carlo Cottarelli. In questo ruolo nuovo, l’esperto economista milanese che è stato per anni nell’ufficio studi della Banca d’Italia prima di diventare capo economista e poi direttore generale di Confindustria vuole «rafforzare la capacità dell’Osservatorio di fornire analisi serie, obiettive e rigorosamente super partes».

Per mesi l’Osservatorio ha fatto presente che le promesse elettorali avevano costi incompatibili con l’equilibrio di bilancio. La tensione interna al governo di questi giorni è figlia di quel problema. Pensa che riusciranno a uscirne?

Indubbiamente si sta toccando con mano che le promesse elettorali erano eccessive. Si tratta di vedere se riusciranno a individuare alcuni tagli di spesa che potrebbero permettergli di mantenere almeno in parte gli impegni presi con gli elettori.

I commissari alla spending review che si sono succeduti in questi anni non sono riusciti a portare risparmi enormi. Potrebbe essere la volta buona?

Il lavoro fatto dai precedenti commissari alla spending review ha dato dei frutti, anche se non quelli che i commissari speravano. Molti degli sprechi che c’erano sono stati eliminati o ridotti, per cui oggi tagliare è più difficile di un tempo. Mi stupisce che il ministero non si sia dotato di un commissario alla revisione della spesa proprio per fare quel tipo di lavoro. In campagna elettorale gli attuali governanti dicevano che, diversamente da chi ha governato prima di loro, non avevano rapporti con i vecchi gruppi di potere e quindi avrebbero potuto tagliare le spese. Purtroppo non mi sembra che sia così, o almeno non è emerso.

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Il ministro Tria è l’uomo adatto per fare i tagli necessari a finanziare le nuove spese?

Forse Tria ha fatto delle proposte, che poi come tutte le proposte di tagli alla spesa saranno politicamente dolorose. Ridurre la spesa pubblica richiede l’assunzione di responsabilità politica. Faccio un esempio: se voglio tagliare gli incentivi fiscali dannosi per l’ambiente, come sembrava volere fare questo governo, colpisco l’autotrasporto, il trasporto aereo e molti altri settori. Ottengo reazioni pesanti e posso andare avanti solo se ho la determinazione politica di farlo.

Tria sta ricevendo aperte contestazioni dai colleghi di governo. Lo conosce? Pensa che sia in grado di reggere?

Lo conosco per rapporti accademici, mi sembra che abbia uno straordinario sangue freddo, molta resistenza e una grande forza di convinzione. È convinto che ciò che propone sia quello che è giusto fare ed è determinato a convincere i leader politici del governo. Quando ha detto che non ha senso andare oltre i limiti richiesti dall’Europa, perché poi la pagheremmo in termini di maggiore spread e quindi non ci guadagneremmo nulla ha segnalato una cosa sacrosanta. Purtroppo, come ci ha ricordato Draghi, le parole usate in questi mesi dagli esponenti del governo non sono state del tutto appropriate, e questo ci obbliga ad essere anche più rigorosi del dovuto.

Lei viene da una tradizione di pensiero economico molto diversa da quella espressa dalla maggioranza di governo. Trova elementi condivisibili nei principali punti proposti per la manovra?

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Ci sono principi positivi. Personalmente penso che la flat tax non possiamo pemettercela, ma che sia giusto ridurre la pressione fiscale a partire dai redditi di famiglie e imprese. Non trovo strana l’idea di rafforzare uno strumento di sostegno di ultima istanza a chi perde il lavoro per aiutare a ritrovarlo, ma penso che il Movimento Cinque Stelle dovrebbe irrobustire il Rei come ha proposto Tria piuttosto che proporre uno strumento completamente nuovo.

E la riforma Fornero può davvero essere allentata?

A me sembra che dei correttivi siano già stati apportati, dall’Ape sociale all’Ape volontaria fino alle misure per i lavori pesanti. Fare più di questo mi sembra difficile. Qui non si tratta di finanziare un ritocco alla legge Fornero per tre anni, ma di cambiare regole che hanno un impatto sui conti per quaranta-cinquant’anni. Non c’è nulla che possa coprire una spesa simile, a meno di immaginare un aumento molto forte dell’immigrazione. L’Inps ha detto che servirebbero 165mila nuovi immigrati ogni anno per mezzo secolo. Non mi sembra che questo sia lo scenario desiderato dall’attuale governo.

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