Perchè i conti di Savona non tornano, con Carlo Cottarelli, La Stampa, 20.07.2018

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In una serie di interventi in Parlamento e sulla stampa, il Ministro Savona ha chiarito il suo pensiero a tutto campo sulla politica economica. Sintetizzando, e sperando di non far torto al Ministro, l’idea è che l’Italia dovrebbe convincere la Commissione Europea non solo ad accettare, ma addirittura a farsi essa stessa promotrice, “nel reciproco interesse”, di un piano di investimenti pubblici a carico del bilancio italiano che dovrebbe essere nell’ordine di 50 miliardi l’anno, ossia il 3 per cento del Pil.  50 miliardi è all’incirca l’avanzo dei conti con l’estero dell’Italia che il Prof. Savona ritiene essere la prova che l’Italia vive al di sotto dei propri mezzi e una misura della carenza della domanda interna rispetto al potenziale dell’economia. Questo piano metterebbe in moto il Pil in misura tale da consentire un gettito fiscale capace di coprire le spese correnti implicite “nelle proposte della flat tax, salario di cittadinanza e revisione della legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico né il rapporto debito/Pil”, spese che “i commentatori calcolano nell’ordine di 100 miliardi, chi più e chi meno”.

Per capire cosa intenda dire Savona è utile partire da alcuni numeri. Innanzitutto, un piano di investimenti per 50 miliardi l’anno è davvero colossale se si pensa che oggi gli investimenti pubblici sono circa 34 miliardi e nel picco pre-crisi raggiunsero al massimo i 54 miliardi.

Ammesso che la macchina pubblica sia in grado di generare tanti investimenti (utili e davvero produttivi!), il secondo numero da avere a mente è 360 miliardi. Di tanto dovrebbe infatti aumentare il Pil, rispetto alla previsione base fatta dal passato governo, per generare un gettito aggiuntivo di 150 miliardi – per finanziare 50 miliardi di investimenti e 100 miliardi di spesa corrente -, posto che il gettito fiscale è circa il 42% del Pil. Questo significa che alla previsione base di crescita del Pil (1-1,5% all’anno) si dovrebbero aggiungere ben 21 punti percentuali.

Anche ammesso che ciò avvenga gradualmente nell’arco dell’intera legislatura, si dovrebbe avere una crescita attorno al 5-5,5% l’anno già dal 2019. Se poi si tiene conto che ci vorrebbero probabilmente almeno due anni per progettare e realizzare investimenti tanto massicci, l’aumento del Pil, necessario – secondo il ragionamento di Savona – per rendere sostenibili le riforme, dovrebbe essere concentrato in soli tre anni: il che comporterebbe tassi di crescita del Pil nell’ordine del 7-8 per cento all’anno. Questi numeri sono del tutto irrealistici,anche volendo ammettere che la flat tax di suo possa contribuire ad una maggiore crescita: il tasso di crescita medio dell’economia italiana è stato dell’1,5% nel quindicennio pre-crisi e di poco più di zero negli ultimi vent’anni. Alla luce di questi numeri, la Commissione Europea e l’FMI ritengono che, al momento, il potenziale di crescita dell’economia italiana sia inferiore all’1% all’anno.

Quanto all’avanzo con l’estero, bisogna considerare che la popolazione italiana invecchia, il che suggerisce che si debba avere una posizione netta sull’estero in attivo per lasciare un gruzzolo alle future generazioni, come stanno facendo paesi quali la Germania, il Giappone e la Cina. L’Italia invece ha ancora un posizione  netta sull’estero passiva che è giusto portare in attivo esportando più di quanti si importi. In proposito, l’ultimo rapporto del FMI sull’Italia stimava che, tenendo conto dei trend demografici, l’Italia dovrebbe mantenere di norma un eccesso di esportazioni sulle importazioni di circa il 4 per cento del Pil.

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Si aggiunga che se gli investimenti pubblici potessero fare il miracolo che indica Savona  – aumentare la crescita del Pil senza accrescere il disavanzo pubblico – gli analisti di mercato, le agenzie di rating e le stesse organizzazioni internazionali non potrebbero che accogliere con entusiasmo il piano. Invece così non è per l’ovvio motivo che non esiste nessun precedente che possa essere portato ad esempio.

La strategia proposta da Savona potrebbe apparire in linea con prescrizioni “keynesiane”,maKeynes non ha mai detto che le spese di investimenti possono autofinanziarsi o, addirittura, finanziare spese correnti grandi due volte tanto. Keynes ha detto che, in certi momenti di grave crisi, occorre accettare un più deficit più elevato e un aumento del debito pubblico. Il problema è che il nostro debito pubblico è già piuttosto alto.

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Infine, non esiste alcuna possibilità che la Commissione Europea sponsorizzi questo piano. La proposta anzi suona come una evidente provocazione nei confronti di una Commissione che in questi anni ha concesso notevoli margini di flessibilità all’Italia e che per questo è sotto pressione da parte di molti paesi.  Costoro temono che un eccesso di indebitamento dell’Italia porti a una nuova crisi finanziaria, con gravi ripercussioni sul resto d’Europa.

Ma più di tutti dovremmo essere noi italiani a preoccuparci di una simile eventualità, che comporterebbe la sequenza di eventi che abbiamo già visto in altri paesi: perdita di accesso al mercato da parte dello Statoerichiesta di aiuti esteri con conseguente perdita di sovranità,assoggettamento a programmidi austeritàe nuovi sacrifici per nostri concittadini.

Carlo Cottarelli,  Giampaolo Galli     La Stampa, 20-07-2018

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