Dopo il vertice europeo, il meccanismo di trasmissione delle crisi è sostanzialmente lo stesso del 2011, Il Sole 24Ore, 12 luglio 2018

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In mancanza di sostanziali progressi verso l’unione bancaria, il nesso fra rischio sovrano e rischio bancario rimane un serio elemento di preoccupazione. Al vertice del 28-29 giugno, i leader europei hanno licenziato con poche parole il pacchetto sull’Unione Bancaria: in particolare la proposta di un’assicurazione europea sui depositi (EDIS) è rimandata ad una fumosa tabella di marcia da sviluppare in futuro, e subordinata ad una preventiva riduzione dei rischi.

Il messaggio è chiaro: prima di metter in comune i rischi delle banche in Europa ed esporre i contribuenti degli altri paesi, quelli delle banche italiane devono ridursi. Al contempo però questi rischi difficilmente riusciranno a ridursi in modo significativo se le vicissitudini dello Stato in cui le banche si trovano ad operare le rendono fragili.

I motivi di preoccupazione riguardano almeno tre aspetti. In primo luogo, vi è il tema dello stock di titoli di Stato detenuti dalle banche.   Lo stock di titoli di Stato nei bilanci del settore bancario italiano era pari a 419 miliardi di euro in maggio (11,1% del totale dell’attivo), lo stock più elevato d’Eurozona, al di sotto dei picchi registrati in passato ma ancora nettamente superiore alla media del 2007 pari a 189 miliardi (6,1%). Il recente rialzo dello spread di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi ha trascinato verso l’alto anche il costo di finanziamento delle banche italiane nei mercati internazionali, mentre la regolamentazione contabile internazionale le forza a far emergere le perdite e quindi a ridurre il capitale.

Un secondo aspetto è legato allo stock di crediti non performanti. Con un ammontare pari a 264 miliardi a fine 2017 rispetto ai 94 di dieci anni prima, la percezione che questa posizione possa nuovamente deteriorarsi a seguito di un rallentamento dell’economia, in parte prodotto dall’allargamento dello spread, è elevato.

Infine, le società di rating valutano il merito di credito delle banche ponendo come limite superiore di valutazione quello dell’emittente sovrano.

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Quando nel 2013 i leader europei conferirono un mandato alla Banca Centrale Europea, dandole compiti specifici per la vigilanza prudenziale degli enti creditizi speravano che questo avrebbe contribuito a ridurre il problema dei rischi bancari e a creare un settore finanziario più sicuro che non avrebbe più richiesto i quattrini dei contribuenti.

Il casus belliallora fu la Spagna. Mentre altri paesi furono in grado, sia pure con enormi difficoltà, di iniettare risorse pubbliche nei loro sistemi finanziari, la periferia dell’Europa, e soprattutto la Spagna, era entrata in un circolo vizioso. Se il governo avesse iniettato risorse pubbliche nelle banche, ne avrebbero risentito i conti pubblici e quindi i tassi di interesse sul debito pubblico. Al contempo la precaria situazione dei conti pubblici avrebbe inciso sulla stabilità del sistema bancario. E quindi era necessario un intervento dell’Europa dall’esterno, e questo ha dato il via all’unione bancaria che è stato forse il più grande progetto europeo, affidato ad un’istituzione – la Banca Centrale Europea – che per competenza e capacità di azione ha ottenuto risultati importanti su una materia così complessa e vasta.

Tuttavia, dopo molti anni dall’inizio di questo processo e nonostante il forte miglioramento nella capitalizzazione degli istituti di credito, dobbiamo constatare che rimangono forti elementi di fragilità.

La conclusione è che gli altri paesi europei non sono disposti a togliere le castagne dal fuoco e all’Italia, la quale quindi rimane intrappolata nel ‘legame diabolico’ tra Stato e banche; il meccanismo di trasmissione delle crisi è sostanzialmente lo stesso del 2011.

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Se il governo non darà un sostegno forte e convinto alla linea prudente del ministro Tria in materia di conti pubblici e di appartenenza all’euro, lo spread rimarrà elevato e il rallentamento dell’economia che stiamo osservando in tutta Europa da noi finirà per trasformarsi in una nuova recessione. Ne risentirebbe la stessa stabilità degli istituti di credito, verrebbe messo nuovamente a rischio il risparmio degli italiani, diverrebbe nuovamente necessario iniettare risorse pubbliche nelle banche. Si tratta di una prospettiva davvero preoccupante, che però può essere evitata con  decisioni conseguenti e urgenti da parte dei principali azionisti del governo.

@lorenzocodogno    @GiampaoloGalli

Il Sole24Ore, 12 luglio 2018

 

 

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