Perchè l’Italia è più vulnerabile che nel 2011, Inpiù, 12 luglio 2018

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All’assemblea dell’Abi, Visco ha lanciato un allarme forte: lo sforzo riformatore ha perso slancio, sia in Europa sia soprattutto in Italia, e “davanti a una nuova crisi saremmo oggi molto più vulnerabili di quanto lo eravamo dieci anni fa”. Visco è uomo che misura le parole: se dice “molto” intende dire che la situazione è davvero pericolosa. In effetti il rischio di rottura è molto forte. In Europa, si è fatta la vigilanza unica sulle banche sistemiche – il che è un passo avanti straordinario -, ma non si è riusciti a fare altri passi avanti sull’Unione bancaria, in particolare in materia di garanzia dei depositi; quasi nulla si è sin qui riusciti a fare per migliorare la governance dell’Eurozona.

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In Italia, non solo non c’è più voglia di fare le riforme, ma c’è molta voglia di fare controriforme, oltre che di venir meno all’impegno di migliorare i conti pubblici. Il pur prudentissimo e saggio Tria ha dichiarato Parlamento che chiederà alla Commissione Europea di poter mantenere il bilancio strutturale del 2019 invariato rispetto al 2018, il che significa che il deficit rimarrebbe all’incirca al livello attuale; ma neanche questo sembra bastare a tanti esponenti della maggioranza che sembrano credere che la spesa in deficit possa fare miracoli.

Otto economisti hanno scritto una lettera molto preoccupata al Sole 24 Ore: nei mercati permane il timore che l’idea di uscire dall’euro non sia stata definitivamente abbandonata e ciò, oltre a gravare sullo spread, potrebbe portare all’evento estremo della perdita di accesso al mercato finanziario da parte della Repubblica Italiana.

Gli investitori sanno perfettamente qual è la situazione italiana e sta diventando davvero difficile convincerli che le cose andranno per il verso giusto.  L’Italia è in pericolo, come e più che nel 2011, anche perché questa volta non ci sarebbe più il consenso necessario per affidare le nostre sorti a un salvatore, come fu allora Mario Monti. Né, dopo le intemerate dei nostri sovranisti, ci sarebbe molta voglia in Europa di mettere mano al portafoglio per salvare l’Italia. Questa volta affronteremmo la crisi senza rete. Gli economisti, le associazioni di impresa, l’intera società civile, o ciò che ne è rimasto, si facciano sentire!

 

 

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