L’Italia soffre di scarsa crescita, non di diseguaglianza crescente, Il Foglio, 16 maggio 2018

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E’ una certezza granitica e, come tale, ripetuta tutti giorni dai media, che da gran tempo in Italia, come e più che negli altri paesi, si stia  allargando la forbice fra i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri. E che dunque vi sia un serio allarme disuguaglianze sociali.  Questa è una notizia molto più falsa che vera. E’ falsa nel senso che tutte le statistiche di cui disponiamo sulla distribuzione del reddito e della ricchezza dicono che da circa un quarto di secolo questa è straordinariamente stabile e non è peggiorata neanche nel corso della grande recessione, a differenza di ciò che è successo in altri paesi.

Ha un nocciolo di verità solo se andiamo oltre le statistiche per constatare che chi prima della crisi aveva l’acqua alla gola, ora è andato sotto, mentre chi aveva l’acqua alla caviglia se la cava ancora bene o benino. Il punto è che se si dice che è aumentata la diseguaglianza si trasmette il messaggio che si possa facilmente realizzare il sogno assistenzialista della vecchia sinistra e del M5s: una grande operazione di redistribuzione a favore dei poveri, togliendo ai ricchi quanto essi hanno indebitamente guadagnato durante la crisi.

Già nella Relazione annuale sul 2015 la Banca d’Italia diceva che le cose non stanno così ma pochi se ne accorsero perché – si sa – le informazioni che non accarezzano la vulgata populista non fanno notizia. Banca d’Italia notava che il coefficiente di concentrazione di Gini, un indice che varia fra zero nel caso di massima uguaglianza e 100 nel caso di massima disuguaglianza,  si mantiene da gran tempo attorno al 33 per cento e che questo indice “non ha subito variazioni apprezzabili dopo l’avvio della crisi finanziaria globale e dopo la successiva recessione indotta dalla crisi del debito sovrano” e infine che, nel complesso, la disuguaglianza, dopo essere scesa negli anni Ottanta e avere registrato un aumento dopo la svalutazione del 1992, “si è stabilizzata su valori prossimi a quelli registrati alla fine degli anni settanta”.

Proprio così: la diseguaglianza dei redditi sta oggi ai livelli della fine degli anni Settanta. Confermano questa conclusione le analisi delle variazioni delle quote di reddito che vanno ai diversi ceti sociali:  ai più ricci, così definiti sulla base del reddito mediano, va una quota del reddito complessivo che è addirittura leggermente decrescente da metà degli anni Novanta a oggi.

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Due recenti lavori di Banca d’Italia (a firma Cannari e D’Alessio, Brandolini et al.) confermano queste analisi e aggiungono altre informazioni importanti. La prima è che le stesse considerazioni valgono – il che è forse ancora più sorprendente rispetto alla vulgata – per la diseguaglianza della ricchezza. Non è dunque vero che i ricchi diventano sempre più ricchi: la quota di ricchezza dei ricchi è notevolmente stabile nel tempo.

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La seconda riguarda la povertà relativa, l’indicatore che il M5s prende a riferimento per il reddito di cittadinanza. Il peggioramento di questo indicatore è dovuto all’aumento della quota di immigrati sul totale della popolazione residente, perché l’incidenza della povertà relativa fra gli immigrati è attorno al 34%, mentre l’incidenza della povertà relativa fra i nati in Italia ha oscillato fra l’11 e il 13 per cento dall’inizio del secolo, senza alcun particolare trend. La conclusione è che la sofferenza sociale non è dovuta al peggioramento della distribuzione, ma alla mancata crescita: a tutto il 2017, malgrado la ripresa in atto, il reddito pro capite dell’Italia sta sotto il livello del 2007 di oltre 8 punti percentuali e si colloca attorno al valore di venti anni fa.

A chi dice che la crescita non serve, o non basta, è utile far notare un solo numero: se dal 1995 ad oggi, l’Italia fosse cresciuta anche soltanto come il resto dell’Eurozona, non come la Cina, il Pil e le entrate fiscali sarebbero più alti di ben 500 e 220 miliardi rispettivamente. L’Italia avrebbe risolto il problema del debito e avanzerebbero risorse per fare investimenti pubblici e migliorare il welfare. Se pretendiamo invece di redistribuire in deficit, senza una crescita robusta, rimaniamo nel circolo vizioso in cui siamo intrappolati oggi.
Giampaolo Galli

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