I 5S Carla Ruocco e Nicola Morra difendono tutti i vizi della vecchia Italia che speravamo di esserci lasciati alle spalle per sempre: svalutazioni, inflazione, indicizzazioni, disavanzi pubblici. Con Lorenzo Codogno, Il Sole 24 Ore, 15 magggio 2018

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L’articolo sul Sole dell’11 maggio del senatore Nicola Morra e della deputata Carla Ruocco, due parlamentari di riferimento per il Movimento 5 Stelle, offre l’occasione per una riflessione sulle idee che stanno maturando tra le forze impegnate nella formazione del nuovo governo, al di là delle dichiarazioni ufficiali.

Nella sostanza i due autori difendono molti di quegli aspetti dell’Italia degli anni settanta e ottanta che pensavamo di essere riusciti, con grande fatica, a superare: la svalutazione, l’inflazione, le indicizzazioni, i disavanzi pubblici.

Va detto che, con una qualche saggezza, Morra e Ruocco si cautelano da interpretazioni malevole o eccessive. In particolare, dopo aver tessuto le lodi della svalutazione, dicono che “nessuno si augura un’uscita traumatica dall’euro”, il che però lascia intendere che possa esistere e forse che sia anche desiderabile un’uscita “non traumatica”. Questo apre un’enorme punto interrogativo su quali siano le reali intenzioni di coloro che stanno per assumere la responsabilità del governo.

Parimenti, nell’introdurre un paragrafo di lode all’inflazione, si cautelano con un inciso significativo: “Senza fare il difensore d’ufficio dell’inflazione…”. Il che però fa capire che un bel po’ di inflazione, come quella degli anni settanta, non farebbe affatto male. Peraltro, esplicitamente, affermano che l’inflazione ha il pregio di “colpire il capitale finanziario, avvantaggiando i debitori”, mentre i lavoratori sarebbero protetti “dalla vituperata scala mobile”. Qui non possiamo che rinviare a una corposa letteratura internazionale che considera l’inflazione come una tassa fra le più inique. Più cogenti ancora della letteratura sono i fatti: qualunque governo sotto qualunque cielo, con maggiore o minore convinzione, ha sempre considerato l’inflazione un nemico da combattere. È evidente che le nuove classi dirigenti del Paese hanno conosciuto i guasti della recente gravissima recessione, ma non conoscono o non ricordano quanto fosse dolorosa la condizione di stagflazione in cui si dibatté in passato l’Italia, come tanti altri paesi.

Quello però che più ci colpisce è il cuore del loro argomento a favore della svalutazione e dell’inflazione. Essi attribuiscono la ripresa guidata dalle esportazioni che si ebbe nel ‘94-‘95 alla svalutazione della lira, mentre la perdita di potere d’acquisto dei salari che si verificò all’incirca nello stesso periodo è imputata all’accordo di moderazione salariale del luglio 1993. Qui non si può che ripetere ciò che mille volte è stato detto e cioè che la svalutazione ha effetti positivi sulle esportazioni e sul Pil solo se accompagnata da politiche tese ad impedire il recupero del potere d’acquisto dei salari perso a causa dell’inflazione.  La migliore lettura al riguardo è forse il famoso discorso alla nazione – facilmente rintracciabile sul web con le parole chiave “pound in the pocket speech” del primo ministro inglese, il laburista Harold Wilson, in occasione della svalutazione della sterlina del 1967.  In quel discorso, ispirato ai lavori del grande economista keynesiano e progressista James Meade, Wilson face un angosciato appello alla moderazione salariale nella piena consapevolezza che in caso contrario la svalutazione avrebbe avuto come unico effetto quello di aumentare l’inflazione e non avrebbe risolto il problema di rilanciare l’attività produttiva. Ricordiamo anche che l’accordo del 1993, voluto dall’allora Presidente del Consiglio Ciampi, fu universalmente accolto come un grande passo in avanti per l’economia e forse anche per la società italiana.

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Infine essi criticano la presunta “austerity” che avrebbe prevalso in Italia negli ultimi anni e sarebbe la causa dell’aumento del rapporto debito/Pil, premettendo una frase significativa: “Nessuno auspica un ritorno dei deficit al 10%”. Il che lascia intendere che ritengano ragionevoli dei disavanzi assai più elevati di quelli attuali e forse anche più elevati del 3%. Sotto il profilo analitico, qui si prospetta nuovamente l’errore della gallina dalle uova d’oro e cioè l’idea, sbagliata, che si possa ridurre il debito aumentando il disavanzo. Come abbiamo argomentato in un nostro recente lavoro, sintetizzato su questo giornale il 19 gennaio scorso, è ben possibile che un eccesso di rigore fiscale produca un aumento del rapporto debito/Pil, ma tale aumento non può che essere temporaneo e, soprattutto, non vale il ragionamento inverso e cioè che per ridurre il debito/Pil si debba aumentare il disavanzo. Se si vuole ridurre il debito, non c’è altra strada se non quella di ridurre i disavanzi.

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Se nei prossimi giorni anche una parte delle convinzioni che sono state espresse nell’articolo di Morra e Ruocco fosse presentata come pensiero ufficiale del nuovo governo, le conseguenze sulla fiducia dei mercati finanziari, che finora sono rimasti piuttosto tranquilli, potrebbero essere assai gravi. Chi ha avuto dagli elettori il mandato a governare ha il dovere di assicurare che lo Stato sia sempre in grado di attingere dai mercati finanziari le risorse necessarie.

@lorenzocodogno

@GiampaoloGalli

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