Archivio della categoria: #Bastaunsì

Per superare il bicameralismo paritario, per avere leggi in tempi più rapidi, per ridurre i costi della politica, maggiore partecipazione dei cittadini, per chiarire le competenze di Stato e Regioni, per aumentare la rappresentanza degli Enti Locali in Parlamento e in Europa… #Bastaunsì

La riforma della costituzione e l’economia: la sfida della veduta lunga. Da “formiche, novembre 2016”.

 

La riforma costituzionale è cruciale per le prospettive dell’economia perché, come diceva Tommaso Padoa-Schioppa, l’Italia ha quasi sempre avuto governi con la “veduta corta”. La riforma pone le premesse per allungare la veduta dei governi perché elimina due fattori di potenziale instabilità: la necessità di ottenere la fiducia di due camere, spesso con maggioranze diverse, e l’eccessivo potere che fu dato alle regioni con la riforma del 2001. Continua a leggere

La sfida dell’articolo 70, già persa dalla destra – L’Unità, 18 ottobre 2016

La critica di gran lunga più dura e apparentemente motivata fra quelle avanzate dal fronte del No riguarda la nuova formulazione dell’articolo 70. Si dice che questo articolo è lungo, che manca di una clausola di chiusura per risolvere eventuali controversie fra le due camere ed infine che è scritto male, assomigliando più al testo di un qualunque decreto milleproproghe che a un testo della costituzione. Continua a leggere

Riforma della Costituzione, la polemica sull’articolo 70: nella riforma Berlusconi del 2006 era più lungo e complicato. Identico il meccanismo di risoluzione delle controversie.

Nel testo riportato in questo  link  si mettono a confronto due versioni dell’articolo 70 della Costituzione: quella proposta dal governo Berlusconi nella riforma che fu sottoposta  a referendum nel 2006 e quella che viene proposta nella attuale riforma. Continua a leggere

La riforma nasce dall’inefficienza delle istituzioni – Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2016

Per molti dei più autorevoli giuristi del fronte del No la riforma Renzi-Boschi sarebbe un tassello dell’aggressione intentata dalla finanza internazionale non solo ai diritti dei lavoratori, ma addirittura ai diritti universali dell’uomo. Gustavo Zagrebelsky, ad esempio, in un recente pamphlet scrive che sarebbe in corso nientemeno che “un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico- oligarchico”, all’interno del quale verrebbe meno l’attenzione ai diritti dei lavoratori, “ormai sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese”, perché vivremmo nel tempo “dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali…”.

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L’economia del sì – l’impatto del nuovo Titolo V sulle politiche economiche e sociali

L’economia del sì – l’impatto del nuovo Titolo V sulle politiche economiche e sociali è un documento a cura di Irene Tinagli, con i contributi di Carlo dell’AringaGiampaolo GalliPaolo GandolfiFlavia Piccoli NardelliChicco TestaIvan ScalfarottoStefano Quintarelli.

Nel documento vengono trattati, in maniera sintetica, semplice e diretta, gli impatti della riforma del nuovo Titolo V sulla vita economica del Paese. La riforma costituzionale porta con sé una serie di vantaggi economici – spesso indiretti – che sorgono da una ritrovata stabilità, da una capacità di miglior organizzazione nelle scelte strategiche, dalla riduzione di livelli di coordinamento inutili e dannosi, dalla riduzione dei tempi, della burocrazia, e dell’insicurezza degli investimenti.

L’economia del sì  può essere scaricato qui in formato pdf.

Con la riforma ridotti sprechi e duplicazioni del federalismo fiscale – Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2016

Secondo alcuni la riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum annullerebbe i progressi sin qui fatti in materia di federalismo fiscale. Questa tesi è sostenuta dal partito della Lega, ma è fatta propria anche da alcuni studiosi come Franco Gallo che ne ha scritto su questo giornale il 27 giugno scorso.

La visione opposta è quella sostenuta ad esempio da Sabino Cassese, secondo il quale l’intera proposta di riforma del Titolo V altro non fa che prendere atto della giurisprudenza della Corte Costituzionale degli ultimi quindici anni, definendo in modo più ordinato le competenze dei diversi livelli di governo ed evitando ulteriori contenziosi costituzionali che, come noto, nel recente passato hanno comportato ritardi e incertezze nell’attuazione delle norme, con conseguenze negative sui cittadini e sulle imprese. Questa visione appare particolarmente adatta a connotare la riforma nei suoi aspetti finanziari.

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Meno instabilità e decisioni più veloci – Il Sole 24 Ore, 3 maggio 2016

Sarebbe bene che sul prossimo referendum costituzionale si esprimessero non solo gli studiosi del diritto, ma anche gli economisti, le parti sociali e, più in generale, le persone sensibili ai temi dell’economia e delle imprese. Queste ultime, pur fra ampie divergenze, in generale convergono nel ritenere che la malattia dell’economia italiana è antica, grave e tale da richiedere decisioni difficili che nel passato non si è riusciti a prendere. Chi ha questa sensibilità può pensare che la riforma costituzionale approvata dal Parlamento abbia limiti anche importanti, ma tende a riconoscere che – in combinato disposto con l’Italicum – va nella direzione di superare la strutturale instabilità dei governi e con essa la difficoltà di assumere decisioni che sono invece assolutamente necessarie.

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