Archivio della categoria: articoli

Articoli di Giampaolo Galli

Web Tax: una risposta a Massimo Mucchetti

Sul Foglio di oggi il senatore Massimo Mucchetti risponde agli articoli di ieri di Raffaello Lupi, Alfredo Macchiati e Giampaolo Galli, tutti molto critici nei confronti della cosiddetta webtax che è stata approvata in Commissione Bilancio al Senato su impulso dello stesso Mucchetti.
Le considerazioni di Mucchetti ci consentono di fare qualche passo avanti nel ragionamento. Vediamo dunque le questioni principali, per cercare di capire, non certo per fare polemica.

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La webtax colpisce le PMI italiane e cristallizza le posizioni dominanti di giganti come Google e Amazon – il Foglio, 28 novembre 2017

La montagna ha partorito un topolino mezzo morto. Ci avevano detto che i giganti del web sottraggono miliardi di euro al fisco italiano e minano le basi del welfare e della convivenza sociale. Non hanno colpito aziende come Google, Amazon e Apple che già hanno o avranno a breve una stabile organizzazione in Italia, ma hanno partorito un dazio che graverà sulle Pmi italiane e darà un gettito che, se va bene, a regime secondo le stime ufficiali sarà di 114 milioni (milioni, non miliardi!). Nella sostanza economica infatti, la soluzione approvata al Senato si configura come un dazio all’importazione di determinati servizi digitali e, come tutti i dazi, grava sull’acquirente nazionale, ossia sulle imprese italiane che acquistano quei beni e rischia di generare ritorsioni protezionistiche nei paesi d’origine delle imprese estere che vengono discriminate, in primis gli Stati Uniti.

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Web Tax, perché no: con una tassa sul fatturato si rischia che l’onere ricada sui consumatori — il Corriere della Sera, 20 novembre 2017.

La soluzione alla tassazione delle imprese multinazionali dovrebbe essere trovata a livello internazionale o quantomeno di Unione Europea. Tuttavia, specie nel settore della cosiddetta web economy, il problema della sottrazione di base imponibile e della connessa concorrenza sleale nei confronti delle imprese locali sta assumendo dimensioni tali che è quasi inevitabile che, in mancanza di soluzioni condivise, i singoli stati finiscano per adottare soluzioni nazionali, anche se altamente inefficienti.

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Se le verità nei prospetti accelerano i fallimenti – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 15 novembre 2017

Mentre i riflettori della commissione d’inchiesta si accendono sul caso Monte Paschi, proviamo a chiederci cosa abbiamo davvero imparato dal caso delle banche Venete. Secondo alcuni sarebbe tutto semplice e chiaro: la Banca d’Italia non avrebbe fornito informazioni essenziali alla Consob il che avrebbe impedito di informare gli ignari risparmiatori del triste destino che li attendeva. Si tratta, a nostro avviso, di una conclusione affrettata.

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Una commissione per guardare avanti – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 7 novembre 2017

I lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche rischiano di trasformarsi in un inutile esercizio di recriminazione sul passato. Possono invece divenire un’occasione preziosa per mettere a punto una posizione nazionale sull’architettura della vigilanza, che – non va dimenticato – è da vari anni ormai interamente definita da regole europee.

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No a populismi e generalizzazioni nel giudizio su Bankitalia – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2017

In tutti i Paesi, la scelta dei vertici della Banca Centrale spetta al potere politico. Può non piacerci, ma è così ovunque.  Si può, quindi, anzi si deve chiedere alla politica di trattare la questione con particolare attenzione, evitando inutili bagarre e tentazioni lottizzatrici.  Ma non si capisce come si possa sostenere che la politica non debba occuparsi della questione. Negli anni settanta, James Tobin, un grande economista premio Nobel per l’analisi monetaria, diceva di guardare con sospetto al concetto di indipendenza della Banca Centrale, perché – diceva icastico: “Io credo nella democrazia”.

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Manovra fra crescita e aggiustamento: le (troppe) richieste di spesa fatte a Padoan – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 11 ottobre 2017

Come c’era da aspettarsi, sul Ministro dell’Economia piovono da ogni parte richieste di maggiori spese. Spesso le richieste hanno una loro intrinseca giustificazione, ma non fanno i conti con la realtà della finanza pubblica italiana. L’aggiustamento dei conti che è stato previsto dal governo è il minimo indispensabile nella condizione data. Questo punto è stato ben messo in luce dalla Banca d’Italia nel corso delle audizioni che si sono tenute al Senato il 3 ottobre scorso. Stando alle cifre ufficiali, ossia a quelle contenute nella Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF), il miglioramento del saldo di finanza pubblica previsto per il 2018, pari a 0,5 punti percentuali di Pil – dal 2,1% di quest’anno all’1,6% del 2018 – è interamente dovuto all’evoluzione del ciclo economico e all’ulteriore riduzione della spesa per interessi dovuta alla politica espansiva della BCE.

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Berlino non cambia la politica di bilancio – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 19 settembre 2017

In Italia, in questo inizio di campagna elettorale, quasi tutte le forze politiche affermano – apparentemente con grande convinzione – che dall’Europa si può ottenere molto di più di quanto non si sia ottenuto sino ad oggi.  È quindi cruciale capire cosa possa effettivamente cambiare e quali aspettative facciano invece parte del regno dei sogni.

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La via maestra di tagli e riforme – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 8 settembre 2017

L’idea che il disavanzo pubblico non debba essere ridotto, ma aumentato verso il 3% e anche oltre, è ormai sostenuta dalla quasi totalità delle forze politiche.

Per alcuni il debito pubblico è un problema rimosso. Altri, più responsabili, sanno che il problema esiste e, se interrogati seriamente sul punto, esplicitano quella che si potrebbe chiamare “la teoria del denominatore”: per ridurre il rapporto debito/Pil bisogna aumentare il Pil, il denominatore, e questo risultato lo si otterrebbe aumentando, anziché riducendo il disavanzo pubblico.

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La strada rischiosa del debito pubblico – con Lorenzo Codogno, Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2017

Caro Direttore,

in risposta al commento di Giorgio La Malfa di ieri, confermiamo che la strada di un disavanzo addirittura superiore al 3% per qualche anno ci sembra assolutamente troppo rischiosa. Aiuterebbe forse a sostenere il Pil per qualche tempo, ma peggiorerebbe strutturalmente la prospettiva per i conti pubblici.

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La crescita non la si fa con il deficit: gli argomenti e il modello

A proposito di  un articolo uscito qualche tempo fa su FIRSTonline  vari lettori (un po’ increduli) mi hanno chiesto su che basi avessi fatto l’affermazione che la crescita non la si fa con il deficit e come avessi fatto le simulazioni riportate nel pezzo.

Per chiarire la faccenda riporto qui sotto l’articolo di cui si discute. E per chi vuole approfondire ulteriormente – e si diverte con l’aritmetica –  ecco i fogli Excel che ho usato per le simulazioni.

Clicca qui per il modello in excel.

Nota ai fogli Excel: nel foglio “1. Il modello” c’è il modello usato per le simulazioni; nei successivi due fogli ci sono i risultati numerici (“2. I risultati”) e il grafico (“3. Il Grafico”), rispettivamente.
È possibile  cambiare i parametri e le variabili scritti in rosso; i numeri scritti in nero  sono una conseguenza delle ipotesi, ossia sono endogeni. Nei successivi tre fogli si rifà l’esercizio, tenendo conto di import e export e cambiando alcune ipotesi.

Correzioni e commenti critici sono benvenuti. 

Ed ecco l’articolo:

La crescita economica non si fa con il deficit – FIRSTonline, 20 marzo 2016

Politiche keynesiane di sostegno della domanda aggregata hanno senso a livello europeo, ma assai meno in un paese come l’Italia che ha un elevato debito pubblico. I mercati non ce le lascerebbero fare e non avrebbero tutti torti perché, a prescindere dalla credibilità di chi governa, le politiche keynesiane hanno dei limiti ben noti. Tali limiti sussistono a prescindere dalle critiche “esterne” che si possono fare al modello keynesiano, nel senso che emergono proprio utilizzando le ipotesi del modello keynesiano, a cominciare da quella che il Pil è determinato dalla domanda aggregata in condizioni di sottoutilizzo generalizzato delle risorse. In sintesi: 1) con il deficit non si fa crescita economica e 2) un aumento del deficit non può generare un aumento del Pil tale da ridurre il rapporto debito/pil se non nel breve periodo; alla lunga il debito lo si riduce solo con appropriati avanzi primari. Continua a leggere

Brexit: una proposta delle imprese inglesi che dovrebbe interessare l’Italia. – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 13 luglio 2017

Sono passati già più di 100 giorni dall’attivazione dell’Articolo 50 dei Trattati che ha fatto scattare il periodo transitorio di due anni prima dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, cioè Brexit. Entro il 29 marzo del 2019 vi dovrebbe dunque essere un accordo completo con l’Unione europea.

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Bisogna ridurre la spesa, poi agire sulla pressione fiscale – con Lorenzo Codogno, Il Sole 24 Ore, 4 luglio 2017

l lavoro dell’Istituto Bruno Leoni (Ibl) sulla flat tax presentato su questo giornale da Nicola Rossi il 25 giugno ci obbliga a pensare in modo strategico all’insieme delle entrate e delle spese delle pubbliche amministrazioni e rende evidente quanto sia iniquo e inefficiente lo status quo. Ha il merito di fare i conti di tutte le proposte che vengono messe in campo senza mai utilizzare coperture di comodo o altamente aleatorie, come il contrasto all’evasione. Non da ultimo, rende chiaro il legame stretto tra la riduzione della spesa corrente e quella delle entrate, “domandandosi che cosa lo Stato debba produrre e come, e non limitandosi a chiedere che faccia un po’ meglio quello che già fa”.

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Spending review: Italia tra i paesi più virtuosi – In Cammino, 22 giugno 2017

La spending review sta dando buoni risultati. La presentazione fatta dal commissario Yoram Gutgeld non dovrebbe lasciare molti dubbi al riguardo.

Il numero chiave a cui guardare è quello dei consumi finali delle pubbliche amministrazioni, perché è l’aggregato dei conti pubblici Istat/Eurostat che meglio approssima l’area della spesa aggredibile dalla spending review: si tratta in sostanza della somma degli acquisti e degli stipendi della pubblica amministrazione.

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Se si vota prima, serve trasparenza coi mercati – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 6 giugno 2017

Fa differenza se le elezioni politiche si tengono in autunno oppure alla scadenza naturale della legislatura? In condizioni normali questa scelta sarebbe sostanzialmente indifferente, dal momento che la differenza è di pochi mesi. Ma le condizioni dell’Italia normali non sono. L’Italia è esposta, ancora una volta, a rischi finanziari potenzialmente molto seri. La combinazione di bassa crescita – malgrado le riforme fatte in questi anni – alto debito pubblico, elevate sofferenze bancarie, fine ormai prossima della politica iper-espansiva della BCE e forza dei movimenti populisti anti euro può portare a una disaffezione degli investitori nei confronti dei titoli italiani, accentuando i deflussi netti di capitali che si sono registrati negli ultimi mesi.

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Web tax: la via nazionale alla tassazione delle web companies è ancora molto lontana – con Sergio Boccadutri, FirstOnline, 16 maggio 2017

I due parlamentari del Pd passano ai raggi X il cosiddetto emendamento Boccia alla manovrina di bilancio che è noto come web tax anche se il testo non ne parla esplicitamente – Tutti i pro e i contro della norma in discussione alla Camera
 

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Italexit is not a Solution for Italy’s Problems – con Lorenzo Codogno, The European Financial Review, 15 maggio 2017

Beppe Grillo’s Five Star Movement riding high in the polls in Italy has led to speculation over the prospect of the country leaving the euro. Lorenzo Codogno and Giampaolo Galli argue that an “Italexit” would be a catastrophic scenario, with incommensurable economic, social, and political costs lasting for many years. They note that redenomination, and a likely default on debt obligations, would not be a solution to the problem of a high public debt and would produce significant financial and economic instability. A far better and less costly solution would be to address Italy’s underlying problems, allowing the country to survive and thrive within the euro by enhancing potential growth and economic resilience.

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