Archivio della categoria: articoli

Articoli di Giampaolo Galli

Perché la moneta fiscale non è la manna dal cielo – con Lorenzo Codogno, Il Sole 24 Ore, martedì 18 aprile.

Nei dieci punti programmatici di politica estera del Movimento 5 Stelle si parla di introdurre una nuova moneta, parallela all’euro, che viene chiamata moneta fiscale. Anche Berlusconi ha fatto cenno in varie occasioni ad una nozione simile, ricordando le am-lire della sua infanzia, sia pure in termini talmente vaghi che è difficile discuterne.

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Def: sulla condizione finanziaria del Paese gravano le mancate riforme – In Cammino, 12 aprile 2017

Il Documento di Economia e Finanza si muove lungo un crinale sottile: da un lato bisogna avviare la riduzione il debito pubblico, dall’altro vanno attuate politiche per dare più vigore alla crescita.

Questo ci impone di continuare con rinnovato vigore lungo la linea che è stata seguita negli ultimi anni e che ha consentito di ridurre gradualmente il disavanzo dal 3% del 2014 al 2,4% nel 2016, creando anche lo spazio, attraverso la spending review (25 miliardi in tre anni) e la lotta all’evasione (19 miliardi nel 2016), per robuste misure a sostegno della crescita.

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Investimenti pubblici fra crescita e vincoli – Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2017

Dopo il crollo registrato negli anni della crisi, l’Italia ha un gran bisogno di investimenti pubblici per ammodernare la sua rete di infrastrutture. Questa considerazione induce molti economisti a rilanciare la proposta della cosiddetta “golden rule”, ossia lo scorporo delle spese per investimenti dalle regole europee sui disavanzi pubblici. È questa un’idea con una qualche possibilità di successo? Alla luce del dibattito che si è svolto fino ad oggi, vi sono motivi per dubitarne.

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Interrogazione a prima firma Boccadutri sul caso Minenna

 

Interrogazione a risposta in commissione 5-11018
presentato da BOCCADUTRI Sergio
testo diGiovedì 30 marzo 2017, seduta n. 770
BOCCADUTRI, DELL’ARINGA, ANDREA ROMANO e GIAMPAOLO GALLI. — Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione . — Per sapere – premesso che:
il dottor Marcello Minenna, già assessore al bilancio, al patrimonio e alle partecipate del comune di Roma tra luglio e settembre 2016, è dipendente a tempo pieno della Commissione nazionale per le società e la Borsa (Consob) e ivi dirigente responsabile dell’Ufficio Analisi Quantitative e Innovazione Finanziaria all’interno «Divisione Mercati»; Continua a leggere

Uscire dalla moneta unica vuol dire tagliare i salari – Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2017, di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli

 Al nostro articolo del 1 marzo scorso su questo giornale (“Non è l’euro il problema dell’Italia”) sono state mosse due osservazioni critiche da parte di persone seriamente interessate al tema. Dato che si tratta di due punti cruciali, proviamo a fornire qualche chiarimento. Continua a leggere

Italexit non risolverebbe nessuno dei problemi dell’Italia – di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, 23 febbraio 2017,

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L’Italia di fronte alla sfida dei cambiamenti globali

La crescita dei movimenti populisti e antieuropei non ha risparmiato l’Italia. Quasi tutti
chiedono l’uscita dall’euro, molti chiedono anche l’uscita dall’UE: la seconda è una strada percorribile anche se estremamente complessa, come il Regno Unito sta scoprendo a sue spese in questi mesi. L’uscita dall’unione monetaria creerebbe invece un problema su una scala completamente diversa, con conseguenze negative che si protrarrebbero per molti anni. Inoltre, non risolverebbe i problemi che si vorrebbero risolvere. Trascurando le motivazioni politiche, alcuni commentatori – come gli autori di un recente documento di Mediobanca Securities – sostengono invece che lasciare l’euro sia fattibile e che l’Italia potrebbe perfino trovarsi ad ottenere un piccolo vantaggio di 8 miliardi di euro.[1] Essi forniscono inoltre argomenti tecnici sugli effetti della ridenominazione del debito, sostenendo che tale ridenominazione, se rimandata al futuro, si rivelerebbe troppo costosa e che, quindi, andrebbe adottata il prima possibile. Su questo punto siamo in netto disaccordo.

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L’emendamento 52.71 alla legge di Bilancio 2017

Con questo emendamento Forza Italia propone di mettere sul pubblico impiego  ulteriori  2,6 miliardi nel 2017 e 7,8 miliardi nel triennio. Più di quello che chiedono i sindacati. Le coperture sono  generiche “razionalizzazioni della spesa” con tanto di clausole di salvaguardia che prevedono più tasse. Le maggiori tasse stanno al punto 5 bis. Questo è il de profundis definitivo per la famosa rivoluzione liberale sempre promessa da Berlusconi, mai attuata e oggi platealmente  tradita.

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Decreto sulle banche, la confusione e la demagogia dei 5 Stelle – L’Unità 10/12/2015

Su poche questioni come su quella delle banche si tocca con mano la confusione politica e forse mentale del M5S. Come in tutti gli scarti di quella demagogia populista cui sono soliti attingere, per i 5 Stelle le banche sono Belzebù: non solo si deliziano a stritolare le piccole imprese e i risparmiatori con la complicità dei vigilanti, ma usano le loro enormi ricchezze per decidere dei nostri destini. Tramite Draghi e la Merkel, dominano l’Europa e i suoi equilibri. Tramite misteriose logge semisegrete, in realtà ben pubblicizzate sui rispettivi siti internet, dominano il mondo e decidono delle diseguaglianze globali nonché della pace e della guerra fra i popoli. Tramite manovre di palazzo, in Italia fanno e disfano i governi. Di fronte a simili mostri, non stupisce la gazzarra che si scatena in Parlamento e nelle piazze ogni volta che il governo vara un provvedimento che riguarda le banche. Ogni volta il governo di turno è accusato di usare i soldi dei contribuenti per fare regali alle banche, o meglio, “agli amici degli amici”.

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“Il Jobs act può far ripartire il Paese” Giampaolo Galli su Il Sole 24 Ore – 11/10/2014

La principale critica che viene rivolta, da diverse parti, alla legge delega per la riforma del lavoro è che con le regole non si crea occupazione. E che in un momento di recessione come l’attuale ciò di cui c’è veramente bisogno è un sostegno alla domanda aggregata. Se non si interviene sulla domanda le imprese continueranno a ridurre il personale per via della crisi e non faranno certo nuove assunzioni. Continua a leggere

“Smettiamo di scaricare tutti i nostri problemi sull’Europa” – Giampaolo Galli su Europa 03/05/2014

Non stupisce che una parte rilevante dello schieramento politico, a destra e nel M5S, sia esplicitamente anti europeo o anti euro. La novità di questa campagna elettorale è che, almeno sino ad oggi, ha sostanzialmente sposato la retorica euroscettica anche una parte del Partito democratico, che pure ha una solida tradizione europeista e tuttora racconta se stesso come il baluardo dell’Europa in Italia in opposizione ai populismi nazionalisti della destra e del M5S. Continua a leggere

“Caro Fassina, il governo sa fare bene i conti – Contenere il disavanzo per ridurre il rapporto debito-Pil” Giampaolo Galli su Europa 15/04/2014

E’ difficile accusare il governo di eccesso di austerità nel momento in cui, con il Def, si impegna a realizzare un radicale programma di riforme per la crescita, rinvia il pareggio di bilancio strutturale e chiede al Parlamento di deliberare una deroga al sentiero di rientro già concordato con l’Unione Europea.

Malgrado la prudenza del governo sul fronte del risanamento e la evidente attenzione al tema della crescita, i critici del’austerity si fanno sentire più agguerriti che mai. L’argomento è che la disciplina di bilancio avrebbe l’effetto non solo di peggiorare l’andamento del ciclo economico, ma addirittura di aggravare anziché alleviare il problema del debito. Questa tesi viene ripetuta come un mantra ad ogni occasione utile e naturalmente ha molto ascolto in Italia come in tutti i Paesi che sono stati duramente colpiti dalla crisi in questi anni. I politici che si dannano per conciliare al meglio crescita e risanamento non solo rischiano di perdere il consenso dell’elettorato, che ovviamente sarebbe ben più contento di avere pranzi gratis, ma addirittura fanno la figura dei babbei. Non avrebbero infatti capito che si può fare il miracolo di moltiplicare i pani e i pesci, ossia abbandonare l’odiata austerity e ottenere così non solo più Pil e più voti, ma addirittura un risanamento finanziario più efficace. E viceversa: come ha detto, ad esempio, con la consueta efficacia, Stefano Fassina “con questo Def il risultato sarà meno Pil, meno occupazione e più debito pubblico”. Viene da chiedersi come mai tanti politici in tanti paesi diversi perseguano politiche tanto autolesioniste. La questione non riguarda solo il governo Renzi o altri governi di paesi dell’eurozona, presentati come scioccamente proni ai voleri della Germania. Riguarda anche i paesi nordici non membri dell’euro, gli Stati Uniti, dove Paul Krugman arriva addirittura ad accusare Obama di fare una politica di austerità dettata – chissà con quali fini – dalle lobby finanziarie, e soprattutto il Regno Unito. L’assalto all’austerità, vera o presunta, unisce in un unico coro stonato ed assordante tutte le opposizioni di destra e di sinistra, senza alcuna sostanziale differenza di toni e di profondità analitica. Assieme alla questione dell’euro, è diventato uno dei temi chiave della campagna elettorale europea: da un lato i partiti che hanno responsabilità di governo i quali, pur con accenti diversi, non possono non preoccuparsi del bilancio e, dall’altro, tutta l’allegra compagnia degli oppositori. Il fatto è che la teoria dell’espansione risanatrice non regge. Un aumento (permanente) del disavanzo di bilancio provoca, prima o poi, un aumento e non una riduzione del rapporto debito-Pil. Immaginiamo, ad esempio, che il governo decida di aumentare il deficit di 20 miliardi, attraverso misure permanenti e non una tantum, e supponiamo che questa politica determini, attraverso un moltiplicatore da sogno (keynesiano), un aumento di ben 40 miliardi del Pil. Se il Pil e il debito iniziali del Paese sono entrambi pari a 2.000 miliardi, il rapporto debito su Pil scende da 100% a 99% (ossia 2020 diviso 2040). Tutto bene dunque. Ma cosa succede l’anno dopo? Il Pil rimane a +40 e il deficit rimane a +20. Il problema è che il deficit crea nuovo debito. Il debito dunque dopo due anni non è più a 2020, ma a 2040 (più gli interessi). E dopo tre anni è a 2060 e così via. Il che significa che il rapporto debito Pil, dopo una iniziale flessione, ricomincia a salire. Non solo: l’aumento é senza limiti a meno che il governo non corra ai ripari e predisponga un piano di rientro, con gli interessi naturalmente. Rispetto a questo esempio numerico si possono introdurre decine di varianti, relative in particolare agli effetti dinamici e alle relazioni fra Pil effettivo e potenziale, ma il risultato di fondo non cambia: un maggior deficit, prima o poi,  aumenta il debito e costringe a fare manovre di rientro. Questa conclusione è dunque molto robusta, anche se in astratto non è impossibile costruire modelli teorici in cui essa viene invalidata: tali modelli possono essere interessanti per chi è alla ricerca di effetti speciali, ma sono sostanzialmente privi di riscontri empirici.

Alla luce della gravità della crisi economica, è dunque perfettamente lecito discutere sull’intensità e rapidità del risanamento, ma non lo è affermare che il risanamento venga da sé, come conseguenza naturale di politiche anticicliche. I politici che si fanno carico del risanamento sanno bene cosa stanno facendo e perché. Non sono né babbei né asserviti a oscuri disegni della finanza o di potenze straniere. Semplicemente, laicamente sanno far di conto. E, nel caso dell’Italia, è facilissimo fare il conto che ha fatto Padoan: un graduale contenimento del disavanzo in direzione del pareggio è la condizione minima perché, in presenza di efficaci riforme per la crescita, nei prossimi anni si cominci a vedere una sia pur lieve riduzione del rapporto fra debito e Pil.

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“Un passo avanti sul lavoro” Giampaolo Galli su Il Sole 24 ore – 08/04/2014

Nella discussione di questi giorni sul decreto Poletti si ha a volte la sensazione che alcuni degli oppositori non abbiano pienamente compreso come è cambiato il mercato del lavoro. Naturalmente tutti sanno che la fabbrica tayloristica non esiste più. Ma non tutti sembrano avere compreso che, nell’era di Internet, la realtà è segnata da una estrema frammentazione delle catene del valore e da rapporti di fiducia fra un professionista o un imprenditore individuale e pochi collaboratori. Continua a leggere

“Il tempo determinato non è un tabù” Giampaolo Galli su Europa – 22/03/2014

Non è la grande riforma del mercato del lavoro, le cui prospettive sono affidate a una legge delega, ma è sicuramente una radicale semplificazione. Il decreto Renzi-Poletti prende il toro per le corna con straordinaria energia e affronta i problemi che possono essere risolti subito; quelli che in tempi rapidi possono avere effetti positivi sull’occupazione in un momento tanto grave per la vita di milioni di famiglie. Continua a leggere

“La svolta buona?” – Forum con Nicola Rossi, Tiziano Treu e Giampaolo Galli – Europa 13/03/2014

Le scelte di Renzi. E’ davvero il piano shock che farà ripartire l’Italia e che imprese e cittadini attendevano? Le coperture ci sono? Europa lo ha chiesto a tre economisti di area: Nicola Rossi, Tiziano Treu, Giampaolo Galli. Continua a leggere

No al ricalcolo delle pensioni. Commento ad un articolo di Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca – 22/01/2014

Tito Boeri, Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca con il loro “Pensioni: l’equità possibile” del 14.01.2014 propongono di chiedere un “contributo di equità” ai pensionati, basato sulla differenza tra pensioni percepite e contributi versati. Ricostruendo le storie dei contribuenti attraverso il cosiddetto “forfettone” (un metodo indicato in un decreto del 1997) calcolano lo scostamento tra pensione effettiva e contributivo. Per tale scostamento propongono di ricavare il contributo sulla base di un’aliquota progressiva pari al 20, 30 e 50% rispettivamente per pensioni tra 2 e 3 mila euro, 3 e 5 mila euro e superiori a 5 mila euro. Secondo le loro stime si ricaverebbe un risparmio di spesa pari a circa 4,2 miliardi di euro. Continua a leggere