Archivi autore: GIampaolo Galli

Sono davvero aumentate le diseguaglianze in Italia?

Lunedì 23 aprile, molti giornali ci hanno spiegato che le diseguaglianze in Italia sono drammaticamente aumentate. Lo certificherebbe l’Eurostat. Ad esempio, il Corriere della Sera dedica quasi un’intera pagina al tema con un titolone: “La crisi allarga la forbice sociale”. Ma qual è davvero le notizia? E cosa dicono davvero i dati dell’Eurostat? La notizia principale – come riportata dai giornali – è che il coefficiente di Gini, un indice che assume valore zero nel caso di massima uguaglianza e 100 di massima disuguaglianza, è aumentato dal 31,7% del 2010 al 33,1 del 2016. Si fa inoltre notare che la quota di reddito che va al 10% più povero della popolazione è diminuita dal 2,6% del totale nel 2008 all’1,8% nel 2016. Segue il solito quadro di lamentele e dichiarazioni allarmate sulla crisi, sul fatto che in questi anni non ci si sarebbe preoccupati della distribuzione, sui lavori poveri, sui precari e così via. Queste “notizie” sono a dir poco una forzatura. Ciò che non viene detto è che negli anni precedenti al 2010 l’indice di Gini era diminuito, per cui il suo livello del 2016 è uguale, ad esempio, a quello del 1995 o del 2004. Ma c’è molto di più: guardando il graficoin pagina, si vede che l’indice di Gini è una serie discontinua con dei salti fra il 2002 e io 2004 sia per l’Italia sia per gli altri principali paesi europei e risulta evidente che l’aumento che c’è stato nel periodo 2010-2016 è davvero ben poca cosa, forse inferiore all’errore statistico di misurazione di questa serie. Si vede anche un’altra cosa che hanno detto tutti i giornali e cioè che l’Italia ha una distribuzione un po’ più diseguale di Francia e Germania (ma non diversa da quella del Regno Unito). E allora sarebbe bene informare il lettore che questo livello della diseguaglianza è essenzialmente dovuto al divario territoriale del Mezzogiorno. L’indice di Gini del Centro-Nord è simile a quello della Germania, mentre è più alto nel Mezzogiorno, ma soprattutto la diseguaglianza aumenta quando si mettono insieme due realtà molto diverse come il Centro-Nord e il Mezzogiorno.  Quanto all’altro indicatore, è vero che la quota di reddito che è andata al 10% più povero è diminuita (leggermente), ma andrebbe spiegato che buona parte di questa nuova povertà è rappresentata dagli immigrati, che sono sì poveri rispetto agli italiani, ma, se stanno da noi, con tutta probabilità hanno migliorato la loro condizione rispetto a prima. E andrebbe notato che la quota di reddito che va al 10% più ricco è diminuita negli ultimi anni e si colloca al 24,4%, un valore simile a quello del 2010 o del 2011.

Insomma, ormai la litania è che le diseguaglianze aumentano. Ma è una litania appunto, che non trova seri riscontri. Il che non vuol dire che la tremenda recessione degli scorsi anni non abbia prodotto ferite gravi nel nostro tessuto sociale. Ma un conto è dire che il problema dell’Italia è la diseguaglianza e tutt’altro che il problema è la bassa crescita e una produttività stagnante. Sono due analisi diverse cui corrispondono rimedi radicalmente diversi.

Giacinto della Cananea ha fatto un mezzo miracolo, espungendo le proposte più irrealistiche dal programma del M5S. Ma sarà molto più difficile espungere dal movimento la sua anima profonda che è l’assistenzialismo, secondo cui i problemi si risolvono tutti con la redistribuzione e con la spesa pubblica e non bisogna minimante preoccuparsi di come si possa creare la ricchezza che si vuole redistribuire. Le litanie sulla cattiva distribuzione del reddito non fanno altro che rafforzare questa errata convinzione.

Populism and the broken engine of the Italian economy, LSE Europp, 20 aprile 2018, with Lorenzo Codogno

In Italy, the temptation to go back in time, or shut the door to Europe and globalisation is strong, especially after a quarter of a century of poor economic performance, argue Lorenzo Codogno and Giampaolo Galli. Anti-establishment parties, which gained an outright majority in Parliament in the country’s recent elections, blame the past reform process, together with the threats arising from globalisation, European integration and immigration, instead of arguing for an even bolder reform agenda.

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L’Italia della decrescita infelice e la politica ignara: due grafici che spiegano tutto.

L’Italia sa cos’è la decrescita,  sa che è tremendamente infelice ed è  causa di grandi probemi sociali, ma la politica non se ne accorge e parla d’altro. Un  rimbrotto a Andrea Orlando e perché non possiamo fare un governo con il M5S.  

Il grafico qui sotto mostra il Pil pro capite nel 2017 (fatto 100 il 1995) dei paesi dell’UE e degli altri principali paesi OCSE, per un totale di 43 paesi.  L’Italia è di gran lunga il paese con la crescita più bassa: il valore di 106 significa che la crescita cumulata fra il 1995 e 2017 anni è stata solo del 6%. Persino la disgraziatissima Grecia (che sta a 116) ha fatto molto meglio di noi. Segue il Giappone, da tutti considerato il malato del mondo, con un valore di 120.  Il grafico mostra anche che l’Eurozona al netto dell’Italia e l’intera Unione Europea hanno una performance pressoché identica a quella degli Stati Uniti. Il che indica che per quanti problemi abbiano l’Europa e in particolare l’area dell’Euro, il problema dell’Italia è “home made”. Tocca a noi risolverlo. Non ha senso dare la colpa all’euro o all’odiata austeriy.  Meglio di Eurozona e Usa hanno fatto i paesi del ex-est Europa, i nordici e alcuni paesi emergenti.

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Ciampi, quanto manca all’Italia il suo slancio europeista, FIRSTonline, 11 aprile 2018, di Giampaolo Galli

Di straordinaria attualità il volume presentato a Roma con tutti gli interventi di Carlo Azeglio Ciampi alle assemblee dell’Abi: colpiscono la chiarezza e la determinazione dell’ex Governatore e Capo dello Stato per portare l’Italia al livello dei Paesi più avanzati – La importanza dell’euro e le deleterie nostalgie di chi oggi vagheggia il ritorno al passato di un Paese fragile Continua a leggere