Avanzo primario e credibilità nazionale, con Lorenzo Codogno, Il Sole 24 Ore, 13.03.2018

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Scampato pericolo? Pur essendosi realizzato uno degli scenari che i mercati finanziari più temevano, le quotazioni di borsa e lo spread di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi hanno avuto solo una breve e limitata reazione negativa. Secondo alcuni, la politica può dunque procedere con calma, senza preoccuparsi eccessivamente. A nostro avviso si tratta di una conclusione sbagliata.

Al momento, i mercati finanziari sembrano come anestetizzati dall’enorme flusso di liquidità immesso dalla BCE e temono che nel breve periodo la banca centrale possa operare direttamente sul mercato per contrastare eventuali vendite. Ciò non toglie che la condizione di fondo dell’Italia è di estrema fragilità, malgrado le riforme fatte in questi anni e il ritorno alla crescita.

Nel rapporto pubblicato il 7 marzo, la Commissione Europea ha lanciato un allarme chiarissimo. La sostenibilità del debito pubblico è diventata più incerta a seguito delle misure che sono già state prese in materia pensionistica e di andamenti demografici peggiori di quelli che si erano sin qui ipotizzati; è anche a rischio perché l’attuale avanzo primario (1,9% nel 2017) non è sufficiente a collocare il rapporto debito/Pil su una solida traiettoria discendente. Per questo occorre un impegno forte del nuovo governo ad aumentare l’avanzo primario sino al 3-4%. Questo impegno ovviamente non si vede e anzi sembra probabile che le forze politiche che hanno vinto le elezioni abbiano intenzione, come è pienamente legittimo in democrazia, di attuare almeno alcune delle loro proposte elettorali, il che porterebbe a ridurre quell’avanzo.

Per capire quanto pesino variazioni anche relativamente piccole di questi numeri, si consideri che ci vollero sei anni di intensi sacrifici, dal 1992 al 1997, per portare l’avanzo primario da zero al 6%. Negli anni successivi, l’avanzo fu ridotto anno dopo anno, nell’illusione che la crescita potesse risolvere il problema del debito, e nel 2005 tornò a zero. Se non si fosse commessa quella scelleratezza, e se si fosse fatto come in Belgio, che mantenne un elevato avanzo primario per molti anni, la situazione sarebbe stata diversa: alla vigilia della crisi internazionale il debito belga era già sceso all’87% del Pil, partendo da un livello assai più elevato del nostro, il 130% nel 1995. Con tutta probabilità, se l’Italia avesse fatto questo, non sarebbe stata travolta dalla seconda crisi, quella dei debiti sovrani. A differenza dell’Italia, una volta scoppiata la crisi, il Belgio è stato in grado di mettere in atto politiche anticicliche che hanno contribuito alla crescita ininterrotta registrata dal 2009. Si noti che il Belgio non brilla per produttività, ha gravi conflitti regionali, una burocrazia pesante e una pressione fiscale molto alta; ciononostante, il Pil del Belgio supera oggi i livelli pre-crisi di 8,6 punti percentuali, mentre l’Italia è sotto di 5,8 punti, e il suo debito è su una traiettoria nuovamente discendente al 103,8%.

In sostanza, se il nuovo governo decidesse di sperperare l’attuale piccolo avanzo primario, l’Italia si ritroverebbe in una situazione analoga a quella del 1992 per quanto riguarda i flussi, ma con uno stock di debito più elevato, una crescita della produttività più debole e un sistema finanziario probabilmente più fragile. Gli sforzi di risanamento che si sono susseguiti, fra alterne vicende, per oltre un quarto di secolo verrebbero interamente vanificati e rimediare ai guasti successivamente sarebbe costosissimo, come ha dimostrato la vicenda greca. In poco tempo si può scassare un bilancio pubblico, ma ci vogliono decenni per rimediare.

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La credibilità dell’Italia si basa su un’azione politica responsabile, capace di prestare un’attenzione costante all’equilibrio di bilancio e, al tempo stesso, di attuare riforme per la crescita. Stando ai proclami elettorali, oggi questa condizione non sembra più essere presente. Il che potrebbe portare a un cambio di giudizio circa la sostenibilità del debito da parte dei mercati finanziari. Perché dall’analisi si passi ai fatti, ossia a massicce fughe di capitali dall’Italia, occorre si verifichi un evento tale da catalizzare le aspettative degli operatori: questo potrebbe essere interno, ad esempio l’annuncio di voler realizzare davvero una delle tante costose promesse elettorali, oppure esterno, come un annuncio della BCE. Potrebbe anche essere la possibile decisione secondo la quale un paese che ricorra al Fondo Salva Stati (ESM) deve obbligatoriamente ristrutturare il suo debito pubblico.

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Prima di aprire il paracadute, c’è da sperare che i nuovi arrivati si rendano conto che stanno manovrando una polveriera.

@lorenzocodogno

@GiampaoloGalli

 

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