Web Tax: una risposta a Massimo Mucchetti

Sul Foglio di oggi il senatore Massimo Mucchetti risponde agli articoli di ieri di Raffaello Lupi, Alfredo Macchiati e Giampaolo Galli, tutti molto critici nei confronti della cosiddetta webtax che è stata approvata in Commissione Bilancio al Senato su impulso dello stesso Mucchetti.
Le considerazioni di Mucchetti ci consentono di fare qualche passo avanti nel ragionamento. Vediamo dunque le questioni principali, per cercare di capire, non certo per fare polemica.

1. Mucchetti ammette che la tassa potrebbe finire per essere pagata dall’acquirente italiano di servizi web: nel suo esempio, il ristorante italiano per fare pubblicità su Google dovrà pagare non più 400 euro, ma 400+6% ossia 424. Aggiunge però Mucchetti che questo non è un grave onere. Può darsi, ma il punto è che volevano tassare i giganti del web, non le Pmi italiane. E invece pagheranno le Pmi italiane perché si tratta di un’imposta sul fatturato (che ha più probabilità di traslarsi a valle di un’imposta sugli utili) e perché la domanda di servizi web è probabilmente piuttosto rigida (il ristorante non può più permettersi di non fare pubblicità sul web).

2. Si può obiettare che il ristorante potrà rivolgersi ad un concorrente italiano di Google (il quale può recuperare l’imposta in compensazione). Vero, e per questo noi diciamo che la webtax è in realtà un dazio doganale. Per questo riteniamo che ci saranno reazioni negli USA (anche se finora gli americani sono stati diplomatici). E per questo stesso motivo riteniamo che la norma sia in patente contrasto con i principi fondanti del mercato unico. Con quale diritto proteggiamo le nostre imprese dalla concorrenza non solo dei giganti del web (americani), ma anche da piccole o medie imprese francesi o tedesche? Il mercato unico è un bene troppo prezioso per farlo saltare a cuor leggero. Per avere poi che cosa? Un gettito che, secondo le stime ufficiali, sarà di 114 milioni a regime se tutto va bene.

3. Mucchetti osserva anche che la tassa finisce sì per incidere sul nostro ristoratore, ma questo indurrà Google a fare una Stabile Organizzazione (SO) in Italia. Vero, ma a parte il fatto che Google in particolare ha già annunciato che farà una SO, il punto è che in questo modo la tassa finirà per colpire tutti i nuovi potenziali concorrenti di Google nel mondo che dovranno pagare il 6%. Per questo riteniamo che la norma finisca (involontariamente) per proteggere i grandi del Web (per i quali non è un gran problema fare un SO in Italia, salvo poi caricarla di costi con un appropriato sistema di transfer pricing), rispetto ai loro concorrenti: le start up che nascono ogni minuto in tutto il mondo e che fanno sì che il mondo del digitale sia in continua evoluzione. Pensate a tutte le app che scaricate continuamente dal web, fatte da imprese sconosciute: su tutte queste transazioni (o meglio sulla componente business) graverà la tassa del 6%, che invece i “giganti del web” non hanno difficoltà a scansare.

4. Data la definizione della base imponibile contenuta nella norma (“servizi forniti tramite Internet… la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata…” ), non capiamo come il decreto del MEF (che dovrebbe essere fatto entro aprile 2018) possa escludere dall’imponibile beni immateriali come l’abbonamento a un giornale on line, una pubblicità fatta (via Google o altri) su un giornale on line, un banale bonifico bancario online. Questo è un problema che si può probabilmente risolvere riscrivendo la norma.

5. Il problema di come riscuotere la tassa ci pare invece insolubile. Non capiamo come facciano le banche a trattenere il 6%, dato che del beneficiario di un pagamento conoscono solo l’Iban: non sanno se è un’impresa, se è estera, se è una web company che ricade fra quelle che devono pagare il 6%.

6. Quand’anche si trovasse una soluzione per le banche italiane (imponendo assurdi obblighi informativi e relative sanzioni agli acquirenti italiani?), non capiamo come si possa impedire agli acquirenti di pagare con carta di credito, Paypal o banca estera.

7. Infine una parola su quello che al momento ci pare il problema più serio di tutti. Se un’impresa italiana compra uno spazio pubblicitario su una piattaforma – diciamo – vietnamita che è rivolta al pubblico di quel paese (perché, ad esempio, la pubblicità è scritta in vietnamita), in base alla norma approvata al Senato, la piattaforma dovrebbe pagare il 6% allo stato italiano (per lo stesso motivo per il quale una società irlandese come Google dovrebbe pagare il 6%). Ma questo non ha senso! Qui il giacimento di dati (quelli che per Mucchetti sono il petrolio dei tempi moderni) cui attinge la piattaforma vietnamita è localizzato in Vietnam. I ricavi della piattaforma, così come gli utili e le tasse sugli utili spettano allo Stato del Vietnam. Non c’è modo di argomentare che lo stato italiano ha dei diritti su quegli utili. Il conflitto internazionale che si può generare su questo punto è immenso.

8. Al problema del punto precedente aveva cercato di rispondere la formulazione originaria della webtax versione 2013, con una norma che tassava i siti “visibili dall’Italia”. Il che provocò la reazione di stupore di mezzo parlamento e determinò alla fine la bocciatura della proposta.

Quest’ultimo non è un dettaglio tecnico che si può risolvere con qualche accorgimento. È il cuore del problema: il web supera i confini degli Stati ed è per questo che occorre un accordo internazionale (indubbiamente difficile da raggiungere).

Ringraziamo dunque il senatore Mucchetti e i suoi colleghi al Senato che hanno fatto un grande sforzo per provare a definire una soluzione nazionale al problema della tassazione delle web companies. Ora vediamo più chiaramente di prima che le soluzioni nazionali sono davvero velleitarie.

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