Berlino non cambia la politica di bilancio – con Lorenzo Codogno, il Sole 24 Ore, 19 settembre 2017

In Italia, in questo inizio di campagna elettorale, quasi tutte le forze politiche affermano – apparentemente con grande convinzione – che dall’Europa si può ottenere molto di più di quanto non si sia ottenuto sino ad oggi.  È quindi cruciale capire cosa possa effettivamente cambiare e quali aspettative facciano invece parte del regno dei sogni.

Emmanuel Macron ha fatto importanti proclami di fede europeista, probabilmente sinceri, ma le sue prime mosse in tema di politica industriale sembrano ispirate più dalla tradizione gaullista che da spirito europeo.

In Germania, stando ai proclami elettorali, la Spd di Martin Schulz sembra attenta ai temi del rafforzamento delle istituzioni europee e dell’aumento della capacità finanziaria in materia di investimenti. Su questi aspetti sembra esserci una notevole assonanza di principio con i proclami di Macron. Anche la Cdu si dichiara e ha dimostrato di essere europeista, e questo resta un fatto comunque molto positivo. Più volte la cancelliera Merkel ha affermato che una maggiore integrazione è necessaria per rimediare ai limiti dell’architettura monetaria europea.

D’altro canto, Wolfang Shäuble e, in misura minore, la stessa Merkel, hanno avanzato delle proposte in materia di bilanci pubblici che di fatto finirebbero per indebolire le istituzioni comunitarie a favore di un’Europa gestita in modo inter-governativo: tale può divenire, ad esempio, la proposta di trasformare il Fondo Salva Stati (ESM) in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo cui affidare il compito di vigilare sui conti pubblici degli Stati Membri, togliendo importanti competenze alla Commissione, ritenuta troppo politicizzata. Juncker, nel suo discorso al Parlamento Europeo sullo stato dell’Unione, ha avvallato questa proposta, inserendola però nel quadro di un rafforzamento complessivo delle istituzioni comunitarie.

È comunque probabile – e certamente auspicabile – che dopo le elezioni tedesche si possano realizzare alcuni progressi lungo le linee prospettate da Juncker.

Ciò detto, è bene sapere quali sono i muri invalicabili, in qualunque configurazione politica futura, ed è bene dirlo chiaramente.

La politica fiscale della Germania e le regole di bilancio europee non cambieranno. La Germania ha adottato in passato un principio molto stringente per il pareggio di bilancio, abbinato a un meccanismo per frenare l’aumento del debito. Questa regole – detta “black-zero” – gode di grande popolarità ed è sostenuta dall’80% degli elettori. Per cambiarla servirebbero 2/3 dei voti del Bundestag, un’ipotesi di fatto quasi impossibile.

E se le regole di bilancio interne non cambieranno, a maggior ragione i tedeschi non saranno disposti a discutere quelle europee, indipendentemente dagli equilibri che emergeranno alle prossime elezioni. Stando alle dichiarazioni fatte sia prima che dopo le elezioni francesi, Macron non sembra abbia intenzione di contestare questa impostazione.

Come corollario di questa situazione, la politica fiscale in Germania non aiuterà la domanda in altri paesi europei. Un’altra conseguenza, certamente spiacevole, di questo stato di cose è che probabilmente non ci sarà alcuno sforzo da parte della Germania per contenere il suo enorme surplus commerciale.

In linea di principio, questi orientamenti non sarebbero in contrasto con una politica di maggiore condivisione dei rischi in Europa per quello che riguarda, ad esempio, un fondo europeo di garanzia dei depositi, o uno strumento di sostegno alla componente ciclica della disoccupazione. Anzi, com’è noto, la posizione del Presidente della Commissione Juncker – come anche quella del Ministro Padoan – è che riduzione dei rischi e condivisione devono andare di pari passo.

Ma qui si viene al punto cruciale che ci riguarda: chi conosce la Germania o anche soltanto segue la stampa tedesca non può avere dubbi sul fatto che nessuna condivisione sarà possibile sino a quando non si ridurranno le incertezze circa la sostenibilità del debito pubblico in Italia. Rafforza questa convinzione la prospettiva di un discreto risultato elettorale del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, e soprattutto, all’interno di possibili compagini di governo, dell’ala più rigorista (non solo CDU/CSU ma anche FDP). I francesi, come molti altri paesi, si trincerano dietro le posizioni tedesche, ma sono anch’essi spaventati dall’Italia. Sono anche più spaventati dei tedeschi perché si sentono più esposti al rischio di contagio di una eventuale crisi finanziaria in Italia.

Se l’Italia batterà i pugni sul tavolo, come qualcuno suggerisce, o lascerà sedie vuote, come fece De Gaulle, rischierà solo di spaventare ancor di più i partner europei.

Dunque mettere ordine nei conti pubblici è nell’interesse dell’Italia, ma è anche l’unico modo per contare in Europa e per consentire alcuni passi avanti nel processo di integrazione europea – specie in materia di bilancio comune e di rilancio degli investimenti.

“La democrazia, ha scritto Günter Grass lodandola per questo, ha il passo della lumaca. L’Europa è ancora incompleta e sarebbe meglio se avesse un passo più veloce”. Ma per ora questi sono gli avanzamenti possibili.

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