Se il debito pubblico è rimosso dal dibattito – con Lorenzo Codogno, 29 agosto 2017, il Sole 24 Ore

La questione del debito pubblico sembra essere stata rimossa dal dibattito pubblico in misura e modi assai più profondi che in altri precedenti occasioni di avvio di campagne elettorali.

Certo, è comprensibile che l’enfasi sia su messaggi positivi e che si tenda ad evitare di toccare tasti delicati e impopolari. Inoltre, con un populismo dilagante, anche i politici più responsabili devono pensare soprattutto a vincere le elezioni e scongiurare una deriva che potrebbe essere rovinosa. Ma la profondità della rimozione è tale che sembra riguardare anche chi non ha responsabilità politiche ed avrebbe l’obbligo, diciamo, intellettuale di presentare una visione coerente ed equilibrata dei problemi del Paese.

Si dice che “prima viene la crescita economica”, e ovviamente nessuno può essere in disaccordo. Ma questa affermazione si coniuga spesso con l’idea, che purtroppo si sente da buona parte della classe dirigente, che attraverso il deficit si possa produrre più crescita economica e, per questa via, ridurre il rapporto debito/PIL. Per intenderci, queste idee non albergano al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che parla molto più realisticamente di “sentiero stretto”. Chi conosce la teoria economica e la storia sa bene che l’albero della cuccagna non esiste; se si vuole ridurre il rapporto debito/PIL bisogna ridurre, non aumentare il disavanzo. Una certa dose di austerità, o meglio di disciplina, è inevitabile.

L’idea che la spesa in disavanzo possa essere il toccasana in passato ha avuto varie declinazioni: le più ovvie sono quella del grande piano di rilancio degli investimenti pubblici e quella della drastica riduzione delle tasse per dare uno shock all’economia. La prima è stata attuata con una certa coerenza in Italia fra il 2001 e il 2005. In quel periodo fu dissipato l’avanzo primario che era stato accumulato e il risultato fu che l’Italia affrontò la crisi globale in condizioni di estrema fragilità. Le manovre ultra restrittive del 2012, imposte dalla crisi finanziaria, sono proprio il risultato di anni di mancate correzioni. Nulla di analogo accadde invece, ad esempio, in un paese come il Belgio che pure partiva da un debito ben più elevato del nostro (130% nel 1995), ma che in soli 12 anni, nel 2007, lo aveva ridotto al 87%.

La seconda declinazione dell’idea, quella secondo cui si può migliorare il bilancio pubblico riducendo le tasse, è legata al nome di Arthur Laffer e all’esperimento fatto dall’amministrazione Reagan nei primi anni ottanta. Gli economisti concordano nel ritenere che le riduzioni fiscali realizzate allora ebbero effetti positivi sulla crescita, ma nessuno dubita che quella politica abbia peggiorato le condizioni della finanza pubblica americana. Con il senno di poi, lo riconosce lo stesso Laffer.

Non si tratta di fare drastici tagli al debito pubblico, ma semplicemente di adottare una strategia che consenta di invertire la tendenza e mettere il rapporto debito/PIL lungo un sentiero stabilmente in discesa. Il governatore Visco ha indicato l’obiettivo del 4.0% per il saldo primario nel medio termine. Del resto anche nel DEF si prefigura un 3,4% nel 2020 rispetto all’1,5% del 2016.

È possibile lasciare il deficit vicino al limite superiore del 3,0%, diciamo al 2,9%, nei prossimi anni e ottenere ugualmente quella riduzione del rapporto debito/Pil che ormai da molti anni si persegue senza successo? La risposta aritmetica è che, al netto di eventuali introiti da privatizzazioni – anch’esse sparite dal dibattito pubblico –, ciò richiede una crescita del PIL nominale di almeno il 2,2%, all’incirca ciò che viene previsto dal governo per l’anno in corso, che è un anno molto positivo anche rispetto agli anni precedenti alla crisi. Inoltre, per mantenere il bilancio complessivo entro il limite del 2,9% occorrerebbe produrre un consistente miglioramento dell’avanzo primario man mano che verrà meno il QE della BCE e ricomincerà a crescere il peso degli interessi sul debito. Si tratta dunque di una strategia ad alto rischio, in relazione agli andamenti della congiuntura economica e dei tassi d’interesse. Difficilmente potrebbe risultare credibile agli occhi scettici degli operatori finanziari.

Nelle ultime settimane, si è discusso dell’introduzione di una valuta parallela, di una nuova lira o mini-BoT. Questo dibattito porta alle estreme conseguenze la rimozione del tema del debito. Ciò perché queste idee non si propongono null’altro se non l’aggiramento dei vincoli europei sui conti pubblici. Insomma, il tema è come come fare più debito sperando o, meglio, illudendosi che l’Europa non se ne accorga. Chi discute di questo esclude in premessa che l’Italia abbia un problema di eccesso di debito.

Vi sono infine coloro – ad esempio, il M5S – che hanno spesso parlato del debito pubblico con toni sprezzanti, proponendone il ripudio. Ci si chiede se costoro abbiano imparato il valore del risparmio. In fondo, in questi anni hanno fatto grandi battaglie a difesa dei risparmiatori traditi dalle banche. Hanno essi una qualche idea su come si possa evitare di infliggere alla generalità degli italiani pene analoghe a quelle che hanno inflitto ai risparmiatori alcuni banchieri sconsiderati? Si rendono conto oggi di cosa significa per lo Stato ripudiare il debito, in toto o anche parzialmente, e di quali immensi danni economici e sofferenze sociali ciò provocherebbe

La posta in gioco è enorme ed è bene che il dibattituo sul debito pubblico venga in superficie: l’elettore ha dititto di sapere quale destino lo aspetti.