Intervento in Aula: discussione sul DEF 2017 – 26 aprile 2017

 

GIAMPAOLO GALLI. Grazie Presidente. Come peraltro negli ultimi anni, il DEF si muove lungo un sentiero molto stretto, perché da un lato dobbiamo avviare la riduzione del debito, dall’altro dobbiamo sostenere la crescita. Tuttavia, come ha già fatto notare la relatrice, onorevole Rubinato, e anche i colleghi Dell’Aringa, Covello e Iannuzzi, ci troviamo quest’anno di fronte a qualche opportunità in più in relazione a un quadro internazionale in cui si consolida la crescita, ma anche a nuovi fattori di rischio che derivano dalla fine, attesa per il 2018, della politica molto espansiva della BCE, dal rischio di misure protezionistiche in particolare negli Stati Uniti e da rischi politici, anche in Europa.

In questo quadro, il Documento di economia e finanza compie tre scelte di fondo: formula previsioni macro-economiche prudenti, si attiene alle regole europee in materia di conti pubblici, sia per quest’anno, di qui la manovra aggiuntiva, sia per il 2018, infine compie una scelta di continuità rispetto alle politiche degli ultimi anni che sono state politiche di riforme per la crescita. Su quest’ultimo punto mi soffermo un attimo anche alla luce della recente decisione dell’agenzia di rating Fitch di ridurre la valutazione dell’Italia. Premesso che le agenzie di rating non sono oro colato e fanno spesso errori non da poco, il timore che viene espresso è che venga meno la continuità del processo riformatore. In altre parole, il rischio di fronte al quale siamo oggi e che ci penalizza anche con i mercati, è che venga a mancare la continuità nell’attuare le riforme avviate in questi anni e non il contrario, come sostengono un po’ strumentalmente le opposizioni. Dice l’agenzia che il peso accresciuto dei partiti populisti può ridurre la capacità della politica di attuare le riforme ed aumentare la pressione per politiche di bilancio lassiste. E c’è anche uno specifico riferimento, nel comunicato dell’Agenzia, alle conseguenze negative che ha avuto la vittoria del “no” al referendum costituzionale. La sfida oggi è, dunque, quella di dare continuità al processo riformatore.

In uno scritto del Vicepresidente di questa Camera, l’onorevole Di Maio, apparso sul sito del suo Movimento, relativo proprio alla decisione di Fitch, si afferma: la realtà è che il nostro debito pubblico sta diventando davvero insostenibile e rischiamo un default e ciò avverrebbe – dice l’onorevole Di Maio – perché si sarebbero fatte manovre elettorali invece del reddito di cittadinanza. Mi permetto di esprimere preoccupazione per il fatto che una carica istituzionale parli con tanta leggerezza di default del debito pubblico. Diciamolo chiaramente, il default sarebbe una tragedia, una tragedia che l’umanità non ha mai conosciuto in un Paese come il nostro, un Paese avanzato, caratterizzato dalla presenza di milioni e milioni di piccoli risparmiatori, i quali meritano il nostro rispetto. Aggiungo che le riforme che ci vogliono per rendere sostenibile il nostro debito pubblico sono l’opposto di quelle che vorrebbe il MoVimento 5 Stelle. Non si può sostenere che il reddito di cittadinanza avrebbe risolto, come invece lì si sostiene, i problemi che pone Fitch; è esattamente vero il contrario.

E infine, soprattutto, non si può dire che in questi anni abbiamo fatto troppo debito e poi chiedere che si faccia più debito, perché è evidente che il MoVimento 5 Stelle, come altre opposizioni, ma altri sono più espliciti su questo, vorrebbe fare più debito. L’abbiamo sentito anche oggi e lo sentiamo con proposte tipo quella della moneta fiscale che altro non è che un modo, peraltro maldestro, per cercare di aggirare le regole europee e fare più debito. Insomma, cerchiamo di restituire un senso alle parole: non si può attaccare il Governo per aver fatto troppo debito e poi chiedere che si faccia più debito, non ha senso.

Un diverso ragionamento dice che la flessibilità potevamo usarla meglio – certo – finalizzandola di più alla crescita. Su questo io ricordo innanzitutto che in questi anni il disavanzo pubblico, grazie alla flessibilità, è diminuito, non è aumentato. La flessibilità è servita per attuare un aggiustamento più graduale di quello che era inizialmente previsto in assenza del quale probabilmente non avremmo visto il consolidarsi della ripresa. Naturalmente è legittimo sostenere che avremmo potuto usare meglio la flessibilità, ma anche qui è bene essere chiari: la richiesta più pressante, l’abbiamo sentito anche questa mattina, che ci viene oggi dalle opposizioni, e giustamente da gran parte dell’opinione pubblica, è di fare qualcosa per l’occupazione, in particolare per i giovani, e per fare questo si dice che si dovrebbe prioritariamente ridurre il cuneo fiscale sul lavoro ossia la differenza fra il costo del lavoro per l’azienda e la busta paga netta per il lavoratore. Il Governo sta lavorando su questa questione. Ma non si può far finta che in questi anni non si sia fatto nulla, le misure principali dal punto di vista dell’impatto sul bilancio pubblico sono esattamente misure che riducono questa tassa: l’abolizione dell’Irap lavoro, la decontribuzione sui nuovi assunti e gli 80 euro. Capisco che ci sia qualcuno che gli 80 euro li avrebbe voluti dare alle aziende, ma se parliamo di cuneo fiscale, che è cosa diversa dal costo del lavoro, allora il cuneo non riguarda soltanto le aziende, ma anche il lavoratore. Non c’è dubbio che gli 80 euro hanno ridotto la distanza fra la busta paga netta e il costo per l’azienda.

Lo stesso vale per la decontribuzione, si dice che avrebbe dovuto essere fatta solo sulle assunzioni nette. È una posizione rispettabile, certo, ma diciamo la verità: le conseguenze sul cuneo fiscale e sull’occupazione sarebbero state di molto inferiori. Anche qui cerchiamo di dare un senso alle parole che usiamo: va bene chiedere che si riduca il cuneo fiscale per incentivare l’occupazione, ma non ha senso poi chiedere che si cancellino le misure già prese che proprio hanno quell’effetto di ridurre il cuneo fiscale.

Infine, sentiamo dire che per rilanciare l’economia ci vorrebbe un grande stimolo, qualcuno usa il termine shock in termini di riduzione delle tasse; l’onorevole Giorgetti, sia pure un po’ di sfuggita, ha rilanciato qui l’idea della flat tax. Anche qua, a me sembra che ci dobbiamo capire. Le tasse in questi anni sono scese come è scritto chiaramente nel DEF di quasi un punto e mezzo di PIL fra il 2013 e il 2016: il taglio dell’Irap lavoro, l’abbattimento al 24 per cento dell’Ires, la decontribuzione, il super e iper-ammortamento, l’eliminazione dell’IMU-macchinari, l’abolizione di tutte le imposte agricole; questo per le imprese. Per le famiglie: l’abolizione dell’IMU-Tasi e gli 80 euro per quasi 10 miliardi. Non è mai successo nella storia d’Italia degli ultimi vent’anni che siano ridotte le tasse in misura così rilevante.

Concludo con una considerazione sul tema dei rischi. Nell’introduzione del Ministro Padoan al Documento si dice che un’attenta riflessione sul valore concreto della credibilità del Paese appare particolarmente rilevante alla luce delle aspettative di consenso che vogliono la BCE terminare il proprio programma di acquisti di titoli sovrani entro la fine del 2018; e l’ultima frase dice: l’Italia non dovrà farsi trovare impreparata. La Banca d’Italia ci ha ricordato nella sua audizione che è tornato lo spread, esso stava, quando parlava la Banca d’Italia qualche giorno fa, attorno 210 punti, adesso è leggermente sceso, cioè consistentemente sceso a 180 circa a seguito delle elezioni francesi.

Con linguaggio cauto ma preciso, la Banca d’Italia ci invita a non trascurare l’eventualità di repentini cambiamenti di clima nei mercati finanziari. Mi auguro che qualcuno ascolti queste considerazioni, e che ciò induca a valutazioni un po’ più pacate su ciò che davvero serve all’Italia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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