Solo le riforme sono “strategiche” – il Foglio, 4 gennaio 2017

Capisco lo sforzo del ministro Calenda per definire una fase nuova che, come egli dice, faccia da ponte “fra la stagione importantissima di rottura del governo Renzi e quella di messa in sicurezza del paese”. Se non siamo in grado di proseguire e rilanciare l’azione riformatrice del governo Renzi non ci rimane che chiuderci in difesa e cercare di tutelare ciò che abbiamo. Con Renzi c’era l’ambizione di cambiare l’Italia e, sul piano economico, lanciare la sfida per diventare un paese altamente competitivo, capace di attrarre multinazionali così come di fare acquisizioni all’estero, a fronte delle acquisizioni estere in Italia.

Può darsi che la vittoria del No al referendum abbia spento queste speranze, almeno per ora. E dunque, mentre si riorganizza un fronte riformatore, cerchiamo almeno di evitare – questo sembra essere il ragionamento di Calenda – che altri approfittino delle nostre debolezze per metterci in difficoltà sui tanti fronti che abbiamo aperti: le banche, le grandi imprese, il bilancio pubblico. Può darsi che, per realismo politico, a questo debba limitarsi il compito di un governo di transizione qual è quello di Gentiloni. Dobbiamo però avere chiaro che così l’Italia rischia di aggravare i suoi fattori di debolezza. Malgrado i progressi degli ultimi anni, rimaniamo un paese fragile per via della perversa combinazione fra bassa crescita e alto debito: il vero rischio non è che i francesi si prendano qualche nostra impresa, ma che nessuno voglia più investire in Italia per il timore dell’instabilità finanziaria. Dobbiamo chiederci se l’Italia, sia in grado di rimanere nell’euro e di evitare una crisi di sfiducia nel suo debito sovrano e nelle sue banche.

Finora queste prospettive negative erano tenute a bada dallo straordinario impulso riformatore di Renzi e dalla politica estremamente espansiva della Banca centrale europea. Ora rimane la seconda, ma non sappiamo per quanto tempo e certamente non possiamo far conto che sia per sempre. Dunque, al di là della pur necessaria tattica politica, l’Italia non ha vere alternative: deve proseguire sulla linea di fondo delle riforme strutturali per la competitività, proseguendo il cammino aperto da Renzi di un moderno riformismo. Altrimenti il “ponte” di cui parla Calenda rischia di essere un ponte verso il nulla: come egli sa bene, non si mette in sicurezza il paese se non rilanciando la sua competitività, la sua capacità di attrarre investimenti e di crescere.

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Aggiungo che in una stagione di grandi riforme ci si può permettere una certa disinvoltura in materia di conti pubblici, perché la prospettiva di una maggiore crescita sorregge la credibilità del debito, ma in una fase “difensiva”, di incerta durata, la gestione del bilancio pubblico deve essere molto più prudente e dunque attenta alle raccomandazioni che ci vengono dall’Unione europea. Che ci piaccia o no, il 4 dicembre rischia di riportarci indietro alla stagione degli zero virgola.

Qui il pezzo sul sito de Il Foglio.

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