La riforma della costituzione e l’economia: la sfida della veduta lunga. Da “formiche, novembre 2016”.

 

La riforma costituzionale è cruciale per le prospettive dell’economia perché, come diceva Tommaso Padoa-Schioppa, l’Italia ha quasi sempre avuto governi con la “veduta corta”. La riforma pone le premesse per allungare la veduta dei governi perché elimina due fattori di potenziale instabilità: la necessità di ottenere la fiducia di due camere, spesso con maggioranze diverse, e l’eccessivo potere che fu dato alle regioni con la riforma del 2001.

Il numero che viene spesso citato, 63 governi in 70 anni, non racconta tutta la storia. Ad esempio, il governo Berlusconi che si formò dopo le elezioni del 2001 fu il più longevo della storia repubblicana, ma non durò un’intera legislatura e, soprattutto, navigò a vista, letteralmente di settimana in settimana, per tutta la sua durata.

Si criticano spesso le aziende quotate, specie del mondo anglosassone, perché sarebbero affette da veduta corta, ossia guarderebbero più alla prossima trimestrale che alla crescita sostenibile dell’azienda. Questa critica vale, a molta maggior ragione, per i governi italiani.

Questo stato di cose ha varie conseguenze. La prima è la tendenza al rinvio: se un governo teme di avere i giorni contati, lascia per tempi migliori i problemi più complessi. Le continue svalutazioni della lira e l’accumulazione di debito pubblico sono stati i modi attraverso cui si è realizzato il rinvio.

Si obietta che ci sono stati periodi della storia repubblicana in cui governi di coalizione, privi di solide maggioranze, sono riusciti ad aggiustare i conti pubblici e anche ad evitare le svalutazioni. Questo è vero, ma i governi che hanno fatto questo – ad esempio, quelli di centro sinistra nella seconda metà degli anni novanta – hanno dovuto spendere un enorme capitale politico, pagando spesso il prezzo di una sconfitta elettorale e della sostituzione con governi meno attenti alle conseguenze future delle proprie azioni.

La tendenza al rinvio si manifesta anche sotto forma di disattenzione all’attuazione pratica delle riforme. Ad esempio, non basta una legge per fare lo sportello unico delle imprese e non basta neanche un decreto attuativo: occorre addestrare il personale, cambiare il modo di lavorare, trovare le sedi ecc. Un governo con la veduta corta ha interesse ad annunciare che ha proposto una legge, ha interesse forse a farla approvare, ma ha scarso interesse a vederla effettivamente realizzata, perché l’attuazione richiede tempo e continuità amministrativa.

Ponendo la questione in questi termini è evidente che la veduta corta è stata una caratteristica anche dei governi della prima repubblica. Si dice spesso che allora i governi duravano poco, ma c’era continuità politica nel senso che, di rimpasto in rimpasto, erano sempre gli stessi a governare. Ma quale interesse poteva avere un Presidente del Consiglio di un governo destinato a durare pochi mesi ad affrontare davvero il problema del debito pubblico? O quale interesse poteva avere un ministro dell’industria ad attuare strumenti efficienti di interazione con le imprese su tutto il territorio nazionale?

Una diversa e non meno importante disfunzione derivante dall’attuale assetto istituzionale è la produzione di leggi incomprensibili, che sembrano fatte apposta per ostacolare l’afflusso di investimenti esteri. In ogni commissione di ciascuna delle due camere, oltre che in aula e nelle regioni si formano minoranze la cui esistenza dipende in larga misura dalla capacità di essere di ostacolo alla maggioranza nel corso dell’approvazione delle leggi. Per essere approvate le leggi devono superare i veti incrociati di tutte le minoranze di blocco. Per questo sono ambigue e spesso incomprensibili, il che imbriglia le imprese in dedali burocratici scoraggianti.

Per alcuni osservatori, l’insieme di questi problemi non dipenderebbe tanto da fattori di tipo istituzionale quanto dalla debolezza delle classi dirigenti italiane o dalla mancanza di una visione condivisa del ceto politico. Può darsi che ci sia del vero in questa teoria. Ma nessuno ha un’idea di come si faccia a riformare le classi dirigenti di un paese. Esse sono in larga misura il frutto della storia e non possono certo essere “rieducate” facendo una legge. Le istituzioni, invece, possono essere cambiate: farlo è una condizione necessaria, anche se ovviamente non sufficiente, per vincere la sfida della crescita nell’era dell’euro e della competizione globale.

 

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