La riforma nasce dall’inefficienza delle istituzioni – Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2016

Per molti dei più autorevoli giuristi del fronte del No la riforma Renzi-Boschi sarebbe un tassello dell’aggressione intentata dalla finanza internazionale non solo ai diritti dei lavoratori, ma addirittura ai diritti universali dell’uomo. Gustavo Zagrebelsky, ad esempio, in un recente pamphlet scrive che sarebbe in corso nientemeno che “un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico- oligarchico”, all’interno del quale verrebbe meno l’attenzione ai diritti dei lavoratori, “ormai sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese”, perché vivremmo nel tempo “dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali…”.

Leggendo queste righe sembra che l’economia italiana cresca a ritmi da boom economico e che sia dunque ora di smettere di occuparsi “ossessivamente” di competitività, quasi che non si trattasse dello strumento indispensabile per ridare una speranza a milioni di persone che in questi anni sono state colpite da una recessione gravissima. Ma non basta: sarebbe in agguato, secondo Zagrebelsky, qualcosa di più grave. Qualora dalle urne emergessero delle alternative a questo temibile fronte tecnocratico, sarebbero le istituzioni europee a richiamarci all’ordine, di concerto con il Fondo Monetario internazionale e i grandi fondi di investimento. In questo, come in numerosi altri scritti di illustri giuristi, sembra che la finanza internazionale si diverta a torturarci e colpisce l’assenza di una qualunque riflessione sul fatto che lo Stato, avendo accumulato per decenni un debito enorme, si è messo esso stesso nella condizione di dover implorare i risparmiatori di comprare oltre 400 miliardi di titoli ogni anno!

In un’altra recente pubblicazione, Stefano Rodotà scrive in copertina “Perché dire NO alla riforma Boschi” con la seguente spiegazione: “Oggi la politica appare come l’ancella dell’economia, è declassata ad amministrazione, è affidata alla tecnica”. Chi abbia difficoltà a capire cosa c’entri questo con la riforma in discussione può leggere l’ultimo capitolo, dove si afferma che “i diritti fondamentali sono scomparsi dall’orizzonte parlamentare”. I diritti scomparsi di cui parla Rodotà sono, tra l’altro, quelli delle coppie omosessuali, la procreazione assistita, “una nuova disciplina sugli stupefacenti”, “il diritto a morire con dignità”, “un intervento che cancelli lo scandalo delle obiezioni di coscienza dei medici all’aborto”. A parte il giudizio, forse un po’ ingeneroso, sull’attuale parlamento, non ci si può non chiedere cosa c’entri tutto questo con la riforma della Costituzione. E soprattutto come faccia a stabilirsi un nesso di qualche tipo fra queste questioni e le oligarchie finanziarie e tecnocratiche che ci dominerebbero, o anche solo con la “logica del mercato”: perché mai il mercato o la finanza dovrebbero avercela con gli omosessuali o con le donne che decidono di abortire?

Ancora più arditi sono i nessi che costruisce il prof. Paolo Maddalena, Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale, secondo cui tutto avrebbe origine da uno scrittarello del 2013 redatto da alcuni ricercatori di J.P. Morgan e si manifesterebbe in una vera e propria spoliazione dell’Italia, un grande piano per imporci l’austerity attuato con le decisioni di Draghi e Trichet i quali, con la regia di Giorgio Napolitano, avrebbero messo a Palazzo Chigi Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi: tutti “non eletti” e tutti – chissà perché – ossequenti ai diktat della BCE!

Muovendo da queste premesse, molti di questi giuristi sembrano principalmente interessati a svolgere un compito che appare in fondo più politico che giuridico: quello di smascherare “il processo di snaturamento della democrazia che procede da anni”, di pari passo con il diffondersi di idee e prassi che essi definiscono, spregiativamente, “liberiste”. Si tratta di un proposito del tutto legittimo ovviamente, che ha il sostegno di persone assai stimate. E’ un proposito che scaturisce da un’opinione o, se si vuole, da un’ideologia sulla quale si può discutere, ma che certamente non può essere considerata come la conseguenza di principi giuridici fondamentali. In ogni caso, chi non crede che la riforma costituzionale approvata dal Parlamento abbia qualcosa a che fare con le “logiche del mercato” o con le trame della finanza internazionale si preoccupa dell’inefficienza delle nostre istituzioni e del fatto che, quando le istituzioni sono inefficienti, a pagare il prezzo più alto sono sempre le fasce più deboli della popolazione. Di questo sarebbe utile discutere. E siamo perfettamente in grado di farlo noi italiani, senza bisogno di imbeccate dall’esterno.

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