Non abbandonare la strada della riduzione del deficit – Il Sole 24 Ore, 9 marzo 2016

Vari autorevoli economisti propongono che in Italia il disavanzo di bilancio venga aumentato ben oltre il limite del 3%. Giorgio La Malfa, in un accorato appello al premier, propone ad esempio di andare al 5% almeno per un paio d’anni.

Il governo sino ad ora non ha voluto andare oltre i (non pochi) decimali di punto che la flessibilità europea – forse – ci consentirà di attuare. Il presidente Renzi ha spiegato questa scelta, con la consueta incisività, quando ha affermato che dobbiamo far scendere già dal 2016 il rapporto debito/PIL e che lo facciamo non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché lo dobbiamo a noi se stessi e ai nostri figli. Ovviamente se lasciassimo correre il disavanzo fino al 5% quest’obiettivo verrebbe ulteriormente procrastinato. Anche ipotizzando che i mercati ci diano fiducia per qualche tempo, prima o poi da quel 5% dovremmo necessariamente rientrare. Ciò significa che fra qualche anno inizierebbe – per l’ennesima volta – una lenta e penosa marcia di rientro, non molto diversa da quella che abbiamo vissuto negli anni novanta e poi ancora dal 2006 a oggi, per riportare il deficit su livelli coerenti con una tendenza finalmente discendente del debito.

Questa prospettiva non è desiderabile per almeno tre ragioni. La prima è che essa può forse consentire di migliorare la congiuntura oggi, ma al costo di politiche restrittive e di una probabile nuova recessione in futuro. Si tratterrebbe della classica politica di “stop and go” (o meglio, di “go and stop”) rispetto alla quale è preferibile un periodo di crescita stabile anche se bassa, almeno sino a che non migliorino le condizioni interne, anche per via degli effetti a regime delle riforme strutturali, e quelle internazionali.

La seconda ragione è che, dal punto di vista politico, non esiste alcuna simmetria fra aumentare il disavanzo e ridurlo. La prima operazione è facile e porta consensi, la seconda è tremendamente difficile ed è causa di crisi politiche e istituzionali. Chi legittimamente si chiede se le istituzioni repubblicane siano in grado di reggere ancora a lungo questa crisi infinita dovrebbe anche chiedersi se queste stesse istituzioni sarebbero in grado di affrontare la nuova stretta che necessariamente dovrebbe essere attuata dopo qualche anno di bilanci facili. Oggi c’è qualche solido segno di ripresa dell’economia che va sostenuto anche con una politica di bilancio orientata alla crescita. Ma sarebbe imperdonabile se finissimo per buttare via anni di sacrifici per averne un beneficio temporaneo.

La terza ragione è che i mercati sanno che un piano di rientro dal disavanzo posto tutto a carico della prossima legislatura avrebbe credibilità zero. Non esiste nessun modo, né un vincolo costituzionale, né altro, per imporre la disciplina di bilancio a chi governerà dopo il 2018. Il che significa che l’ipotesi che i mercati ci accorderebbero fiducia è puramente di scuola: serve a sviluppare il ragionamento ma non è realistica. Malgrado i notevoli progressi degli ultimi anni, l’Italia – dobbiamo riconoscerlo – è ancora oggi esposta ai venti gelidi dei mercati finanziari. Una crisi come quella del 2011 non ha un’elevata probabilità di ripetersi, ma è un evento che non si può certo escludere. Diventerebbe probabile nel caso in cui l’Italia decidesse unilateralmente di staccarsi dall’Europa e dalle sue regole di bilancio. I mercati sconterebbero questa probabilità al tempo presente con effetti facilmente immaginabili sulle variabili finanziarie. Verrebbe meno quel tanto o poco di disponibilità delle cancellerie europee riguardo alle richieste espresse nel recente documento del governo italiano in tema di rafforzamento degli strumenti di solidarietà europea. Al contrario, diverrebbero di attualità i piani per ristrutturare il debito italiano a spese degli italiani.

Si consideri infine che le priorità del Parlamento spesso sono molto diverse da quelle degli economisti. Francesco Giavazzi propone di ridurre oggi le tasse di trenta miliardi e di tagliare domani, di altrettanto, la spesa corrente. Ma se il Ministro dell’Economia annunciasse che nel bilancio c’è la disponibilità di tante risorse, in Parlamento si scatenerebbero pressioni volte ad aumentare la spesa corrente con provvedimenti difficilmente reversibili nel tempo. Sono queste le cose che massimizzano il consenso dei rappresentanti del popolo e di cui non possiamo non tenere conto nel formulare le nostre proposte.

 

Qui il pezzo dalla rassegna stampa del Il Sole 24 Ore.