La crescita economica non si fa con il deficit – FIRSTonline, 20 marzo 2016

Un maggior deficit pubblico spinge l’attività economica nell’immediato, ma al costo di una futura recessione e di un aumento dell’onere del debito che in Italia è già molto alto. La finanza facile fa aumentare il debito/Pil nel lungo periodo ed è insostenibile: i mercati non perdonano – Fare più deficit oggi senza pagare il conto domani è un’illusione – Essenziali gli investimenti ma insieme alle riforme strutturali.

Politiche keynesiane di sostegno della domanda aggregata hanno senso a livello europeo, ma assai meno in un paese come l’Italia che ha un elevato debito pubblico. I mercati non ce le lascerebbero fare e non avrebbero tutti torti perché, a prescindere dalla credibilità di chi governa, le politiche keynesiane hanno dei limiti ben noti. Tali limiti sussistono a prescindere dalle critiche “esterne” che si possono fare al modello keynesiano, nel senso che emergono proprio utilizzando le ipotesi del modello keynesiano, a cominciare da quella che il Pil è determinato dalla domanda aggregata in condizioni di sottoutilizzo generalizzato delle risorse. In sintesi: 1) con il deficit non si fa crescita economica e 2) un aumento del deficit non può generare un aumento del Pil tale da ridurre il rapporto debito/pil se non nel breve periodo; alla lunga il debito lo si riduce solo con appropriati avanzi primari.
Nella fig. 1 viene simulato un aumento “permanente” della spesa pubblica a partire da uno stato di sottooccupazione stabile in cui i livelli iniziali del debito e del pil sono posti uguali a 100. Inizialmente le tasse sono tali da mantenere in pareggio il bilancio. Nel periodo t=3, dopo anni di stagnazione, prevalgono gli economisti keynesiani e la spesa pubblica viene aumentata, diciamo, del 10% del Pil. Per effetto di un moltiplicatore che si assume generoso, il Pil nei primi due anni aumenta quasi del 20%. Nel terzo anno dopo lo shock, il Pil scende un po’ per via dell’effetto ritardato dell’aumento delle tasse che esso stesso ha generato e poi si stabilizza su un livello più elevato che nello scenario base, ma non cresce più. Il debito/Pil invece cresce senza limiti perché l’aumento delle entrate non può essere tale da sopravanzare la maggiore spesa (e se lo fosse il Pil tornerebbe al punto di partenza).

Fig. 1 - Spesa pubblica: +10% del PIL in t=3

Fig. 1 – Spesa pubblica: +10% del PIL in t=3

Nella fig. 2 invece il governo vedendo crescere il debito si allarma e reagisce riportando la spesa esattamente al livello a cui era all’inizio. Come si vede ciò genera un’immediata recessione: il Pil scende per un paio d’anni sotto il livello iniziale per poi stabilizzarsi a 100. Il debito, che già era su una traiettoria di crescita, registra un salto iniziale verso l’alto (quello tipicamente associato all’austerity) e poi continua a crescere per via del maggior onere per interessi e del cosiddetto effetto snowball. Il che significa che per stabilizzare il debito occorre portare il surplus primario ad un livello superiore a quello iniziale.

Fig. 2 - Spesa pubblica: +10% del PIL in t=3 e rientro in t=10

Fig. 2 – Spesa pubblica: +10% del PIL in t=3 e rientro in t=10

Ecco dunque di cosa si preoccupano i mercati. Un maggiore deficit spinge l’attività economica nell’immediato, ma al costo di una futura recessione e di un aumento dell’onere del debito che in Italia è già molto alto. Può essere vero che l’austerità genera nel breve periodo un aumento del rapporto debito/pil. Ma la finanza facile fa aumentare il debito/pil nel lungo periodo ed è insostenibile. Si possono fare mille qualificazioni a questo schema logico volutamente iper semplificato. In particolare si possono inserire investimenti pubblici o privati con effetti super virtuosi sul potenziale produttivo. Ma è pressoché impossibile  immaginare delle condizioni realistiche in cui avviene ciò che tanti sembrano sognare: fare più deficit oggi senza pagare il conto domani. Gli investimenti sono ovviamente essenziali, ma in combinato disposto con le riforme strutturali e finalizzati al miglioramento della produttività dei fattori.

 

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