Perché la Germania resta così influente in Europa – Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2016

C’è un elemento di rischio aggiuntivo nello sfidare un paese che ha la fiducia dei risparmiatori di tutto il mondo

Molti attribuiscono la grande influenza, politica e culturale, della Germania in Europa al modo in cui è definita l’architettura europea nei trattati e in particolare alle clausole relative alla politica monetaria e di bilancio. C’è del vero in quest’analisi, ma c’è un altro aspetto – forse più importante– di cui tenere conto, specie nel momento in cui si alza la voce a Bruxelles nei confronti  della Germania e della Commissione Europea, anche per i migliori motivi.

La Germania è un paese molto influente sul piano economico-monetario da decenni, e comunque da ben prima che entrasse in vigore il trattato di Maastricht. Questo suo potere deriva, oltre che dalla sua forza industriale, dal fatto di essersi affermata nel corso del secondo dopoguerra come un paese molto affidabile, anche più degli Stati Uniti, per i risparmiatori di tutto il mondo. Questa caratteristica non può essere rimossa con un accordo politico volto a cambiare i trattati o la loro interpretazione. Nella storia economica degli Stati Uniti curata dal NBER, Jeffrey Frankel annovera fra le possibili cause del lunedì nero di Wall Street (19 ottobre 1987) il deficit commerciale americano e il fallito tentativo di Jim Baker, segretario del Tesoro Usa, di convincere la Germania ad affrontare il problema con una politica economica interna più espansiva. Il crollo della borsa fu preceduto, domenica 18 ottobre, da una richiesta in extremis di Baker al ministro delle finanze tedesco Stoltenberg di cambiare politica economica, pena una svalutazione del dollaro. La svalutazione ebbe luogo, ma poche settimane dopo gli Stati Uniti furono costretti a chiedere un nuovo intervento del G-7 a sostegno del dollaro, lungo le linee che erano state concordate nel famoso accordo del Louvre del febbraio 1987.

Le pressioni americane sulla Germania affinché desse il suo contributo al sostegno della domanda aggregata mondiale sono state una costante della storia delle relazioni economiche internazionali nel dopoguerra e hanno assunto grande intensità nei primi anni ottanta, quando la politica della Reaganomics produsse i due deficit gemelli del bilancio pubblico e dei pagamenti internazionali, sollevando interrogativi sulla sostenibilità della posizione internazionale degli Stati Uniti. Sono le stesse pressioni che si stanno manifestando oggi da parte degli Stati Uniti e di molti paesi della cosiddetta periferia dell’euro. In Europa si manifestarono con drammatica evidenza nel biennio 1992-1993, quando la Germania alzò i tassi d’interesse per contenere l’inflazione che era seguita all’unificazione, contribuendo così a mettere in crisi il Sistema Monetario Europeo. Il 15 settembre 1992, il Governatore della Bundesbank Helmut Schlesinger dichiarò che il riallineamento della lira che aveva avuto luogo due giorni prima non era sufficiente. Forse sarebbe successo lo stesso, ma è significativo che proprio il giorno dopo i mercati espulsero la lira, assieme alla sterlina, dal meccanismo di cambio europeo. Una vicenda meno nota, ma assai istruttiva, è quella che si svolse a seguito dell’attacco subìto dal franco francese venerdì 30 luglio 1993. In una riunione d’emergenza a Bruxelles, Jean Claude Trichet, allora in rappresentanza della Francia, batté per davvero i pugni sul tavolo: o la Germania si impegnava a rispettare le regole dello Sme, che prevedevano l’intervento illimitato a favore della valuta sotto attacco, oppure doveva essere espulsa dal sistema monetario. Dal punto di vista formale diceva bene Trichet, tant’è che nella serata di sabato 31 il rappresentante della Bundesbank Hans Tietmeyer gli dette ragione e annunciò agli increduli astanti che dal lunedì successivo la Germania sarebbe uscita dagli accordi di cambio. Dal punto di vista politico, però, quella scelta si rivelò un disastro per la Francia e ne rivelò tutta la debolezza. Nel corso della successiva giornata di domenica 1 agosto, infatti, i governi di tutti i paesi, persino il Belgio, temendo un attacco speculativo, presero la decisione di uscire dal sistema europeo per mantenere il tasso di cambio saldamente ancorato al marco tedesco. La Francia rimase così sola con le sue regole, ma senza nessun alleato. Alla fine fu presa la decisione di allargare, fino a un improbabile 30 per cento, la fascia di oscillazione dello SME, una decisione che a posteriori si rivelò provvidenziale, ma che al momento apparve solo come un modo di salvare la faccia alla Francia per qualche giorno o forse anche solo per qualche ora. Mitterrand e tutta la classe dirigente francese impararono la lezione per la seconda volta, dopo i guasti provocati dalle politiche espansive dei primi anni ottanta. In sostanza, occorre tenere conto che c’è un fattore di rischio aggiuntivo nello sfidare un paese che ha dalla sua parte la credibilità e la fiducia dei risparmiatori di tutto il mondo. I suoi giudizi, giusti o no che siano, nonché le sue paure – prima fra tutte quella di trovarsi da qualche parte in Europa di fronte a un nuovo caso Grecia – pesano sui mercati finanziari nonché sulle concrete possibilità di azione dei banchieri centrali.

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