LA SVOLTA BUONA CHE ORA SERVE AL GOVERNO (E ALL’ITALIA) – Il Foglio 12 gennaio 2016

Ha ragione, Renzi, quando dice “missione compiuta”. Aveva promesso di smuovere l’Italia dal pantano: per farlo è riuscito a far passare alcune riforme fondamentali e urgentissime, sia istituzionali sia economiche, dove tutti prima di lui avevano fallito. Ma il lavoro è appena all’inizio, perché siamo in arretrato di decenni. E la ripresa economica è una piantina gracile, che richiede di essere ancora annaffiata con l’acqua di riforme indispensabili. È giusto chiedere all’UE di cambiare verso e strategia di politica economica e sollecitare gli altri Stati-membri a recuperare i gravi ritardi nel processo di integrazione; ma con il nostro livello di debito pubblico, se non rafforziamo la crescita saranno i mercati, non l’UE, a impedirci l’anno prossimo una nuova manovra in deficit. È importante sciogliere positivamente il nodo annoso delle unioni civili e delle relazioni estranee alla famiglia tradizionale; ma per il nostro futuro sarà davvero decisivo che nel 2016 la politica italiana mostri di saper dare alcuni altri forti colpi di reni.

Oggi la prima sfida, anche economica, è vincere le paure innescate dalla globalizzazione. La scelta più rilevante di fronte alla quale si trovano gli italiani, come del resto tutti gli altri cittadini europei, in questi anni, non è quella tradizionale fra destra e sinistra o fra socialismo e liberismo. Lo spartiacque politico decisivo oggi divide chi vuole accettare la sfida della globalizzazione e attrezzarsi per farvi fronte traendone il massimo dei vantaggi e indennizzando coloro che in questo passaggio possono subire danni, da chi invece ritiene meglio sottrarvisi, o comunque cercare di ridurne e ritardarne il più possibile gli effetti.

Collocarsi sul primo versante richiede innanzitutto un’Europa all’altezza del nuovo secolo: ha dunque come implicazione prioritaria la costruzione di un nuovo ed efficace governo continentale dell’economia, delle forze armate e delle relazioni con il resto del mondo, a costo delle corrispondenti cessioni di sovranità (per questo è indispensabile anche un’Italia con le carte in regola, capace di contribuire criticamente all’evoluzione necessaria dell’UE). Collocarsi sul secondo versante, al contrario, ha come implicazione prioritaria la riaffermazione e il recupero della sovranità nazionale nei confronti dell’ordinamento europeo, il rafforzamento delle frontiere in funzione della riduzione degli accessi, il rifiuto della contaminazione etnica e culturale. Un’opzione, quest’ultima, che non può essere demonizzata o rimossa semplicemente col tacciarla di “populismo” o qualificarla come “antisistema”. Il timore di vedere violata l’integrità del proprio territorio o di perdere l’identità della Nazione non si combatte efficacemente criminalizzandolo, né squalificandone moralmente i portavoce, ma innanzitutto affrontando esplicitamente il problema e mostrando per un verso i benefici attuali e potenziali dell’aumento della mobilità delle persone, delle cose e delle idee, per altro verso l’illusorietà delle politiche volte a isolare il Paese. Ma altrettanto essenziale, per vincere resistenze e paure, è assicurare protezione e sostegno sia economico sia in termini di servizi e opportunità (non ai pigri, ma) a coloro che sono meno attrezzati per reggere la sfida e che dunque dai meccanismi della globalizzazione e dall’abbattimento delle frontiere sono o rischiano di essere incolpevolmente danneggiati e impoveriti.

Questo è oggi il terreno su cui in Italia, e non solo, si vince o si perde il confronto politico decisivo. E non è fazioso chi afferma che oggi solo il Governo Renzi può guidare il Paese nella scelta che a pieno titolo può dirsi “progressista”. Ma per vincere la sfida il Governo stesso e la sua maggioranza nei prossimi mesi devono rinvigorire la propria azione almeno su cinque capitoli prioritari.

  1. Riqualificare incisivamente la spesa pubblica, per ridurre il debito e la pressione fiscale. Il nostro livello di spesa è, in realtà, al netto degli interessi sul debito, inferiore a quello medio europeo; il problema è che spendiamo male. La riqualificazione è incominciata, ma in troppi casi ci siamo fermati di fronte a forti resistenze corporative. Non ci possono volere altri diciotto mesi per eliminare le partecipate inutili (è previsto dalla legge da più di un anno), oppure per fare le gare nei servizi pubblici locali, per organizzare in modalità digitale oltre alle agenzie (che hanno infatti registrato netti miglioramenti operativi) anche le amministrazioni centrali, regionali e locali. Per questo è anche indispensabile avviare un protocollo efficace per l’individuazione delle sacche di eccedenza e di necessaria mobilità del personale verso altre amministrazioni o imprese dove esso può essere valorizzato, in condizioni di forte sostegno economico e di efficace assistenza nel percorso di riqualificazione e ricollocazione.
  1. Eliminare tutte le limitazioni indebite della concorrenza che ancora caratterizzano e appesantiscono il nostro sistema economico rispetto a quello dei nostri maggiori partner occidentali. In una economia di mercato moderna la concorrenza ben regolata, che comporta la contendibilità di tutti i ruoli e le funzioni, sia nell’industria, sia nelle professioni, è un fattore decisivo di giustizia sociale e pari opportunità. Ma è indispensabile, anche qui, prevedere dei meccanismi idonei a garantire la sicurezza economica e professionale dei lavoratori nel passaggio da un’azienda all’altra. Sia questo capitolo, sia il primo, richiedono che funzioni bene il sistema – previsto dal Jobs Act, ma non facile da implementare – di cooperazione tra servizio pubblico e agenzie specializzate per un’assistenza efficace nel percorso di riqualificazione e ricollocazione per i lavoratori che perdono il posto.
  1. Procedere senza incertezze alla riforma della rappresentanza sindacale e della struttura della contrattazione: una riforma indispensabile sia per favorire il recupero della produttività del lavoro collegando ad essa più strettamente le retribuzioni, sia per rilanciare l’economia del Mezzogiorno consentendo la necessaria flessibilità degli standard di trattamento, sia infine per migliorare l’attrattività del Paese nei confronti delle imprese multinazionali, le quali per lo più chiedono di poter negoziare a 360 gradi il piano industriale, la struttura delle retribuzioni e l’organizzazione del lavoro.
  1. Rendere più rapida ed efficace la giustizia civile, soprattutto nel campo del diritto commerciale, industriale e fallimentare. Le esperienze di alcuni tribunali mostrano come i tempi dei procedimenti possano essere dimezzati attraverso una migliore organizzazione del lavoro dei magistrati (passaggio dalla trattazione delle cause in parallelo alla trattazione sequenziale e fissazione di benchmark per la responsabilizzazione degli uffici e dei singoli magistrati); che cosa impedisce di pensare che l’organizzazione degli uffici sia affidato a dirigenti dotati della relativa competenza manageriale? Occorre istituire sezioni specializzate per gli illeciti finanziari penali e civili, per evitare che una materia molto complessa e specialistica sia affidata a magistrati non adeguatamente preparati. Va considerata – non certo ultima per importanza – la possibilità di una riforma del grado di appello, che ne limiti la funzione all’esame dei vizi procedurali e di diritto accorpandone le corti al livello di macro-regione, con conseguente limitazione del giudizio di Cassazione a un numero limitato di controversie sulle questioni di diritto più rilevanti.
  1. Promuovere le eccellenze nella didattica e nella ricerca universitarie sia attraverso un potenziamento della capacità di investimento degli atenei, sia attraverso un rafforzamento dell’autonomia di quelli che ritengono di assumersene il rischio. Un ottimo modo per farlo è indicato dall’esperienza britannica degli income contingent loans: lasciare libere le facoltà che ritengano di averne la capacità di attivare corsi di laurea o di dottorato che richiedono risorse costose, aumentando le rette di iscrizione fino a un certo limite; l’aumento sarà coperto, per gli studenti che lo desiderino, con un prestito d’onore, a carico del Fondo per il Merito, destinato a essere rimborsato, a rate, solo al raggiungimento di un reddito di lavoro sufficiente. Lo stesso Fondo per il Merito si farà carico di un 10 per cento di casi di insuccesso, mentre l’eventuale deficit ulteriore sarà a carico dei Dipartimenti o Atenei interessati, anche con possibilità di fallimento e chiusura della struttura interessata. Così tutti, docenti e studenti compresi, saranno debitamente responsabilizzati. Sul lungo periodo non c’è, comunque, sistema-paese che regga i tornanti della storia senza investimenti efficaci sulle eccellenze nella ricerca e nella didattica universitaria.

Riorganizzare e riqualificare la spesa e abbassare la pressione fiscale, promuovere la concorrenza, garantire la sicurezza dei lavoratori nel mercato, liberare le energie che possono attivare lo sviluppo del Mezzogiorno e aprire il Paese ai piani industriali innovativi, rendere la giustizia più rapida e incisiva, promuovere le eccellenze universitarie e la relativa accessibilità effettiva per chiunque intenda scommettere sulla propria capacità: obiettivi precisi, comprensibili da tutti, utili per convincere anche i più preoccupati di quanto maggiori, rispetto alla prospettiva dell’isolamento autarchico, siano i vantaggi della scelta di attrezzarsi per stare da protagonisti nel gioco del mondo globalizzato. E a queste azioni associare un nuovo progetto europeo di cui l’Italia sia promotrice e che possa costituire la base di discussione su cui organizzare le celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma che si svolgeranno appunto a Roma nel marzo 2017.

Roberto Cociancich
Giampaolo Galli
Pietro Ichino
Linda Lanzillotta
Alessandro Maran
Gianluca Susta
Irene Tinagli
Giorgio Zanin

Print Friendly, PDF & Email