Intervento in Aula: discussione sulle linee generali della Legge di Stabilità. Giovedì, 17 dicembre 2015

GIAMPAOLO GALLI. – Grazie Presidente. Rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, a questo punto della discussione vorrei provare a fare qualche considerazione su due tipi di critiche che ci sono giunte su questa legge di stabilità. C’è chi dice che facciamo troppo disavanzo e troppo debito – lo hanno detto l’onorevole Polverini e l’onorevole Milanato – c’è chi dice che ne facciamo invece troppo poco e dovremmo farne di più – lo ha detto l’onorevole Melilla, lo ha detto l’onorevole Cariello lo hanno detto altri.


Ora, io ricordo che il deficit nel 2015 scende dal 3 per cento, dove è rimasto negli ultimi anni, al 2,6 per cento del PIL e nel 2016 scenderà ancora al 2,4 per cento, così come scenderà, secondo la previsione, il rapporto fra debito e prodotto interno lordo. Al tempo stesso, la manovra è espansiva, perché porta il deficit al 2,4 per cento a partire da valori tendenziali assai più bassi e questo ci consente di sostenere l’economia con misure importanti, che sono già state ricordate dai colleghi. Voglio solo ricordare i super ammortamenti, il credito d’imposta sud, le misure prese sull’IMU e la Tasi, l’Ires dal 2017, le misure per la internazionalizzazione e per la decontribuzione.

Capisco che ci possano essere idee diverse, preoccupazioni, inviti alla cautela da parte di chi, ad esempio, ci critica per eccesso di disavanzo, perché magari teme le reazioni dei mercati finanziari, e non mi stupisce che una critica del genere possa essere mossa ad esempio da Mario Monti o dal Presidente della Bundesbank Weidmann. Mi stupisce un po’ che la critica arrivi dal presidente Brunetta o da Forza Italia. Se non avessi timore di offendere qualcuno, o di tributare troppi onori a qualcun altro, direi che forse esiste una linea, di cui non eravamo consapevoli, che si potrebbe chiamare Brunetta-Weidmann-Monti. Questa linea, per intenderci, è diversa, prendiamone atto, da quella che abbiamo sentito in tutti gli ultimi anni, e che con una battuta forse qualcuno, anche qui senza offesa per nessuno, definiva la linea Brunetta-Fassina. Allora chiediamoci se Brunetta sia lo stesso Brunetta che in questi anni ci ha detto che eravamo asserviti a un’Europa germano-centrica, quel Brunetta che diceva: “il ministro dell’economia ricontratti il limite del 3 per cento, non preferisca l’obbedienza cieca alle burocrazie di Bruxelles ecc ecc”. Non era solo Brunetta, era anche il Presidente Berlusconi che diceva che bisognava andare a Bruxelles e dire, cito: “da qui in avanti il limite del 3 per cento e il fiscal compact ve lo potete scordare.”

Ora, posso capire che qualcuno ritenga che dovremmo dare più peso al disavanzo nelle scelte di politica economica e meno alla crescita, anche perché, come tutti sanno, alla lunga la crescita non la si fa con il deficit. Il problema è che se questa critica ci viene da chi fino a poco tempo fa ci criticava per l’esatto motivo opposto e simmetrico, la critica appare strumentale, frutto di scelte politiche contingenti, non credibile nella sostanza.

Vi è poi la critica, dicevo, di chi dice che dovremmo andare oltre il 3 per cento. Questa critica ci viene da una sinistra, lo abbiamo sentito anche qui, che, a dire il vero con una certa coerenza, sostiene idee, diciamo così, keynesiane, analoghe a quelle che sosteneva Forza Italia fino a qualche tempo fa, senza però tenere conto che oggi il debito non è detenuto, come ai tempi di Keynes, da pochi ricchi banchieri stranieri, ma è detenuto da milioni di risparmiatori, come quelli che in questi giorni stanno protestando per il decreto banche e che questa stessa sinistra vorrebbe più tutelati. Per anni questa sinistra, esattamente come il Movimento 5 Stelle, ha cantato le lodi- sembra incredibile – del default, ha sostenuto che il debito pubblico non è un problema, perché tanto lo si può sempre ristrutturare o rinegoziare, e ci ha indicato alcuni esempi: le banche irlandesi che han fatto default sui depositi dei poveri risparmiatori britannici, l’Islanda che ha fatto default sulle passività detenute da non residenti. Ci ha addirittura additato l’Argentina come modello virtuoso! Peccato che poi ci siano stati in tutto il mondo risparmiatori che detenevano i cosiddetti Tango Bond. Ha esaltato quello che avrebbe dovuto essere il default della Grecia, secondo il vate, o quello che per loro era una sorta di vate, l’ex ministro delle finanze Varoufakis.

Oggi quella stessa sinistra e il Movimento 5 Stelle ci chiedono di difendere e tutelare ogni singolo risparmiatore delle quattro banche, compresi gli azionisti di quelle quattro banche che sono state messe sotto procedura di risoluzione. Non si accetta che nemmeno un azionista di una banca possa subire una perdita sui propri investimenti. Immaginatevi che cosa succederebbe se il debito pubblico fosse gestito da amministratori imprudenti come quelli di quelle quattro banche. Trovo quasi scoraggiante dovere prendere atto che questo episodio increscioso, molto spiacevole, che è stata la decisione di dovere intervenire sulle quattro banche di cui discutiamo in questi giorni, non basti a fare capire che vi è una virtù nella sana e prudente gestione non solo delle banche, ma anche della cosa pubblica e del debito pubblico.

Infine – e mi avvio a terminare – ho sentito critiche molto dure venire dai colleghi onorevoli del Movimento 5 Stelle. Sono critiche alle quali onestamente faccio fatica a rispondere, perché non capisco cosa vogliano, così come non ho capito che cosa volessero in Commissione Bilancio. Capisco che l’essere post-ideologici possa in astratto essere anche una virtù, ma alla fine delle scelte devono essere fatte. Abbiamo sentito dire bene delle riduzioni di tasse e dire male dei rinvii di una riduzione di tasse, come quella dell’Ires al 2017. Ma poi sento il Movimento 5 Stelle protestare ogni volta che si taglia una spesa, li sento difendere ogni e qualunque comparto della spesa, nella scuola giustamente, ma anche nella difesa, i precari, i pensionandi, i dipendenti in generale della pubblica amministrazione e gli azionisti delle banche. Li sento auspicare costose, costosissime nazionalizzazioni, in particolare delle banche, come se l’industria pubblica non fosse stata una delle determinanti dell’elevato debito che ci troviamo in eredità. Li sento esprimere nostalgia per le banche ante-riforma del 1992, quelle della “foresta pietrificata” e delle mani della politica sulle banche. Li sento criticare la generazione dei padri per l’eredità del debito pubblico, ma al tempo stesso li sento proporre le stesse politiche di sostegno a tutto e a tutti, quelle politiche di sostegno della Prima Repubblica, che hanno portato a quell’accumulazione di debito che ci troviamo oggi.

L’impressione – scusatemi, non vorrei essere troppo corrosivo, ma è impossibile non dirlo – è che il Movimento 5 Stelle difenda tutto ciò che a prima vista appare “bello”: meno tasse, più spesa, meno debito. Mentre l’incoerenza che abbiamo sentito da Forza Italia si sviluppa lungo l’asse del tempo, quello del Movimento 5 Stelle è sostanziale scollamento dalla realtà, è tutto hic et nunc. A me questo sembra non accettabile.

Concludo con una brevissima considerazione sulle banche. Io credo che chi abbia partecipato alla discussione sulle banche, abbia sentito il Ministro Padoan e il Viceministro Morando in Commissione bilancio abbia ben chiaro che non c’erano altre soluzioni possibili rispetto a quella che ha scelto il Governo, nel senso che le altre sarebbero state di gran lunga peggiori. Quindi considero le parole che ho sentito anche qui parole poco utili e per nulla costruttive. Sono parole che possono forse generare qualche allarme, ma non contribuiscono a costruire alcuna soluzione.
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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