Tassa sulla prima casa, i buoni motivi per farla finita. L’Unità, 3 ottobre 2015

La maggior parte degli economisti ritiene che in generale la tassazione immobiliare sia desiderabile dal punto di vista del finanziamento delle autonomie locali e del contrasto all’evasione e che la priorità debba essere data alla riduzione dell’elevato cuneo fiscale sul lavoro. Si tratta di un’opinione autorevole in quanto corroborata da studi relativi a molti diversi paesi ed esperienze. Ciò non toglie che si possa argomentare diversamente in relazione alle specifiche situazioni di determinati paesi.

Innanzitutto vi è da tenere conto che negli ultimi anni la tassa sulla prima casa è stata oggetto di uno straordinario pasticcio politico che ha minato la fiducia. La triade ICI/IMU/TASI è diventata il simbolo della politica che promette e non mantiene. In parte ciò è dovuto alla propaganda della destra, ma in parte il problema è reale così come è reale il fatto che spesso, fino all’ultimo giorno, non si sapeva quando si dovesse pagare né quanto. Questo pasticcio politico si è tradotto in perdita di fiducia nella politica e nei suoi impegni. E la perdita di fiducia ha conseguenze sulla propensione a spendere. Vero è, come ci ricorda la Banca d’Italia, che occorrerà convincere i cittadini che questa volta, a differenza delle precedenti, si fa sul serio, ma è anche vero che questo risultato lo si ottiene con misure facilmente comunicabili e verificabili da parte di chiunque – “mai più IMU/TASI per tutti e per sempre” – e non con complicate manovre volte a migliorare le caratteristiche distributive della misura. Va anche considerato che non vi è nessun motivo di ordine generale per cui la propensione a spendere sia maggiore per i risparmi di un’imposta sulla casa piuttosto che per quelli di un’imposta sul lavoro. Anzi, nel caso specifico è probabile che le cose stiano nel senso opposto dato che il fortissimo e improvviso aumento verificatosi nel 2012 ha contribuito a deprimere i valori immobiliari e con essi il morale di quei quasi 80 per cento di italiani che sono proprietari di immobili.

Va in secondo luogo ricordato che questa misura vale 3,5 miliardi, ossia una piccola parte delle misure di alleggerimento fiscale già approvate dal governo. Essa si aggiunge alle tre grandi misure di riduzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente per un totale di circa diciotto miliardi: gli 80 euro, l’eliminazione dell’Irap lavoro, la decontribuzione per i nuovi assunti.  Altre misure di alleggerimento dell’imposizione su lavoro e imprese sono state annunciate dal governo. Dunque, guardando all’insieme delle misure assunte su un arco pluriennale, si può certamente dire che la priorità viene data alla riduzione del cuneo sul lavoro e non certo alla riduzione delle imposte sulla casa.

In terzo luogo, non è chiaro che nella realtà italiana la tassa sulla prima casa abbia effetti distributivi desiderabili. Come ha più volte ricordato il Presidente del Consiglio, i valori catastali sono spesso molto distanti dai valori reali. Se poi si vuole far riferimento ai redditi dei proprietari, le informazioni date al Parlamento dal ministro Padoan mostrano che il grosso del gettito TASI viene dai redditi più bassi. Oltre il 66 per cento del gettito viene da persone con redditi sotto i 28 mila euro. Meno del 6 per cento viene da persone con più di 75 mila euro. Inoltre la tassa non è progressiva dal momento che il versamento medio ha una crescita che  è meno che proporzionale rispetto alla crescita del reddito.

Ricordiamo infine che nel dicembre del 2013 fu approvata una legge di stabilità che stanziava risorse a favore della riduzione del cuneo fiscale. Nel complesso si trattava di numeri non molti distanti da quelli di cui stiamo parlando oggi a proposito della prima casa: 2,6 miliardi per il 2014, 2,9 per il 2015 e 3,1 per il 2016. Come tutti ricordano, la manovra fu oggetto di critiche o addirittura di scherno delle parti sociali, sindacati e imprese, e dell’opinione pubblica: si parlò di mancia da 14 euro. La reputazione del governo scese ai minimi e la situazione politica si fece rapidamente insostenibile. L’insegnamento è che le manovre di politica economica devono essere corrette ai sensi della teoria economica, possono a volte essere impopolari, ma devono in ogni caso avere la caratteristica della comunicabilità. I cittadini/elettori devono essere messi in condizioni di capire cosa il governo intende fare.

Qui l’articolo dalla rassegna stampa de l’Unità.

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